Paolo Bonolis, per la critica, non sarà mai un grande della tv

Paolo Bonolis conosce la ricetta per far divertire ed interessare il pubblico e i suoi programmi sono sempre seguitissimi, ma il successo di audience purtroppo per lui non va a braccetto con la critica che spesso contesta i suoi show. Recentemente Aldo Grasso, critico del i “Corriere della sera”, ha parlato male di lui: «Non c’è niente da fare, Paolo Bonolis non sarà mai un grande della televisione italiana.

Non deve incolpare altri, ma solo se stesso. Ha tentato varie volte di trovare un programma che lo consacrasse, che lo facesse uscire dai suoi paradigmi imbalsamati. Invano». Ed è ancora più chiaro: «Credo che l’errore più grande di Bonolis sia stato quello di circondarsi di persone che non lo aiutano, continuano a fargli credere di essere un genio, gli suggeriscono idee con rozzezza da arricchiti, non gli danno certo una mano per trovare strade nuove».

Lui però non se la prende perché per lui il politically correct non è altro che ipocrisia. «E’ la cosmesi ben fatta dell’ipocrisia; poi la moltiplicazione dei social, il commento continuo, l’opinione indiscriminata ti porta quasi ad aver paura di pensare e parlare», ha detto in proposito a “Il Fatto Quotidiano”. Arguto e brillante i palinsesti di Mediaset non possono fare a meno di lui che è probabilmente uno dei presentatori più pagati della tv italiana: «I soldi li prendo perché ho il mercato che me li dà», ha spiegato. «Anni fa avevo un contratto da 7, 8 miliardi, e una giornalista mi disse: “Non prova vergogna per quello che guadagna?”. Questa domanda mi provocò notevole fastidio così risposi: “Con me l’azienda fattura intorno ai 175 miliardi l’anno, quindi sono sottopagato”».

Eppure Paolo Bonolis ha un animo per nulla guerrafondaio, anzi, piuttosto è molto riflessivo e le sue opinioni sulla società di oggi sono da osservatore attento, quasi da sociologo. A 57 anni registra ancora il pieno successo ma rispetto al passato non sente più la necessità morbosa di essere in tv, tanto è vero che un paio di anni fa voleva addirittura fermarsi perché non si sente più contemporaneo, non usa il computer o i social e ha un vecchio cellulare con il quale risponde e manda al massimo gli sms: «Un cellulare serve per telefonare e mandare sms. – ha spiegato al “Corriere della Sera” – A che altro serve? Ci sono due persone che lavorano in Finlandia, una per me e una per Maurizio Costanzo, gli unici in Italia ad avere ancora quel telefono: il giorno che noi lasciamo il Nokia vengono licenziate, infatti le loro famiglie ci scrivono spesso per ringraziarci. La verità è che preferisco guardarmi intorno ed è una cosa che cerco di trasferire anche ai miei figli che invece guardano sistematicamente là dentro: è una forma di vampirizzazione».

Pensieri da ascoltare per riflettere anche su noi stessi e sull’uso, anzi sull’abuso, che facciamo oggigiorno della tecnologia: «Temo che la tecnologia possa diventare un’ideologia, e mi rendo conto della distanza generazionale attraverso il confronto con i miei figli: in mezzo ci sono delle ere, e non ho più voglia di correre appresso a tutto ciò, mi diverto ogni tanto a condannarlo, o a mettere dei piccoli argini con le persone a cui voglio bene, ma senza condizionare esistenzialmente». Anche del successo che ha tra il pubblico ha una visione piuttosto disincantata: «Il pubblico giudizio è l’algoritmo del mercato. Alla fine della fiera siamo tutti prodotti in vendita, nella vita intima come nella vita pubblica. Siamo tutti su uno scaffale, ognuno vende il proprio operato, il proprio carattere, la propria natura: ognuno vende se stesso in attesa di acquirenti, siano essi sentimentali oppure professionali. In sostanza il pubblico è una delle variabili che determinano il tuo successo sullo scaffale». Pensieri profondi, però, che non gli impediscono di realizzare trasmissioni come “Avanti un altro” o “Ciao Darwin” che piacciono tantissimo al pubblico anche se, soprattutto quest’ultima, vengono definite “trash”. Il suo segreto è che è il primo a divertirsi: «Ho solo una traiettoria di divertimento che piace anche agli altri». Ammette infatti di divertirsi anche lui qualche volta e nonostante il tanto lavoro sostiene che sia lo spirito a salvarlo, quello spirito disincantato che dà un calcio nel sedere all’ipocrisia comportamentale della televisione, lì dove vince la continua affettazione dell’apparire.

Al proprosito è contrario anche a quelli che vanno in televisione a raccontare i loro fatti personali e le cose più intime: «Pensano sia una delle benzine del successo, e capita soprattutto con chi è in difficoltà nel raggiungere l’agognato riflettore; così mettono in piazza qualunque lato della loro esistenza, quando dovrebbero mantenere un po’ di pudore. Mi inquieta parecchio e non avviene solo in tv: sono sempre tante, troppe le persone che quando ti incontrano ti buttano addosso una sacca di fatti propri e di altri. Ogni volta penso: “Ma a me, che me ne frega?”». Decisamente ragionamenti fuori dal tempo attuale dove la condivisione della propria quotidianità, a prescindere dal fatto che possa interessare o meno a qualcuno, è all’ordine del giorno. E a proposito di fatti propri, dei suoi famigliari non parla spessissimo, anche se a “TV Sorrisi e Canzoni” ha raccontato che la sua non è una «famiglia di matti, però ci divertiamo a non prenderci sul serio vicendevolmente. Anche io e mia moglie Sonia scherziamo molto. La prendo in giro quando la sera, esausti dalla giornata, ci vediamo un film per rilassarci. In realtà il film lo guardo io perché Sonia si addormenta secca già sui titoli di testa, dopo avere scelto lei il film, mediamente non del genere che a piace a me. E io, che purtroppo per natura se inizio una cosa la devo finire, me lo sorbisco fino alla fine».

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