Roma – Milan diretta Come vedere Streaming gratis Live Link tv Serie A Su Rojadirecta

Dove vedere Roma Milan, diretta tv e streaming

La partita che si giocherà questa sera 3 Febbraio 2019 alle ore 20:30, presso lo stadio San Paolo, sarà trasmessa in esclusiva diretta streaming su Dazn, ma ovviamente sarà visibile anche su altri dispositivi. La versione integrale della partita si potrà anche guardare on demand e quindi tutti gli appassionati e tifosi potranno rivedere la gara quando vorranno. Ovviamente sarà possibile guardare il big match in televisione qualora si possiede una smart TV, scaricando l’applicazione, avendo sottoscritto un abbonamento a Mediaset Premium o a Sky Q. In questo caso però bisognerà vedere se la TV di cui si è in possesso è compatibile con il servizio Dazn. Se non siete ancora abbonati a Dazn, potrete vedere la partita in modo assolutamente gratuito, visto che il primo mese lo offre la piattaforma. Dovrete solo effettuare la registrazione ed attivare l’abbonamento per un mese gratuitamente. Poi se vi troverete bene con la visione, potrete continuare con l’abbonamento al costo di 10 euro al mese.

Rojadirecta Roma-Milan

ROJADIRECTA Roma Milan – Come sito di streaming gratuito uno dei più famosi è Rojadirecta. Il sito spagnolo dovrebbe presentare il link della gara poco prima dell’inizio del match. Vi ricordiamo, come sempre, di non usare questa pratica, visto che potreste incorrere in multe e sanzioni elevate.

Roma-Milan streaming, dove vedere il match: no Rojadirecta

Il big match dell’Olimpico verrà trasmesso il 3 febbraio alle ore 20:30 in esclusiva da Sky sui canali Sky Sport Uno (201 del satellite e 372 del digitale terrestre), Sky Sport Serie A (202 del satellite e 373 del digitale terrestre) e Sky Sport (solo sul satellite al canale 251)
Gli abbonati Sky che non riusciranno a vedere Roma-Milan in tv potranno come sempre seguire la gara in streaming con l’applicazione Sky Go tramite pc, tablet o smartphone.

Roma-Milan probabili formazioni

ROMA (4-2-3-1) – Olsen; Santon, Manolas, Fazio, Kolarov; De Rossi, Pellegrini; Florenzi, Zaniolo, El Shaarawy; Dzeko. All. Di Francesco
MILAN (4-3-3) – Donnarumma; Calabria, Musacchio, Romagnoli, Rodriguez; Kessié, Bakayoko, Paquetà; Suso, Piatek, Calhanoglu. All. Gattuso

Roma-Milan è il posticipo della 22ª giornata di Serie A. Gara particolarmente delicata, quella tra giallorossi e rossoneri, sia per la classifica, visto che si tratta di uno scontro diretto per il quarto posto, sia per il momento delle due squadre. I padroni di casa si presentano alla gara dell’Olimpico dopo la batosta subita nei quarti di finale di Coppa Italia, il 7-1 in casa della Fiorentina, un match che non ha fatto altro che aumentare le voci sull’esonero di Di Francesco. Ad appesantire la situazione c’è anche la classifica: dopo la rimonta subita dall’Atalanta, che è passata da 0-3 a 3-3, la Roma è costretta a vincere per scavalcare il Milan, quarto con 35 punti. I rossoneri, dal canto loro, sembrano aver trovato nuova linfa grazie all’arrivo di Piatek. Il polacco ha firmato la vittoria per 2-0 sul Napoli in Coppa Italia con una doppietta, e ha consentito alla squadra di Gattuso di raggiungere le semifinali.

Undici minuti di sospiri, riflessioni e metafore. Eusebio Di Francesco concentra in pochissime risposte la chiacchierata della vigilia più turbolenta. Più che una conferenza è stata una flash interview, di quelle che fanno i calciatori a bordo campo nel dopopartita. La spiegazione ufficiale della Roma: non c’era più tempo, alle 13 il canale tematico doveva trasmettere in diretta la partita della Primavera. Già ma allora perché è stata convocata una conferenza alle 12.45? In ogni caso Di Francesco, in attesa di giocarsi il futuro contro il Milan, non ha concesso neanche un momento di leggerezza all’uditorio: «In questo momento siamo incudine e dobbiamo stare zitti. Le chiacchiere stanno a zero. Servono fatti, fatti, fatti. Dipende soltanto da noi tornare a essere martello. Siamo noi i responsabili di questa situazione, nessun altro, e noi dobbiamo uscirne».  

