Ieri si è tenuto il Consiglio dei Ministri, di seguito c’è stata l’attesissima conferenza stampa che ha portato grande soddisfazione per il trio del governo Conte. Negli ultimi mesi si erano divulgate molte voci negative su questo decreto che, in molti credevano non venisse mai attuato. Salvini è Di Maio hanno voluto ribadire come loro governo sia rivolto soprattutto verso i cittadini e con Maggiore attenzione verso coloro che sono indigenti, vediamo insieme tutte le norme del decreto.

Il palcoscenico è tutto per Matteo Salvini e Luigi Di Maio e Conte assume il ruolo del bravo presentatore che detta i tempi e non fa ombra ai protagonisti. Finito il consiglio dei ministri per varare il reddito di cittadinanza e quota 100, i due vice si presentano trionfanti in conferenza stampa e il premier dispensa sorrisi. «Questo governo le promesse le mantiene e questi due provvedimenti costituiscono il tassello di una politica economica sociale di cui andiamo fieri», ha esordito il presidente del Consiglio.

Che poi ha chiamato alla ribalta il primo dei due attori protagonisti. «Cosa vuoi dire, Luigi?» E Gigino si è subito preso la sua parte di onori assicurando che la nuova legge contiene «norme anti-divano che non permettono a nessuno di abusare del reddito di cittadinanza». Poi Conte, da bravo cerimoniere, si rivolge a Matteo Salvini. «Sono felice. Tanto impegno e siamo passati dalle parole ai fatti. Più di così, in sette mesi non era facile fare», ha esultato il ministro dell’Interno. Il leader della Lega non ha certo perso l’occasione per chiudere i conti con i «grandi nemici» Monti e Fornero: «Quota cento la dedico alla signora Fornero e a Monti. Questo è un punto di partenza non di arrivo, obiettivo finale è quota 41, quindi la signora Fornero si prepari piangere ancora».

Poi è tornato in scena Luigino Di Maio assicurando che «le coperture ci sono, in 7 mesi abbiamo raggiunto un grande risultato. Oggi è un giorno storico, in 20 minuti il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a una norma fondamentale che istituisce un nuovo welfare state in Italia». Sorrisi. Di Maio, poi, ha spiegato come verrà erogato il reddito di cittadinanza: «Per febbraio saremo pronti a pubblicare il sito internet che dirà quali documenti sono da preparare e poi il sito da marzo sarà attivo per recepire la documentazione».

Niente code agli sportelli. quindi. Sorrisi. «È possibile fare tutto con il portale»main alternativa si potrà usare «un normale sportello postale» o i Caf. «Poi l’Inps verifica e il reddito sarà erogato con una normalissima carta elettronica di Poste italiane. Dopo l’accesso al programma, entro 30 giorni, si sarà contattati dai soggetti attuatori». Sorrisi da parte di tutti. Con Conte che esclude manovre correttive nonostante «si profili una congiuntura non favorevolissima. Consentiteci di mettere in opera le cose che facciamo, non è tempo di parlare di manovre correttive». Sorrisi a favore di telecamere, oggi è tempo di festeggiamenti.

Alla fine è spuntata la clausola di salvaguardia anche su «quota 100». Per dare il via libera al decretone sul «reddito di cittadinanza» e i pensionamenti anticipati a 62 anni d’età e 38 di contributi, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, la Ragioneria generale dello Stato ha preteso l’introduzione di un articolo per il monitoraggio della spesa e il pronto intervento del governo nel caso in cui si profilino uscite superiori alle disponibilità stanziate (3,9 miliardi per «quota 100» nel 2019). In sostanza, se servissero più soldi, si provvederebbe o tagliando altri capitoli di spesa del ministero del Lavoro o, se questo non fosse sufficiente, con una vera e propria manovra.

Un milione di pensioni

L’articolo 27 del decreto dispone che l’Inps, ogni due mesi quest’anno e ogni tre mesi nel 2020 e nel 2021, raccolga i dati sulle domande di pensione con «quota 100» accettate e li comunichi ai ministeri del Lavoro e dell’ Economia. Se dovesse emergere la prospettiva di uno sfondamento del tetto di spesa il ministro dell’Economia assumerebbe «tempestivamente le conseguenti iniziative» per reperire le risorse necessarie.

Il governo è sicuro che non ci sarà bisogno di attivare la clausola perché le pensioni non saranno più di quelle previste: 290 mila, secondo le ultime stime, quelli che chiederanno «quota 100» quest’anno; 355 mila tutte le pensioni in più quest’anno rispetto a prima del decreto, tenendo conto anche di «opzione donna», «precoci», Ape sociale e blocco dell’aumento di 5 mesi sul requisito per le normali pensioni anticipate. In tre anni la platea potenzialmente interessata è di un milione di lavoratori, dice il governo.

