Bentornato Presidente, film in Streaming su Netflix: una satira a 360 gradi sull’Italia di oggi

Nell’agone politico ci sono Teodoro Guerriero, il leader del partito “Precedenza Italia” che gira in felpa e sbraita sui social, e il giovane e compito Danilo Stella, leader del “Movimento dei Candidi”. I due si alleano per formare il governo, ma non si accordano su chi sarà il Presidente del Consiglio: ci vuole una terza persona, un tipo manovrabile però. Così torna in scena Giuseppe Garibaldi detto Peppino, l’uomo qualunque, ma non qualunquista, che in Benvenuto Presidente! di Riccardo Milani diventava per sbaglio Capo di Stato e che ora, nel sequel Bentornato Presidente di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, al cinema dal 28 marzo, si ritrova Premier. Peppino è sempre Claudio Bisio mentre dal 2013, anno del primo film, sulla scena politica tutto è cambiato. L’obiettivo di Fontana e Stasi, nati dalla satira su YouTube e registi in coppia anche dell’irriverente commedia Metti la nonna in freezer, è dichiarato: reinterpretare in chiave satirica l’Italia di questi mesi. «Una bella scommessa», commenta Bisio. «È quasi un instant movie: a volte la realtà ci ha rubato delle idee, altre ci ha ispirato ulteriori scene da riscrivere. Lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, quasi come un drammaturgo, ci mandava e-mail con le scene riscritte fino all’ultimo». Paolo Calabresi interpreta il Guerriero, mentre Guglielmo Poggi è Stella, Pietro Sermonti una sorta di “ghost writer” di leggi che riserverà non poche sorprese, Antonio Petrocelli il timido e incerto Presidente della Repubblica e Sarah Felberbaum, che prende il posto di Kasia Smutniak, interpreta Janis, la vice segretaria del Quirinale che lasciava tutto per amore di Peppino.

Bisio, sono passati otto anni dai fatti del primo film: nel frattempo cos’è successo a Peppino? Alla fine di Benvenuto Presidente! Peppino tornava in montagna con Janis incinta. Ora ha una bambina, è ancora lì a pescare trote ed è delusissimo da tutto quello che è successo politicamente. Janis, invece, è piuttosto insofferente della vita in un paesino sperduto in montagna ed è ancora presa dal senso dello stato della democrazia. Ci sono le elezioni, Janis è scrutinatrice e Peppino invece non va a votare. Richiamata al Quirinale, Janis lascia Peppino e torna a Roma con la figlia. Se nello scorso film il suo coinvolgimento politico è stato casuale, questa volta Peppino va nella capitale per riconquistare la moglie. È stato amato dalla gente come Presidente e, quando i giornalisti lo riconoscono, parte per lui un battage mediatico.

Stavolta, però, Peppino, non è nuovo ai luoghi del potere… Il primo film era tutto giocato su un ingenuo boscaiolo che finisce al Quirinale, che se ne frega di etichetta e protocollo. Questa volta invece è più dentro l’agone politico perché fa le leggi, le scrive, le propone, ha responsabilità più operative. Comunque è sempre un elefante in una cristalleria, inadeguato come dice di essere. È molto emblematica la scena di una conferenza stampa dove, a domande complicate sul Pil e la recessione, lui dice una cosa che, da Claudio Bisio, mi piacerebbe sentir dire da un politico vero, e che invece non ho mai sentito in cinquant’anni: «Non lo so, ma prometto che mi informo». Almeno è sincero, al contrario dei politici. I partiti scelgono Peppino come Capo del Governo per manovrarlo come un burattino.

Lui , che si è sempre appigliato al buon senso, come reagisce? Peppino infrange il mito dell’uomo comune insipiente che può fare meglio di altri, o come gli altri, perché è uno che davvero non ne sa, ma lo ammette. Sempre col buon senso, però, scoprirà qualcosa che potrebbe davvero rivoluzionare l’Italia, trovare i fondi che mancano per fare le riforme che servono a tutti. Il produttore Nicola Giuliano ha scritto una lettera aperta per spiegare che non vi è stato permesso di girare a Montecitorio. Dove avete ambientato il Parlamento? Anch’io ho scritto personalmente una lettera al Presidente della Camera, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Lo dico con rammarico, più che con polemica. È un peccato: abbiamo girato la scena ambientata a Montecitorio in studio, con un green screen. Ma il cinema va avanti comunque, non abbiamo cancellato la scena. Benvenuto Presidente! era diretto da Riccardo Milani, suo coetaneo, questo sequel dai trentenni Fontana e Stasi.

Due generazioni diverse: cosa cambia? Dal punto di vista cinematografico e formale il loro stile è diverso. Nonostante sia stato un film in cui abbiamo corso, Fontana e Stasi avevano storyboard precisissimi: la confezione è innovativa. Nel primo film si raccontava di un uomo qualunque che va al potere, un’idea che potrebbe sembrare molto “grillina”, invece Riccardo Milani insistette tanto su un altro tema, quello della responsabilità di noi italiani, sulla partecipazione. Stasi e Fontana sono trentenni più disincantati di me, e anche più liberi: la loro satira non risparmia nessuno. Politica a parte, secondo lei il clima in Italia si è incattivito? Esistono gli hater che urlano più di altri, ma secondo me sono una ultra minoranza. Gli italiani non sono così, sono forse perplessi o impauriti. Il primo film fu amato in maniera trasversale, era contro la vecchia casta politica. Con questo ci siamo detti: non è che rischiamo di non farci amare da nessuno visto che spariamo a 360 gradi, anche sull’opposizione? Quindi a chi si rivolge idealmente il sequel? È una commedia per tutti, e per quel 44 per cento degli italiani che, nei sondaggi sulle intenzioni di voto, è per il “non so/mi astengo/ non rispondo”. La gente che non andrà a votare si avvia a essere la maggioranza. E non sono quelli che “urlano” sui social, ma gente solo un po’ delusa e disorientata: Peppino ancora un volta può essere l’eroe di questi non rappresentati. Parte qualunquista perché non ha votato e finisce con un discorso ancora più forte che nel film precedente.

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