Con garbo ma anche con chiarezza svela di non aver gradito certe critiche di alcuni media: «Voi fate il vostro lavoro e dovete analizzare e giudicare, in maniera giusta o sbagliata, corretta o ingiusta. A me non importa. Però c’è un libro che dice: nella comunicazione ci vuole lealtà tra le parti. Qui dentro (e si riferisce alla sala stampa, ndr) è difficile trovarla. Ma dentro allo spogliatoio la correttezza è fondamentale. E l’ho detto alla squadra. Io non devo individuare i colpevoli ma cercare le soluzioni: serve una maggiore unità d’intenti, essere una squadra, al di là di discorsi tecnici o tattici. Io vi capisco, dovete parlare di calcio 24 ore al giorno, ma certe cose che ho sentito sono campate in aria». Del 7-1 di Firenze vorrebbe cancellare soprattutto un aspetto: «Il nervosismo. L’espulsione di Dzeko ha messo in grave difficoltà la squadra che già perdeva 4-1. In certi momenti bisogna evitare figuracce. E noi non l’abbiamo fatto. Detto questo, Edin sa di aver sbagliato: ha chiesto scusa alla squadra davanti a tutti». E infatti, dopo essere stato punito con la multa prevista dal regolamento interno, stasera giocherà. 

 Senza entrare nel dettaglio, Di Francesco si rimprovera una serie di errori. Ecco un’altra metafora: «Sono il papà che a volte ha dato consigli sbagliati». E per la prima volta chiede indirettamente alla squadra di dimostrargli sul campo fiducia e fedeltà: «Dobbiamo migliorare per essere un blocco unito. Di buono c’è che ho visto nella squadra la voglia di rifarsi. De Rossi può essere il nostro mister in campo anche se non è al top. Ma sono i risultati a determinare i giudizi, il resto lascia il tempo che trova. Se i giocatori vi raccontano che non c’è sintonia con l’allenatore, ok. Altrimenti di che parliamo?».  

 Nessun giocatore potrà mai confessare di essere poco convinto della guida tecnica. Ma il punto è evidentemente un altro: «Come l’avete definita? Ah sì, una squadra agonizzante. Ecco, è vero che non siamo guariti. Ma non è che se stai male per forza muori». La terza e più macabra metafora diventa un sussulto d’orgoglio: «La vita offre sempre nuove opportunità. E noi dobbiamo sfruttarle per riprendere il percorso. Il resto non mi interessa». Eh già, lui è ancora qua. 

Il Milan è tornato ad essere padrone del suo destino. Il quarto posto (solitario) c’è e si vede, l’aria è diversa dopo l’addio di Higuain. Si sente anche nell’atmosfera gelida ma più salubre di Milanello. Dove sono spariti quasi del tutto i musi lunghi (senza Higuain, è pronto a sostituirlo Crutone?), dove l’infermeria si sta svuotando, dove gli arrivi di Piatek e Paquetà hanno portato nuove entusiasmo e, soprattutto, importanti certezze sul futuro. Anche il prudente e saggio Rino Gattuso ha già metabolizzato gli effetti benefici del mercato invernale che si è portato via, finalmente, la negatività e gli isterismi del Pipita. «Sì, il Milan è più forte – ha sentenziato alla vigilia della sfida contro la Roma, la prima dopo la chiusura della sessione invernale – ma anche perchè saranno nuovamente a disposizione giocatori come Biglia e Caldara, mai avuti per 3-4 mesi». 

 Al contrario di quanto predica solitamente («pensiamo a una partita alla volta»), ieri Rino ha già stilato una tabella addirittura a medio-lungo termine. «Dobbiamo arrivare in primavera, spesso “maldetta” in casa rossonera, mantenendo il presidio nella zona-Champions League – ha evidenziato -. Dobbiamo, quindi, continuare a lavorare con professionalità. Chi ha il muso lungo perché non gioca da protagonista deve pensare alla squadra. Se ragioniamo tutti nella stessa direzione possiamo fare qualcosa di importante». A Milanello si rischia l’«overbooking» (più di 30…ospiti) dopo il mercato di gennaio. Via Halilovic e Higuain, sono arrivati Piatek, Paquetà e il portiere Guarnone rientrato dalla sfortunata esperienza a Matera. Gattuso è convinto che «la gestione del gruppo è la componente più difficile. Allenare così tanti giocatori è più difficile quando vedi qualche muso lungo. Di conseguenza devi intervenire, essendo credibile, per farle impegnare al massimo tutti i giocatori». 

È già di grande attualità la possibile convivenza fra Piatek e Cutrone. «Robocop» è diventata la prima scelta. «Cutro», ovviamente, non è d’accordo. «Non è che non mi piaccia giocare con due attaccanti, ma devo verificare se è funzionale alla squadra – ha spiegato Gattuso -. Bisogna cavalcare l’onda e l’entusiasmo. Adesso dobbiamo affrontare la Roma, una squadra reduce da un periodo non positivo, che però è composta da grandi giocatori. Inoltre è quella che tira più in porta in Serie A . Per questo motivo all’Olimpico voglio vedere nei miei giocatori la stessa determinazione manifestata in queste ultime settimane. Dobbiamo stare attenti, non dobbiamo avere distrazioni». Nel 2019 il Milan ha collezionato una sola sconfitta (1-0 a Jedda in Supercoppa d’Italia contro la Juventus), un pareggio (Napoli in campionato) e ben 3 vittorie. Due di queste in Coppa Italia che hanno permesso al Milan di approdare alla semifinale contro la Lazio. 