Misura sperimentale

Sempre a garantire che «quota 100» non finisca per far saltare i conti della previdenza, il decreto afferma immediatamente, in apertura del Titolo n dedicato alle pensioni, che questa misura è adottata «in via sperimentale, per il triennio 2019-2021». Durante questo periodo tutti i lavoratori iscritti alle gestioni che fanno capo all’ìnps e che hanno almeno 62 anni d’età e 38 di contributi potranno (si tratta di una libera scelta) andare in pensione anticipata. Per evitare la corsa a «quota 100», alla fine è stata introdotta una norma che consente di esercitare questo diritto anche dopo il 2021, purché sia stato maturato nel triennio 2019-2021.

I lavoratori del settore privato che hanno raggiunto i requisiti entro il 31 dicembre 2018 riceveranno la pensione con decorrenza dal primo aprile 2019. Quelli che li raggiungono dal primo gennaio 2019 avranno la pensione con decorrenza tre mesi dopo la maturazione dei requisiti stessi. I dipendenti pubblici dovranno aspettare di più. Coloro che raggiungono almeno 62 anni d’età e 38 di contributi entro l’entrata in vigore del decreto avranno infatti rassegno con decorrenza primo agosto. Quelli che maturano i requisiti dal primo febbraio 2019 dovranno aspettare 6 mesi (anziché i 3 dei privati) e avranno l’obbligo di dare un preavviso che andranno in pensione almeno 6 mesi prima al datore di lavoro. I lavoratori della scuola potranno infine uscire con «quota 100» dal primo settembre prossimo, con domanda da presentare entro il 28 febbraio. Tutti i pensionati pubblici potranno avere un anticipo della liquidazione (di solito pagata dopo 2-3 anni) ma fino a 30 mila euro.

Un’altra norma tesa ad evitare che tutti i potenziali aventi diritto vadano in pensione prima è il divieto di cumulare l’assegno con redditi da lavoro superiori a 5 mila euro Tanno. Il divieto vale fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia (ora 67 anni). Questa norma mira anche a favorire l’assunzione di giovani, obiettivo al quale è dedicato anche l’articolo sui Fondi di solidarietà bilaterali costituiti da imprese e sindacati che, in presenza di accordi aziendali che prevedano assunzioni, potranno erogare un assegno di accompagnamento a «quota 100» ai lavoratori con almeno 59 anni d’età e 35 di contributi.

Proroghe e blocchi

Il decreto mantiene in vita «opzione donna»: le lavoratrici dipendenti con 58 anni d’età (59 se autonome) e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2018 potranno andare in pensione, ma con l’assegno calcolato interamente col contributivo. Fino al 31 dicembre, inoltre, resta l’Ape sociale, l’anticipo di pensione fino a 1.500 euro al mese per alcune categorie svantaggiate di lavoratori con almeno 63 anni d’età e 30 0 36 di contributi, secondo i casi.

II provvedimento congela l’aumento di 5 mesi del requisito per la normale pensione anticipata, che resta dunque di 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne), indipendentemente dall età. Ma lo sconto in realtà è di soli due mesi perché la pensione scatterà con un ritardo di tre mesi. Stessa cosa per i lavoratori «precoci», quelli che hanno cominciato prima dei 18 anni: andranno in pensione dopo 41 anni di contributi più la «finestra» di tre mesi.

Riscatto della laurea

Si potranno riscattare periodi di buco contributivo per un massimo di 5 anni. In particolare il corso di laurea potrà essere riscattato a condizioni agevolate da chi non ha più di 45 anni d età e ha cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 (ricade quindi interamente nel sistema contributivo). Il costo del riscatto sarà per il 50% detraibile in cinque quote annuali.

Monitoraggio bimestrale dell’lnps Così arriva la norma «salva spesa»

Per l’uscita anticipata dal lavoro con la cosiddetta «quota 100», nel decreto è stata inserita una clausola «salva spesa», voluta dalla Ragioneria generale dello Stato, per evitare sforamenti sul fronte pensioni. Nel dettaglio, è previsto un monitoraggio bimestrale da parte dell’lnps: «Nel caso in cui emergano scostamenti, anche in via prospettica», rispetto alle disponibilità stanziate (3,9 miliardi per «quota 100» nel 2019) è previsto che scattino i tagli ai ministeri competenti (in questo caso al ministero del Lavoro) e, quando non sufficienti, altre misure correttive, cioè una vera e propria manovra.

Dipendenti pubblici, il via dal 1° agosto Oppure 6 mesi dopo l’entrata in vigore

Per chi ha i requisiti per andare in pensione con «quota 100», può scattare il count down: «I dipendenti pubblici che maturano entro la data di entrata in vigore del decreto i requisiti previsti dal comma 1 — si legge nel testo — conseguono il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico dal 1° agosto 2019». Per chi matura i requisiti dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto su pensioni e reddito di cittadinanza, il diritto all’assegno pensionistico con «quota 100» scatta dopo sei mesi dalla data di maturazione degli stessi requisiti.

Per i lavoratori privati si parte il 1° aprile  paletti per chi ha reddito da lavoro

Per i lavoratori privati la pensione con «quota 100» scatterà dal 1° aprile 2019, se i requisiti sono stati maturati entro il 31 dicembre del 2018. Nel caso, invece, in cui i requisiti siano stati raggiunti dopo il 1° gennaio 2019, allora la pensione con «quota 100» scatterà dopo 3 mesi. Resta valido quanto previsto fin dal concepimento della misura «quota 100»: la pensione non sarà cumulabile con redditi da lavoro dipendente o autonomo, mentre la pensione potrà essere cumulabile con redditi da lavoro occasionale ma fino a un tetto massimo di 5 mila euro.

Prevista la «salvaguardia del diritto» per chi matura i requisiti entro il 2021

La pensione con «quota 100» viene introdotta in via sperimentale per il triennio 2019-2021, ma gli effetti non si limitano al 2021. Chi, infatti, maturerà i requisiti entro il 31 dicembre 2021 potrà esercitare l’opzione di uscita anticipata anche dopo quella data. Si tratta, in pratica, di una sorta di «salvaguardia del diritto», che potrebbe consentire di evitare una «corsa» a quota 100, diluendo le uscite. In caso contrario si sarebbe potuto andare incontro a una richiesta eccessiva di risorse per far fronte alle domande, cosa che invece si è cercato di escludere con la clausola «salva spesa» di cui al punto 1.

I calcoli dei sindacati: in poche raggiungono i 38 anni di contributi

Saranno poche le donne che potranno usufruire di «quota 100», il canale di pensionamento anticipato introdotto con il decreto legge approvato dal consiglio dei ministri ieri. Per andare in pensione con «quota 100» servono infatti almeno 62 anni d’età e 38 anni di contributi. È soprattutto il requisito contributivo ad essere difficilmente raggiungibile dalle donne, protestano i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che nei giorni scorsi hanno indetto una manifestazione nazionale a Roma per sabato 9 febbraio. Le tre confederazioni chiedono,in particolare, di riconoscere alle donne lavoratrici periodi di contribuzione figurativa in modo da facilitare il raggiungimento dei 38 anni di versamenti necessari a «quota 100». Nello specifico: 12 mesi per ogni figlio e il riconoscimento del lavoro di cura verso anziani e disabili presenti in famiglia. I dati Inps di ieri sembrano confermare i timori del sindacato: nel 2018, a causa dell’aumento dei requisiti per le pensioni delle donne, c’è stato un calo del 20,4% degli assegni liquidati alle ex lavoratrici. Si differenzia invece dal giudizio critico il sindacato Ugl, vicino alla Lega. Il segretario, Paolo Capone, parla infatti «un deciso cambio di passo riguardo le politiche sociali».

Chi fa lavori gravosi rischia di essere il più penalizzato

Protestano anche le organizzazioni dei lavoratori edili. «Trentotto anni di contributi per accedere alla pensione con “quota 100” sono traguardi irraggiungibili per il 99 per cento degli operai edili italiani. I quali a 65 anni hanno, secondo le statistiche, mediamente tra i 27 e i 31 anni di contribuzione», dice il segretario generale della Fillea-Cgil, Alessandro Genovesi. Non solo. «Guardando alla platea di coloro che poi ranno andare in pensione anticipata a 62 anni d’età con 38 di contributi — aggiunge il sindacalista—vediamo che di fatto ne restano fuori proprio coloro che svolgono lavori gravosi e discontinui, oltre che i giovani, in particolare nel Mezzogiorno», dove è più difficile avere contratti di lavoro stabili. Per questo i sindacati chiedono anche di «realizzare una pensione contributiva di garanzia per i giovani», ripristinando in sostanza l’integrazione al minimo anche per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 e quindi ricade interamente nel metodo contributivo dove l’assegno è calcolato sui contributi versati durante tutta la vita lavorativa, senza che sia previsto un importo base come accade invece per i lavoratori più anziani con la pensione integrata al minimo, oggi pari a 513 euro.

L’assegno di invalidità sarà integrato ma solo per 255 mila

Una platea di 255mila persone con disabilità riceverà un’integrazione dell’assegno di invalidità civile. Così i disabili sono riusciti ad «entrare» nel decreto su reddito e pensioni di cittadinanza che prevede un sostegno fino a 20 mila euro per le famiglie al di sotto della soglia di povertà e con un disabile in casa. Ma se per il vicepremier Matteo Salvini è «solo un primo passo, quello giusto per migliorare la vita di 255 mila italiani», per le famiglie dei disabili è davvero I toppo poco. Nei giorni scorsi il vicepremier aveva promesso di fare di più e lo stesso premier Giuseppe Conte aveva parlato di «una soluzione». Le associazioni ci avevano sperato, pur sapendo che «le risorse non sono sufficienti». Però la Federazione per il superamento dell’handicap (Fish) aveva lanciato un documento di 8 punti come punto di partenza. Tra questi l’aumento del limite minimo Isee a 15 mila euro (da 9.630) per le famiglie con un disabile grave 0 l’inclusione nel Patto per il lavoro anche delle persone con disabilità. Non nascondono quindi un po’ di delusione per il «primo passo» del governo. Ma non tutto è perduto. Come dice Salvini:
«Se il Parlamento riterrà, potrà apportare miglioramenti ad uno strumento che è già molto buono».