Eppure Gattuso non si sente assolutamente al sicuro. La sua panchina è precaria, come quelle della maggior parte dei suoi colleghi. «Bastano due prestazioni non positive e per tanti torno a essere un incapace. In questi giorni hanno massacrato anche Ancelotti… – ha osservato -. Io non ho bisogno di conferme, ma di avere in mano lo spogliatoio. Non ho bisogno carezze, quando vengo massacrato me lo faccio passare». Ma, comunque, a Gattuso non dispiace illudersi di poter restare al suo posto ancora a lungo. «Ci sono i presupposti perchè Bakayoko possa essere riscattato? Sì, deve rimanere al Milan, ma io non tengo la contabilità (è previsto un riscatto assai oneroso per strapparlo al Chelsea; ndr) della società… Bakayoko è fondamentale per noi, ci dà tanto e può diventare un giocatore importantissimo per tantissimi anni».  

Non serve uno spaventoso sforzo di memoria per ricordare l’ultima volta in cui la Roma abbia esonerato un allenatore: era sempre inverno ed era sempre un Roma-Milan. Dopo aver assistito a un secondo tempo quasi drammatico tra fischi e difficoltà tecnico-tattiche, James Pallotta sciolse ogni dubbio e ordinò la cacciata di Rudi Garcia che, udite udite, nemmeno aveva perso la partita. Anzi: nemmeno aveva perso partite, perché tra campionato e coppe era imbattuto da fine novembre, esclusa la Coppa Italia con lo Spezia che venne buttata ai rigori (e quindi dopo un pareggio sul campo). 

Invece tre anni dopo Eusebio Di Francesco potrebbe persino salvare la panchina perdendo. Non perché Pallotta si sia accorto, con un po’ di esperienza in più nel mondo del calcio, di essere un uomo indulgente. Ma perché la Roma in questo momento non ha un’alternativa convincente a disposizione – nemmeno un totem popolare come era Spalletti all’epoca – e perché Monchi continua a difendere strenuamente il lavoro del suo allenatore, con il quale condivide le responsabilità di una stagione folle, bipolare, ben oltre ogni previsione negativa. Quando Di Francesco parla di “pessimismo orientato” commette un errore di valutazione: nessun tifoso della Roma si sarebbe mai aspettato di vivere un altro 7-1, per giunta in Coppa Italia. 

 Monchi, di rientro da Firenze, ha difeso Di Francesco per la terza volta dall’ira presidenziale. Lo aveva fatto anche de visu, a Boston, dopo la vittoria stiracchiata (per non dire peggio) contro il Genoa. Da lì il refrain AskMonchi, espressione di Pallotta diventata abituale in ogni momento di crisi. Il padrone si fida del manager e, dopo aver fatto prevalere la propria volontà nel caso di Garcia, gli ha delegato ogni decisione, ben sapendo che a fine stagione tutti faranno i conti su tutto. Ascolta i consigli di Baldini, di Zecca, di Baldissoni, tre collaboratori fidatissimi, ma poi lascia indipendenza assoluta all’area tecnica. La situazione è diversa rispetto al 2016 perché in quel caso era venuto meno il rapporto di fiducia tra Pallotta e il direttore sportivo, Sabatini, che infatti si dimise. Oggi invece la relazione professionale tra Pallotta e Monchi pare ancora molto solida. Potrebbe semmai essere Monchi, che ha una buonissima reputazione internazionale, a lasciare la Roma se scoprisse di non avere autonomia decisionale. 

Ma a chi si potrebbe rivolgere la Roma in caso di addio a Di Francesco? Paulo Sousa è disponibile da mesi, Baldini lo ha già contattato. C’è Christian Panucci, un “romanista”, che rinuncerebbe alla nazionale albanese. Rischioso, forse. Difficile invece immaginare un ritorno di Vincenzo Montella, che ha rapporti problematici con alcuni uomini-chiave della Roma e ha deluso anche Monchi nella recente avventura sivigliana. Il favorito insomma rimane Di Francesco. Sempre se la situazione stasera non precipiterà. 

Nella scala dei valori della vita, Edin Dzeko ha trovato sollievo in questi giorni incasinati. Ieri la sua principessa ha compiuto tre anni, consentendogli di distogliere per qualche ora il pensiero da ciò che è stato e da ciò che succederà. Sapendo che niente gli restituirà i soldi di multa pagati per l’assurda espulsione di Firenze, per la quale si è scusato con tutta la squadra, si è concentrato sull’avvicinamento alla partita con il Milan con una trepidazione quasi infantile.  

Nella percezione generale tra lui e Piatek oggi non c’è corsa, sembra la sfida generazionale tra passato e futuro, il giovane rampante che spodesta il vecchio snervante. E’ un motivo in più per dimostrare il contrario, al termine di una settimana assurda. Alla fine del primo tempo di Atalanta-Roma, con due gol segnati alle prime occasioni, Dzeko pareva aver ritrovato il feeling con la porta avversaria, doppiando in pochi minuti la dote realizzativa dell’intero girone d’andata. Ma poi è franato tutto e anche lui ha perso la testa. Più dell’espulsione per proteste, conoscendone il carattere, ha sorpreso la rabbia con la quale ha apostrofato un compagno di squadra, Cristante, al quale ha dato appuntamento fuori dal saloon fiorentino per il regolamento di conti. Un capitano aggiunto come Dzeko dovrebbe rassicurare, non destabilizzare.  

E va beh, lo spettacolo deve andare avanti. Di Francesco non ne discute la titolarità dopo aver visto che Schick non è in grado di insidiarla. Da qui in avanti Dzeko è obbligato non tanto a farsi perdonare da club, allenatore e tifosi, con i quali comunque non è in debito dopo 82 gol in 161 partite (uno ogni due, di fatto), quanto a pianificare il futuro. Frenato da uno stiramento piuttosto serio in autunno, deve allontanare l’idea di un calciatore in parabola discendente e meritare il rinnovo del contratto, in scadenza nel 2020. Non è un mistero che Monchi stia osservando altri centravanti, tipo Belotti. Ma forse Dzeko non ha ancora detto l’ultima parola. 

Al Milan ha segnato tre reti, curiosamente tutte a San Siro. Il suo nome è stato spesso accostato a questa società, anche prima che arrivasse alla Roma. Del resto da bambino, quando in Bosnia il calcio era uno dei pochi passatempi concessi, Dzeko tifava Milan. E uno dei suoi idoli adolescenziali era Shevchenko. Ma a distanza di anni la sua unica passione si chiama gol. E lotterà per non perderla. 

L’uragano Piatek farà danni anche all’Olimpico? Di Francesco vuole evitarlo a tutti i costi, anche perché la sua Roma è reduce dalla bufera (1-7) di Firenze che l’ha spazzata via dalla Coppa Italia. Ma il nuovo attaccante milanista non è un tipo molto sensibile. Tanto meno alle disavventure altrui. Lo sguardo di ghiaccio e il ritornello che sillaba fin da quando Gattuso gli ha rivolto per la prima volta la parola («Spacco tutto, voglio fare gol») sono a dir poco inquietanti. 

Dopo aver messo kappaò, in mezz’ora di gioco, il Napoli di Ancelotti in Coppa Italia, il “cecchino” polacco vuole lasciare il segno anche in campionato. Questa sera esordirà da titolare proprio contro la Roma. Il debutto assoluto era avvenuto nel turno precedente a San Siro sempre contro il Napoli. Lo 0-0, però, andava bene sia a Gattuso sia al suo maestro Ancelotti. 

Oltre che alla difesa del Napoli e al suo leader maximo Koulibaly, Kris Piatek ha fatto “male” anche a Patrick Cutrone. Nuovamente scaraventato nello scomodo ruolo di seconda scelta dopo che, in questo avvio di stagione, aveva validamente e giustamente conteso il posto di titolare allo spento Higuain. A Gattuso non piace vedere musi lunghi a Milanello. Congedato quello piuttosto antipatico del Pipita, adesso c’è il rischio che venga sostituito da quello di Cutrone. A meno che, in tempi brevi ma non c’è da giurarci, Rino decida di schierare contemporaneamente le due punte di ruolo. 

Ma la questione non riguarda Piatek, che non ha riguardi. Per nessuno. Tanto meno per il suo collega Cutrone, che deve fare necessariamente buon viso a cattivo gioco. I nove gol segnati finora in stagione (uno più di Higuain con un minutaggio decisamente ridotto rispetto all’ex Juve) non gli sono serviti a scrollarsi di dosso l’etichetta di precario. 

Del resto a Piatek sono bastati 90′ per conquistare San Siro. La doppietta contro il Napoli è stata talmente devastante e intensa, non solo ai fini del risultato, che subito si sono scomodati paragoni un po’ spericolati (Shevchenko…) e, per il momento, ancora non giustificati. Con l’espressione del viso da alieno che non prova emozioni e sensazioni, Piatek rende l’idea della rabbia e della voglia che ha d’imporsi nel Milan e in Serie A. Senza scrupoli e falsi moralismi: Robocop non ha pietà. Di nessuno. 

La tentazione è voltarsi indietro per guardare avanti: Di Francesco pensa a una variazione tattica, per alcuni versi impercettibile ma per altri molto importante su un piano simbolico. La Roma dovrebbe tornare al 4-3-3, o se preferite al 4-1-4-1. E’ il modulo preferito dall’allenatore, il sistema di gioco che sente più vicino alla propria indole. Ma è soprattutto un segnale di cambiamento che Di Francesco vuole trasmettere alla squadra per salvare la stagione e pure se stesso: ora si fa come dico io. Se dev’essere la sua ultima volta in panchina, proverà a difendersi alla sua maniera. 

 In questo caso il 4-3-3 gli sembra appropriato anche in relazione al Milan, ricordando i due precedenti contro Gattuso: due sconfitte, la prima all’Olimpico nello scorso campionato con un 4-2-3-1 mascherato e la seconda a San Siro alla terza giornata d’andata con il 3-4-1-2 poi diventato nella ripresa 4-2-3-1. Anche nei precedenti momenti di crisi, in cui Pallotta lo aveva fortemente messo in discussione fino a suggerirne l’esonero a Monchi, si era presentato alla partita decisiva con uno schieramento diverso dal precedente. Dopo Bologna, il 23 settembre, abbandonò il 4-3-3 e travolse tre giorni più tardi il Frosinone con il 4-2-3-1: non gli piaceva ma lo giudicò utile come medicina su consiglio di alcuni giocatori (Dzeko soprattutto). A dicembre invece contro il Genoa, all’indomani della figuraccia di Plzen, rispolverò la difesa a 3 cercando un maggiore equilibrio tattico.  