La riforma di quota 100 arriva nel giorno in cui l’Inps certifica i primi risparmi dovuti alla legge Fornero. Con l’aumento dell’età di pensione di vecchiaia delle donne, infatti, crolla il numero di uscite nel 2018, che passano dalle 607.525 del 2017 alle 483.309 dello scorso anno, con un calo del 20,44 per cento. Alla base di questa riduzione, spiegano all’Inps, c’è il fatto che si si è concluso «il percorso di equiparazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne nel settore dei dipendenti privati e dei lavoratori autonomi. La pensione di vecchiaia nel 2018 viene infatti erogata al raggiungimento dell’età di 66 anni e 7 mesi sia per gli uomini che per le donne». Non solo. Nel 2018 si è registrato anche il netto calo anche degli assegni sociali che passano dai 79.257 del 2017 con un importo medio di 399 euro, ai 16.621 dello scorso anno con un importo medio di 409 euro, per un calo del 79,02%. Anche in questo caso il risparmio per le casse della previdenza è dovuto all’innalzamento «di un anno il requisito di età utile per la liquidazione dell’assegno». Nello stesso tempo, però, aumenta l’importo medio degli assegni erogati, che sale da 989 a 1.103 euro. In complesso, comunque, spiega il documento Inps, «nel 2018 si registra un numero complessivo di liquidazioni di vecchiaia inferiore al corrispondente valore del 2017: la differenza in parte verrà colmata con lo smaltimento nel 2019 delle giacenze delle pensioni con decorrenza precedente».

Sono circa 1.500 sui 7.500 dipendenti del servizio pubblico sanitario i chirurghi che potrebbero decidere di uscire dagli ospedali approfittando del «quota 100». Significherebbe «la morte della professione oltreché la chiusura di diversi centri», vede nero Piero Marini, presidente dell’associazione Acoi che rappresenta gli specialisti del bisturi, capo dipartimento al San Camillo, il maggiore polo chirurgico romano.
L’intera categoria dei camici bianchi é in allarme per il presente e il futuro. Ieri medici, veterinari e dirigenti sanitari a nome di tutti i sindacati hanno di nuovo manifestato davanti al ministero della Pubblica amministrazione per chiedere il rinnovo del contratto di lavoro, bloccato da 10 anni, oltre a un piano di
assunzioni necessarie «a garantire la sopravvivenza del sistema» e a riconquistare la dignità. Sui cartelli, descritta una situazione al collasso: «No ad orari di lavoro senza limite, milioni di giovani senza futuro, 15 ore di straordinari non pagate».
La giornata si é chiusa con la promessa di un emendamento al decreto sulle semplificazioni che permetterà di far ripartire il contratto. Per il 25 é intanto in calendario uno sciopero nazionale.
I chirurghi sono tra i professionisti più sofferenti. Marini basa la stima dei 1500 addii all’ospedale anche sulle testimonianze raccolte tra i colleghi: «Le do per certo che centinaia lasceranno se la scelta non sarà penalizzante ai fini dell’assegno pensionistico. Non se ne può più».
Marini chiede che il vuoto lasciato dall’esodo venga colmato dallo sblocco del turn over, con nuove assunzioni. Altrimenti si rischia di grosso. In due grossi ospedali della Calabria «due primari sono  costretti a sostenere 15 ore di reperibilità notturna a settimana. Non si trova personale per la chirurgia d’urgenza».
La crisi é legata al problema dei contenziosi. Il rischio di incorrere in una denuncia da parte dei pazienti, spiega Marini, «é insostenibile, una ghigliottina sospesa sul collo. L’ 80% di noi hanno dichiarato di essere molto preoccupati quando entrano in sala operatoria e ammettono di interrompere l’intervento se si presentano imprevisti cui dover far fronte con manovre pericolose. Oppure di non operare affatto».
Il 95% dei procedimenti si risolvono con un nulla di fatto ma nel frattempo il chirurgo ha sostenuto il peso anche morale di una causa e di spese legali. Il fenomeno rende meno appetibile la specializzazione
in chirurgia. Nell’ultimo concorso, su 16 mila neolaureati le richieste per ottenere una borsa di studio sono state appena 90 sulle 350 disponibili. Quelle non assegnate sono così andate perdute.
Il timore di finire sul banco degli imputati non é l’unico deterrente. Marini continua: «Si aggiunge l’insoddisfazione per i programmi formativi. Gli specializzandi all’interno delle scuole non vengono messi in condizione di operare il numero di ore necessarie per essere preparati. Quando terminano il corso nessuno di loro é in grado di entrare nel mondo del lavoro e di sentirsi sicuri nell’affrontare un intervento».

Insieme all’approvazione del reddito di cittadinanza è stato ufficializzata anche alla possibilità di andare via dal lavoro in anticipo grazie allo scivolo pensionistico offerto dalla ormai nota Quota 100, ovvero 62 di età e 38 anni di contributi. Come ha spiegato il vicepremier Matteo Salvini i “requisiti per accedere a Quota 100 matureranno a partire dal primo agosto per i lavoratori pubblici, da Aprile per i privati”.

Pensione con quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi)

Destinatari: Iscritti all’assicurazione generale obbligatoria e alle forme esclusive e sostitutive delle medesime, gestite dall’lnps, nonché alla gestione separata. Per i lavoratori privati è prevista una finestra trimestrale mobile di 3 mesi prima della decorrenza dell’assegno. Per chi ha maturato i requisiti entro il 2018 la finestra si aprirà comunque il i° aprile del 2019. Per i dipendenti pubblici il termine per il raggiungimento dei requisiti è fissato al 31 dicembre 2018 e le pensioni si avranno a partire da luglio (finestra di 6 mesi). Per chi matura i requisiti dal i° gennaio 2019 la finestra mobile semestrale decorrerà a partire dalla maturazione dei requisiti La misura è sperimentale per il triennio 2019-2021 e nel primo anno il Governo si aspetta poco più di 30omila domande.

Pro – Anticipo fino a 5 anni rispetto alla pensione di vecchiaia

Contro – Assegno più basso a causa dei minori contributi versati e incumulabilità con altri redditi fino a 67 anni (ammesso fino a 5mila euro peri redditi occasionali).

Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto su reddito cittadinanza e quota 100, misure cardine del programma di governo previste dalla legge di bilancio. Il premier Conte rivendica:

“Sono due misure che non rispondono evidentemente a estemporanee promesse, fatte durante una campagna elettorale, in modo un po’ improvvido, ma rispondono a due misure che costituiscono un progetto di politica economica sociale di cui questo , governo e fiero è un progetto che riguarda 5 milioni di persone in condizioni di povertà e riguarda un milione di persone che nel triennio potranno andare in anticipo in pensione”.

Il decreto arrivato nel Consiglio dei Ministri, 27 articoli spiegano che il reddito di cittadinanza è una misura di politica attiva a garanzia del diritto al lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza. Riguarderà un milione e 700 mila famiglie, compresi 250000 nuclei con disabili fra i requisiti richiesti un reddito Isee inferiore a €9360 un valore del patrimonio immobiliare diverso dalla prima casa non superiore a €30000 è un conto corrente non superiore a €6000, la soglia cresce in base al numero di figli e alla presenza di disabili, bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni. E’ un integrazione al reddito , fino ad un massimo di €780 mensili a persona dura 18 mesi e rinnovabili dopo un mese di pausa, tra gli obblighi previsti, oltre a quello di seguire corsi di formazione, accettare una delle tre offerte di lavoro.

Il vicepremier Matteo Salvini annunciando il via libera alla riforma della legge Fornero spiega che se meno persone chiederanno di accedere allo scivolo pensionistico di quota 100 “i soldi che avanzeranno verranno reinvestiti in tagli delle tasse.”

“Quota cento la dedico alla signora Fornero e Monti, è un punto di partenza non di arrivo, obiettivo finale è quota 41, quindi la signora Fornero si prepari piangere ancora”

Opzione Donna (35 anni di contributi)

Destinatari: lavoratrici che entro il 31 dicembre 2018 hanno maturato almeno 35 anni di contributi e 58 anni di età per le dipendenti (59 per le autonome). L’assegno viene ricalcolato interamente con il metodo contributivo e decorrenza posticipata di 12 mesi
(18 per le autonome e le miste)

Pro – Anticipo fino a 9 anni rispetto alla pensione di vecchiaia

Contro – Rischio taglio dell’assegno fino al 40% per chi ha maturato contributi calcolati con il metodo retributivo e misto.

Lavori Usuranti (61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi)

Destinatari: sono circa 6mila i lavoratori potenziali beneficiari ogni anno della pensione anticipata per lavoro usurante. Si tratta di persone che hanno svolto una o più delle attività usuranti (tratte da un apposito elenco, come i lavori nelle cave, quelli ad alta temperatura, quelli notturni) per un tempo pari ad almeno la metà della vita lavorativa (o sette anni negli ultimi dieci).