LE SCELTE. In entrambi i casi Di Francesco è rimasto al timone cambiando. Per questo potrebbe ripetere il tentativo. Non può incidere più di tanto sugli uomini, tra gli infortuni di Perotti, Ünder e Jesus e le squalifiche di Cristante e Nzonzi, e allora si ingegna per ricompattare la squadra reduce da un 7-1 e, complessivamente, da una media di 4 gol subiti nelle ultime 3 partite. Florenzi, in un’ottica prudenziale, dovrebbe giocare come attaccante destro per aiutare la fase difensiva, con un dubbio sul terzino tra Santon e Karsdorp. 

«Dovete capire che a noi servono tutti, non vado a simpatie o antipatie quando faccio la formazione» ha raccontato ieri Di Francesco, svelando di aver ricevuto messaggi di ogni tipo dai tifosi, che gli chiedevano di lasciare fuori qualche giocatore. In realtà rispetto a Firenze l’unica novità scelta per motivi tecnici è Dzeko al posto di Schick. I rientri di De Rossi (fermo da fine ottobre in campionato) e Lorenzo Pellegrini vanno in automatico causa squalifiche. Non è tempo di liste di proscrizione. In panchina invece spazio a due giovani: il “solito” Riccardi, centrocampista, e l’ala Cangiano, ieri autore di tre gol con la Primavera. Di Francesco li ha convocati entrambi. 

 CONTESTAZIONE. Resta da capire come si comporterà la tifoseria, che ieri ha lasciato scritte poco carine nei confronti di Kolarov e più in generale sembra stanca del comportamento della squadra. Di sicuro ci saranno fischi per lui e per molti giocatori. L’Olimpico non sarà allegro e colorato come due settimane fa contro il Torino. E pensare che nell’intervallo di Atalanta-Roma, in tribuna a Bergamo si parlava di terzo posto. 

Ultimamente gli capita di sbagliare il tempo delle entrate. Per esempio, ha scelto il momento meno opportuno per irrompere nel mondo social, un paio di settimane fa. E così il profilo Instagram di Aleksandar Kolarov è diventato uno sfogatoio per i tifosi delusi dal recente comportamento del “duro” di Belgrado: insulti, anatemi, ricordi non proprio affettuosi del suo periodo laziale; un rovente epistolario che fa pendant con le scritte apparse nella notte di venerdì in zona Torrino, a due passi dalla casa del giocatore: «Kolarov abbassa la cresta» e «Kolarov croato di m.», con il termine croato messo tra virgolette a indicare che non di ignoranza geopolitica si tratta, ma di un modo di ferire l’orgoglio del capitano della Serbia. Il quale di recente non ha fatto molto per assicurarsi la benevolenza del tifo: in stretto ordine cronologico, si ricorda una sua reazione infastidita a un accenno di contestazione proveniente dalla Tevere durante Roma-Frosinone, a fine settembre; poi l’intervista di fine novembre, con quel secco «il tifoso deve essere consapevole che di calcio capisce poco». Infine, l’episodio di qualche giorno fa alla stazione Termini, in partenza per la fatale Firenze, quando al richiamo nemmeno troppo acre di un tifoso («svegliatevi») ha risposto con un discutibile «sveglia tua madre». 

Sul campo, Kolarov sta vivendo una stagione schizofrenica, con picchi negativi e positivi in stretta successione. Si va dal primo scorcio in cui sembrava prostrato dalle fatiche mondiali, ad episodi gloriosi come la sberla decisiva su punizione nel derby, calciata con un dito fratturato. Con i sei gol segnati fin qui ha già battuto il suo record, neanche con il City aveva fatto altrettanto, e le cinque reti in campionato ne fanno il difensore più prolifico della serie A, al pari dell’atalantino Mancini. Però la sua fascia è diventata terra di scorribande per gli avversari, cosa che l’anno scorso non succedeva. Il suo sinistro tagliato dall’out mancino resta un’arma ragguardevole, ma le sue diagonali difensive sono meno incisive e talvolta nei rientri sembra correre in salita. A Bergamo è stato martellato da Hateboer, a Firenze ha segnato il gol della speranza, ma per il resto è naufragato come e più di altri, fino quasi a scansarsi sul 5-1 di Chiesa, che gli è arrivato da dietro e ha messo in rete indisturbato. Non sembra giovargli nemmeno il cambio di modulo ordinato in questa stagione da Di Francesco: il 4-3-3 gli garantiva il sostegno di una mezzala, mentre oggi il sistema con due mediani centrali lo lascia talvolta senza protezione, specie nei cambi di gioco. 