Pro – Nessun costo, nessuna finestra, sospeso l’adeguamento di vita fino al 2026

Contro – Assegno più basso a causa dei minori contributi versati rispetto al raggiungimento dei 67 anni

Isopensione (7 anni di distanza massima dalla pensione di vecchiaia o anticipata)

Destinatari: lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti. L’isopensione è il trattamento a cui accede il lavoratore che sottoscrive un accordo di esodo con prepensionamento a carico dell’azienda. Dal momento in cui smette di lavorare fino alla pensione, percepisce un importo mensile pagato dall’ex datore di lavoro. La possibilità di anticipare 7 anni rispetto alla vecchiaia è prevista fino al 2020, dopo si potranno anticipare 4 anni

Pro – Costi a carico del datore di lavoro. Il dipendente maturerà la pensione piena

Contro – Procedura complessa e molto onerosa per le aziende

Ape Volontario (63 anni di età e 20 anni di contributi)

Destinatari: lavoratori privati. Per poter fare domanda non devono mancare più di tre anni e sette mesi all’età della pensione di vecchiaia. Il lavoratore potrà così ricevere un assegno ponte per un massimo di 43 mesi prima della pensione di vecchiaia, alimentato con un prestito che sarà poi restituito con rate ventennali trattenute sulla futura pensione di vecchiaia.

Pro – Possibilità di uscita dal lavoro fino a 3 anni e 7 mesi prima rispetto alla vecchiaia

Contro –  Costo a carico del lavoratore (con credito d’imposta che dimezzai costi finanziari e assicurativi)

Ape Sociale (63 anni di età e 30/36 anni di contributi)

Destinatari: disoccupati che hanno concluso l’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi con 30 anni di contributi; lavoratori che assistono familiari conviventi di i° o 2° grado con disabilità grave da almeno 6 mesi con 30 anni di contributi; lavoratori
con invalidità superiore o uguale al 74% con 30 anni di contributi; dipendenti che svolgono un lavoro pesante (e lo hanno svolto per almeno 6 anni negli ultimi 7) con 36 anni di contributi. Le lavoratrici madri possono beneficiare
di un anno di sconto dei requisiti contributivi per ogni figlio fino al massimo di 2 anni

Pro – Nessun costo, il prestito ponte è a carico dello Stato

Contro – L’assegno max è di 1.500  lordi mensili per 12 mesi e non conviene a chi ha almeno 38 anni di contributi che con un anno di età in meno può accedere a quota 100

Lavoratori Precoci (41 anni di contributi)

Destinatari: lavoratori che hanno versato almeno un anno di contributi da lavoro effettivo prima dei 19 anni di età e svolgono attività particolarmente faticose (Dm
lavoro 5.2.2018 o Dlgs 67/ 2011), oppure sono care givers, invalidi civili almeno al 74% o disoccupati che abbiano esaurito la Naspi e passato un ulteriore trimestre di inoccupazione. L’assegno è calcolato con il sistema misto o retributivo ed è erogato dopo tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti

Pro – Anticipo fino a 8 anni rispetto alla pensione di vecchiaia

Contro-  Incumulabilità reddituale fino al raggiungimento dei requisiti ordinari

In pensione a 62 anni. Matteo: senza penalità

La scommessa è un milione di pensionati (nel triennio), a fronte di un milione di nuove assunzioni. Per il momento la misura resta “sperimentale”. E la famosa quota 100 è limitata al triennio 2019-2021, con un investimento di 22 miliardi. Il requisito anagrafico per poter accedere all’anticipo pensionistico è di 62 anni e un minimo di 38 anni di contributi «senza nessuna penalizzazione », ha voluto precisare il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini.  I requisiti per i dipendenti delle aziende private decorrono dal prossimo1° aprile per chi matura il diritto al 31 dicembre. Invece per i lavoratori pubblici «per motivi tecnici i requisiti matureranno a partire dal primo agosto».

CONGELATI GLI SCATTI Vengono congelati gli scatti di età e la pensione non sarà legata all’aspettativa di vita; così come la possibilità di cumulare periodi assicurativi presenti su più gestioni e la cumulabilità con redditi da lavoro da lavoro occasionale (con un tetto massimo di 5mila euro). Per accedere al pensionamento i dipendenti pubblici dovranno dare un preavviso di 6 mesi mentre viene istituito il Fondo Bilaterale per il ricambio generazionale: si può andare in pensione a quota 100 a patto che ci sia un’assunzione contestuale. Viene introdotta la possibilità di andare in pensione in anticipo se si possono rivendicare 42 anni e 10 mesi di contributi, se uomini, e con 41 anni e 10 mesi di contributi, se donne. E maturati i requisiti viene garantito che la pensione verrà erogata entro 3 mesi.