Quanto al rapporto con i tifosi, potrà ricostruirlo con le prestazioni più che con la diplomazia. Quando era nella Lazio non digerì le pressioni del tifo biancoceleste per perdere la celebre partita con l’Inter in funzione anti-Roma. Tornò in patria e si sfogò: «Sono sconcertato. Non so se definire tutto ciò “odio verso la Roma”. Questo atteggiamento però è andato oltre la rivalità sportiva, oltre il buon senso e l’intelligenza. Non è più una passione, ma una malattia». No, blandire la torcida non è mai stato il suo forte. 

Uno lo abbiamo lasciato con entrambe le pistole fumanti sul prato di San Siro, a svuotare un caricatore che ha esaltato i suoi nuovi tifosi. L’altro invece con la testa bassa, col dubbio galeotto di uno sputo all’arbitro (caso poi rientrato in fretta) e con la certezza che la sua espulsione aveva trasformato una inaspettata sconfitta in una caporetto indimenticabile. Eppure, appena quattro giorni dopo, la riscossa della Roma poggia ancora una volta sulle sue spalle larghe, che in Italia hanno conosciuto l’adrenalina della protesta come mai in carriera. Ecco, come nelle migliori tradizioni del calcio, la sfida tra Roma e Milan mette in palio la Champions e in vetrina gli attaccanti. Quindi il «tramontante » Edin Dzeko (33 anni fra un mese) contro lo spietato pistolero 23enne Krzysztof Piatek. Ovvero quello che deve farsi perdonare nevrastenie e (soprattutto) i soli 4 gol in campionato e il suo specchio bello (13 reti finora in Serie A), il flop di Coppa (a Firenze) e il re di Coppa (col Napoli). Non è un caso perciò che, parlando del centravanti bosniaco, Di Francesco evochi l’ombra del rimpianto.

«L’espulsione di Edin è stata la parte più brutta di una sconfitta dolorosa. Edin è stato il primo a chiedere scusa pubblicamente a tutta la squadra per quello che è accaduto, perché è un giocatore di esperienza. Al di là di quello che guadagna una persona nel calcio, però, siamo uomini. Lui ha avuto un atteggiamento sbagliato e non deve più succedere. Abbiamo compromesso la gara anche per alcuni atteggiamenti. La fortuna, nel calcio e nella vita, è che dopo un fallimento, dopo una gar+a negativa, ci si può rifare e far capire che è stato solamente un caso, come atteggiamento e come modo di fare». IL MITO DI SHEVA Tutto vero. Ed è questo che il destino – dotato a volte di senso dell’umorismo – mette Dzeko nella condizione di cercare la resurrezione proprio contro il Milan, ovvero la squadra del suo mito da bambino, quell’Andriy Shevchenko che gli fece capire come un pallone potesse essere il passepartout per conquistare il cuore della gente. Forse è proprio quello che serve, perché a Romail tamburo del tifo batte lentamente anche per lui, nonostante sia, in fondo, il capocannoniere stagionale della squadra con 9 reti ed abbia appena concluso l’anno solare 2018 come principe dei cannonieri della Champions con 10 reti, a pari merito con – indovinate chi? – un polacco dai quarti di nobiltà superiori a quelli di Piatek, ovvero Sua Maestà Lewandowski. SPIRITO La strada per arrivare ai numeri del connazionale Robert è ancora lunga, ma Kris ha senza dubbio preso la rincorsa giusta. La media gol stagionale è di uno ogni ottantanove minuti ed è un dato che parla da sé per un ragazzo alla prima stagione in Italia.

Il famoso ritornello sul periodo di ambientamento per lui non vale: quattro centri al debutto col Genoa, doppietta alla seconda partita col Milan, alla sua prima da titolare a San Siro. Già, di certo il pistolero polacco non sente la pressione ambientale e non ha timori reverenziali. All’Olimpico, giusto per scaldare ulteriormente la sfida di stasera – non che ce ne sia bisogno – con la maglia del Genoa ha già fatto centro sia contro la Roma, sia con la Lazio. Il problema semmai è che ha lasciato il Foro Italico senza un punto. Potrebbe andargli meglio oggi, se il Milan mantenesse spirito e organizzazione visti nel doppio incrocio col Napoli. E magari se lui riuscirà di nuovo a inventarsi gol dal nulla come il secondo agli azzurri. Per farlo, ovviamente, occorre recitare (quasi) senza spartito, e questo Gattuso lo sa molto bene: «Quando si gioca in una squadra c’è un’organizzazione, ma i suoi movimenti e il suo istinto vanno lasciati liberi là davanti. Meno viene canalizzato in attacco meglio è, deve giocare con le sue caratteristiche». GERARCHIA E’ la carta bianca che si concede a chi ha nelle gambe il colpo in più, il numero imprevedibile, la giocata decisiva. Ciò che colpisce davvero è che tutto questo è successo in poco più di cento minuti. A Kris sono stati sufficienti uno spezzone in campionato e ottanta minuti in Coppa Italia per definire una gerarchia in attacco che non pareva così scontata.O almeno, non in tempi così brevi. Stasera Piatek, col rientro di Suso e Calhanoglu, cambierà entrambi gli assistenti in fascia. Occorrerà rimodularsi. Altrimenti, mal che vada, può fare tutto da solo come martedì scorso.