ASSEGNO IN 3 MESI Ripresentata anche l’Opzione donna: «Le lavoratrici a 58 anni se dipendenti, e 59 se autonome, con almeno 35 anni di contributi al 31 dicembre 2018possono andare in pensione (Opzione donna). Mentre ai lavoratori «precoci non si applicano gli adeguamenti alla speranza di vita». Potranno quindi andare in pensione con 41 anni di contributi. Nel caso di sforamenti (più domande del previsto), scatterebbero «dei tagli al ministero competente », ovvero quello del Lavoro. Altra novità è il meccanismo della “pace contributiva”, vale a dire la possibilità di riscattare, su richiesta, periodi «di buco contributivo non obbligatori per massimo 5 anni». Viene anche introdotto «il riscatto del periodo di laurea a condizioni agevolate» per chi ha meno di 45 anni, con una detraibilità del 50% in 5 quote annuali e rateizzazione fino a 60 rate mensili. Sciolto il nodo del pagamento del Trattamento di fine servizio (Tfs/Tfr) che «tutti i pensionati pubblici (e non solo quota 100)» potranno avere subito. Almeno i primi 30mila euro (95% degli interessi a carico dello Stato). Soglia da elevare a 40/45mila euro.

Il reddito di cittadinanza durerà per sempre

Ogni promessa è (un) debito. L’impegno elettorale ieri sera si è trasformata in realtà, e vale circa 6 miliardi di nuovo debito sui conti pubblici. Dal prossimo 1 aprile arriverà, infatti, il famoso reddito di cittadinanza( 18 mesi rinnovabile per un altro anno e mezzo dopo una pausa di almeno 1 mese). Quattrini che dovrebbero finire nelle tasche di 5,7 milioni di cittadini (1,7 milioni di famiglie). Entro i prossimi 30 giorni l’Inps dovrebbe emanare i decreti attuativi, allestire il sito ed elaborare un modulo standard. Chi si trova in difficoltà economiche, non ha lavoro o ha un reddito tanto modesto (sotto i 6mila euro l’anno), a marzo dovrà rivolgersi ad un ufficio postale o in un Centro di assistenza fiscale. Quindi richiedere, o aggiornare, la Dsu (Dichiarazione sostitutiva unica), e l’Isee (il documento che definisce l’Indicatore della situazione economica equivalente).

E ovviamente compilare il modulo che entro il 1 aprile (e non«è uno scherzo»,ha assicurato Matteo Salvini), consentirà di accreditare sulla tessera bancomat il famoso reddito mensile (fino a 780 euro). Attenzione: si potranno ritirare in contanti massimo 100 euro al mese e «chi non spenderà entro il mese i soldi con la card», ha scandito il vicepremier Luigi Di Maio, «li perderà » perché il reddito di cittadinanza «è una misura che deve iniettare nell’economia i miliardi che stanziamo. Pensiamo che i nuclei che li riceveranno saranno motore per l’economia ».

BISOGNA SPENDERE Per garantire l’assistenza dei Centri di assistenza fiscale a chi vorrà presentare domanda, sono stati stanziati 20 milioni a favore dei Caf. Mentre l’Inps dovrebbe inviare una comunicazione entro marzo agli aventi diritto per segnalare al cittadino che può fare domanda. Comunque sia per ottenere l’assegno (o parte di esso), bisognerà dimostrare di avere un Isee massimo di 9.360 euro. Viene considerato anche il Reddito familiare che dovrà essere inferiore alla soglia di 6.000 euro annui (per un single), con un incremento per ogni componente (con un parametro massimo di 12.600 euro a seconda dei carichi familiari). A richiederlo potrà’ essere anche chi percepisce già il Rei (Reddito di inclusione), che potrà comunque scegliere se continuare a beneficiare del Reddito di inclusione o se passare al nuovo sistema.

BONUS AFFITTO Il Reddito di cittadinanza dovrebbe ammontare a 500 euro a famiglia a cui aggiungere eventuali 280 euro per l’affitto. La pensione di cittadinanza invece in un massimo di 630 euro a cui aggiungere eventuali 150euro per l’affitto o per il mutuo. Chi sottoscrive la richiesta si impegna ad un “patto per il lavoro” e ad accettare un’offerta di lavoro su tutto il territorio nazionale dopo 18 mesi del sostegno. Nei primi 6 mesi si dovrà accettare una delle tre offerte entro 100 chilometri dalla residenza. Dal sesto e il 12/omese entro 250km ed oltre il 18/o mese. Nel secondo ciclo di erogazione del Reddito, ovunque in Italia, nel caso in famiglia non ci siano minori né disabili.