Le parole si trascinano dietro emozioni. Per questo, se volessimo isolare quelle più importanti usate da Eusebio Dei Francesco, non faremmo fatica a trovarne tre: «Unità, pessimismo, agonizzante». Cominciamo da qui, da questa metafora fosca che, nel giorno in cui il Milan sbarca all’Olimpico per blindare il posto in Champions, taglia l’aria come un cattivo presagio. «La Roma è stata agonizzante, ma non per forza si deve morire, ci si può anche salvare e ritornare ad essere vitali sotto tutti i punti di vista. Capisco che c’è grande depressione, ma la forza sta nel ribaltarla. Tre partite il Milan fa poteva essere nella nostra stessa situazione, poi è cambiato tutto e ora stanno bene». CAMBIO MODULO Ciò che non si può dire della Roma in questo momento. Ed è per questo, ritrovando De Rossi da titolare dopo tre mesi è possibile che l’allenatore pensi ad un ritorno all’antico, ovvero al prediletto 433. «Mi auguro che Daniele possa essere un po’ il mister nella partita. Io mi sento un po’ un papà che in certi momenti alla squadra non ha dato i consigli giusti, o perlomeno non è riuscito a toccare le corde giuste, main tanti altri casi ci è riuscito. Dobbiamo ritrovare assolutamente unità di intenti Occorre far cambiare i giudizi. I principali responsabili non sono all’esterno, siamo noi. Quale sarebbe la ragione per dimettermi? Domanda scontata, ma questo è un ambiente col pessimismo orientato, anche se alla fine sono i risultati che lo determinano ». E allora meglio ricordare che, secondo il club, DiFra sulla carta non rischia esoneri. A meno di harakiri storici. ma.

Più forti di prima». Tanto che ora il problema principale per Rino Gattuso è «gestire le reazioni dei giocatori ed evitare i musi lunghi di chi resta fuori». È con questo spirito che il Milan è partito ieri da Malpensa in direzione Roma, alla vigilia di un matchverità nella corsa Champions. Tra i musi lunghi, e lo ammette anche l’allenatore, c’è quello di Patrick Cutrone: «Mi spiace tenerlo fuori e tatticamente nulla vieta di schierarlo insieme a Piatek, ma ci sono degli equilibri che coinvolgono anche il centrocampo e io devo pensare al bene della squadra». All’Olimpico, dunque, sarà ancora 433 col «Robocop » polacco al centro dell’attacco: la variazione rispetto al 20 sul Napoli riguarderà gli esterni difensivi e offensivi, con Calabria, Rodriguez, Suso e Calhanoglu pronti a partire dall’inizio. Gattuso è convinto che il suo Diavolo si sia rinforzato anche per gli infortunati in via di recupero, Biglia e Caldara su tutti: ragion per cui non c’è delusione per il mancato arrivo di un attaccante esterno («inutile muoversi sul mercato tanto per farlo»). Semmai, l’auspicio è quello di trattenere Bakayoko in rossonero per molti anni ancora: «Adesso il Milan non può prescindere da lui – assicura Gattuso –, ma non sono io che faccio i conti in società». Gli unici conti che Rino deve fare sono quelli di classifica, forte del quarto posto e della semifinale di Coppa Italia appena conquistata: «Ma non parlatemi di rivincite, non cerco carezze, bastano due sconfitte per essere massacrato di nuovo. Guardate come è stato trattato Ancelotti…».

Non facciamone un superattaccante, una specie di prototipo del centravanti milanista perfetto: Krzysztof Piatek ha già conquistato molti cuori anche così, senza somigliare a nessuno, ma con la voglia dirompente di scuotere San Siro dal torpore generato dai dubbi legati a scelte passate. Evitargli la maglia numero 9 è stata una grande idea, nel dubbio. Anche senza essere scaramantici, qualche precauzione aiuta, considerando la lunga lista di eredi che si sono presentati ai cancelli di Milanello. Eredi di Van Basten (pagò dazio l’olandese Patrick Kluivert), eredi di Shevchenko (la maglia numero sette ha portato male a parecchi), eredi di Inzaghi, eredi di Ibrahimovic…Ecco, no, a questo punto probabilmente nessuno è arrivato. Anche perché Ibrahimovic è la copia esatta di se stesso e poi hanno perso lo stampino. PERSONALITÀ Il giochino però ricomincia a ogni nuovo arrivo, perché quanto a centravanti il Milan è stato a lungo una squadra senza pace. E alla fine, quando persino Gonzalo Higuain carico di gloria delude e se ne va dopo pochi mesi, alla fine arriva Piatek, che sfiora il gol contro il Napoli in campionato e perfeziona l’operato in coppa Italia. Colpo di fulmine: nessuno è entrato tanto in scioltezza dentro la maglia del Milan e nell’immaginario dei tifosi. Nessuno così velocemente dai tempi di Kakà, che aveva incantato i fan già alla prima amichevole e che aveva segnato al primo derby. Di Kakà, altro pezzo unico nella storia milanista, Piatek sembra avere la stessa personalità tranquilla e la capacità di far sembrare naturale una cosa che non lo è affatto per un ventenne: incantare San Siro. MOVIMENTI E FISICO Ma Kakà era un altro tipo di attaccante, l’evoluzione del centrocampista, il giocatore-ovunque. Piatek sta bene dove sta, dategli il pallone e centrerà la porta, poi far gol è un’altra storia. Non ha il colpo di testa dello specialista Oliver Bierhoff, né la progressione di Andriy Shevchenko, non è immenso come Van Basten e non possiede il senso dell’acrobazia di Zlatan. Non si inventerà mai probabilmente una rete coastto- coast come George Weah, ma ha la bulimia del gol che rimanda al più puro numero nove della storia recente del Milan, Filippo Inzaghi. Ha una velocità di tiro insolita per un giocatore potente fisicamente e quando serve va a prendersi il pallone da solo: rivedersi i due gol segnati in coppa Italia per credere. E in lui c’è anche un po’ di Gilardino, perché il colpo di testa non è la sua specialità, ma anche con la testa ci sa fare, come sanno a Genova. SPERANZE I grandi vecchi del Milan evitano paragoni e tanti tifosi pure, perché sono rimasti bruciati spesso con il giochino dell’eredità, ma che nei movimenti di Piatek si celi un po’ di Shevchenko è innegabile. Un po’ della capacità dell’ucraino di liberarsi e tirare forte e teso si è vista. Sheva è arrivato in Italia non ancora 23enne con uno score già ricco di gol segnati alle nobili europee con la Dinamo Kiev. Piatek dovrà e potrà cominciare da zero la prossima estate, se sarà riuscito a trascinare in Champions il Milan con il suo cocktail. Un pizzico di tutti, agitare non mescolare. Piatek ha la possibilità di diventare un giocatore simbolo, meglio evitare di caricarlo dei bauli di memorie di qualcun altro.

Neppure il gol al derby è riuscito a farlo entrare, definitivamente, nel cuore dei romanisti. Non c’è tifoso della Roma che possa rimproverare qualcosa ad Aleksandar Kolarov come professionista: esemplare, sempre tra i primi ad arrivare a Trigoria e tra gli ultimi ad andare via, in un anno e mezzo ha segnato in campionato, in Champions League e in Coppa Italia e in questa stagione, dove pure paga le fatiche fisiche del Mondiale, è già a sei centri. Mai aveva segnato così tanto in carriera, mai era stato così prolifico, ma forse mai si era sentito così contestato dai propri tifosi. MESI DIFFICILI Se quelli più moderati nei mesi scorsi hanno apprezzato poco le sue dichiarazioni («i tifosi di calcio capiscono poco, qui si spreca troppo fiato») ma si sono limitati ad esprimere il loro malcontento sui social e nelle radio, gli ultrà, nella notte tra venerdì e sabato, hanno fatto altro. E altro significa andare al Torrino, dove abita Kolarov, e scrivere sui muri: «Croato di m…» e «Kolarov abbassa la cresta». Insulti soprattutto quello riferito alla sua nazionalità, visto che il difensore è serbo che il giocatore non si aspettavamaa cui, almeno per ora, non ha replicato attraverso i suoi profili ufficiali.

DA BERGAMO A TERMINI Aveva replicato, invece, martedì scorso, a chi diceva a lui e agli altri giocatori di «svegliarsi» e forse quella replica ha rappresentato una frattura difficile da rimarginare con la parte più calda del tifo romanista. La sua storia con gli ultrà non era iniziata nel migliore dei modi, visto che al debutto a Bergamo (partita vinta con un suo gol) erano arrivati cori per il passato laziale. Poi, il rendimento di Kolarov, che lo scorso anno ha fatto una delle migliori stagioni della carriera, ha messo tutto a tacere. Ma era polvere sotto al tappeto. Tanto che in questa stagione, nonostante la rete contro la Lazio, i rapporti sono peggiorati. E il paradosso è che è peggiorato anche Kolarov, nonostante non sia mai stato così preciso sottoporta. MAI FERMO Il capitano della Serbia paga un’estate con pochissimi giorni di riposo e paga anche il fatto di non avere un’alternativa valida. Luca Pellegrini è andato a Cagliari, Santon si adattato, così come i due centrali Marcano e Juan Jesus, lui fino a questo momento ha giocato tutte le partite nelle coppe, mentre in campionato ha saltato solamente le sfide contro Empoli e Spal per la frattura al dito del piede e dal 20 ottobre non salta un minuto. Non è solo il terzino sinistro titolare o colui che calcia le punizioni, è anche un regista della squadra, e dai suoi piedi passano tante delle azioni dei c o m p a g n i . Avrebbe bisogno di riposare anche se il lavoro propedeutico che fa prima degli allenamenti lo ha posto finora al riparo dagli infortuni , ma Di Francesco molto difficilmente farà a meno di lui. Anche in serate come quelle di stasera, quando prima del fischio d’inizio non arriveranno certo applausi e carezze. Ma a Kolarov poco importa, lui va dritto per la sua strada, cioè la fascia sinistra. E se non è amato da tutti la sensazione è che se ne sia già fatto una ragione.

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