L’assegno verrà erogato anche agli stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni (gli ultimi due in modo continuativo). Le aziende che assumono un beneficiario del reddito avranno in dote anche l’importo percepito dal neo-assunto per i mesi rimanenti fino alla fine dei 18 mesi (con un minimo di 5 mesi). Per donne e disoccupati da lungo tempo all’impresa arriva viene corrisposta una mensilità extra. Le aziende percepiscono metà dell’importo del Reddito (sempre fino alla fine dei 18 mesi), nel caso in cui il beneficiario usufruisca di un corso di formazione per l’impiego o per compensare le agenzie per il lavoro (il restante 50%). Rischiano invece di restare senza risorse i Centri per l’impiego che inizialmente dovevano avere a disposizione 1 miliardo per assumere i 4mila nuovi addetti (più gli altri 4mila dell’Anpal servizi). Gli stanziamento sono stati ridotti a 473 milioni per il 2019 e ad appena 44 milioni per il 2020. Chi ha diritto al reddito può anche scegliere – entro i primi 12 mesi – di aprire un’attività autonoma incassando un bonus una tantum di 6 mensilità. Nella speranza che tutto questo basti per rilanciare l’occupazione, aiutare le famiglie indigenti e che le sanzioni (fino a 6 anni di carcere per chi comunica dati falsi), allontanino i soliti furbetti a caccia di contributi.

Trenta milioni di italiani sono stati imbrogliati dal governo. L’approvazione del decreto sul reddito di cittadinanza è un’offesa per chi lavora ogni santo giorno, fa sacrifici umani e familiari, manda avanti la nazione senza ricevere nemmeno un grazie, mai, dalle istituzioni statali. Ma c’è di peggio. È inconcepibile un Paese che aumenta la pressione fiscale allo scopo di regalare un sussidio di qualche centinaio di euro a persone sconosciute al fisco, mai comparse in un ufficio del lavoro, rom, immigrati e con ogni probabilità camorristi, mafiosi e ‘ndranghetisti.

Conte ha fatto sapere che stanerà i furbetti. Non ci crede nessuno. È scandaloso che l’esecutivo a trazione cinquestelle voglia aumentare la pensione (anch’essa di cittadinanza) a chi non ha mai versato un contributo all’Inps o addirittura a stranieri, capitati nel nostro Paese attraverso un ricongiungimento, i quali ora potranno godere di un aumento a fine mese, spassandosela magari nella loro terra d’origine. Palazzo Chigi, nel testo del provvedimento varato ieri, ha precisato come i controlli saranno al massimo. Non ci crede nessuno. È abominevole che una signora che lavora part-time o un giovane praticante- apprendista guadagnino 750 euro al mese, versando regolari contributi, mentre gente abituata a contarsi i pollici sul divano incasserà la stessa cifra soltanto iscrivendosi a una lista e attendendo un’offerta per un impiego nel raggio di pochi chilometri da casa. Forse i ragazzi che hanno studiato per incamerare una miseria o le donne che fanno i salti mortali per contribuire al bilancio familiare sono dei cittadini di serie B? Sono degli scemi? Degli allocchi? Della gente da prendere in giro? Giggino promette di abolire la povertà. Non ci crede nessuno.

UNO SU DUE È pazzesco che per dare la mancia a nullafacenti, sfaticati e approfittatori, si attinga alla fiscalità generale. Alle tasse che i contribuenti pagano. Sei miliardi all’anno, con tendenza ad aumentare. Già sono appena 30 milioni i cittadini che contribuiscono ad alimentare il gettito Irpef, mantenendo quindi gli altri 30 milioni di connazionali. Non basta. Di Maio toglie ulteriori risorse alla pubblica amministrazione, alla sanità, agli investimenti per donarli ai propri elettori, precipuamente meridionali. Qualche ministro annuncia che però le imposte caleranno. Non ci crede nessuno. È immorale che per raccattare risorse l’esecutivo abbia introdotto una vera e propria sciagura, chiamata fattura elettronica: 2,2 milioni di piccolissimi imprenditori, eroi che sfidano ogni giorno burocrazia e fisco pur di lavorare, devono combattere anche con una novità introdotta allo scopo di racimolare 2 miliardi. Si dice che la cifra sia congrua, in quanto è frutto di evasori. Sarà, ma intanto a impazzire sono quelli che gli adempimenti fiscali li onorano. Eccome se li onorano.

Tria sostiene che la fattura elettronica non desta preoccupazioni fra le aziende. Non ci crede nessuno. È ignobile inoltre tassare i pensionati, da 2000 euro lordi in su, per fregare loro un altro paio di miliardi, sempre destinati ad alimentare il fondo dell’inefficienza, quello del reddito di cittadinanza. Come è profondamente ingiusto penalizzare brutalmente le cosiddette pensioni d’oro, che sono alte per un motivo ben preciso: manager e dirigenti hanno versato una vagonata di contributi. M5S ha sempre sottolineato che si tratta di un taglio equo. No, revocare i diritti acquisiti è un gesto venezuelano. La lezione che impartisce Cinquestelle è dunque la seguente: se sei sempre stato in regola lo prendi in quel posto. Al governo sperano di risolvere i guai della Fornero. Non ci crede nessuno. È una vergogna infine aumentare il debito pubblico per alimentare l’assistenzialismo, causa dell’arretratezza dell’Italia. Purtroppo la situazione è destinata a peggiorare per i conti dello Stato. Il governo si definisce del “cambiamento”. Non ci crede nessuno.

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