Bruno Vespa: avete mai visto la sua casa, la moglie Augusta Iannini e i figli?

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Bruno Vespa è uno dei giornalisti più in voga del nostro paese e da tanti anni è al timone di uno dei programmi cult di Rai 1. Stiamo parlando di Porta a porta ovvero un programma di approfondimento che va in onda su Rai 1 in seconda serata. Ma cosa sappiamo della vita privata di Bruno Vespa?

Bruno Vespa, vita privata

Di certo sappiamo che è sposato da tanti anni ormai con Augusta Iannini e che da questa unione sono nati due figli ovvero Federico che è un noto giornalista e Alessandro un avvocato. È stato durante un’intervista rilasciata al Maurizio Costanzo Show che Bruno Vespa pare abbia avuto un litigio con il figlio Federico proprio in diretta TV. In quell’occasione pare che l’ex giornalista che si è accusato il figlio di considerare la madre come la sua cameriera è di certo Federico e non sarebbe rimasto a guardare replicando anche le mancanze del proprio genitore. “C’è lo studio di mio padre, come se avessero messo una bomba che è esplosa. Ci sono libri da una parte, dall’altra, il caos regna sovrano. Mamma è rassegnata…”. Queste le parole dichiarate dal figlio Federico in quell’occasione. Ad ogni modo sembra che Bruno Vespa sia un padre molto presente.

Augusta Iannini, chi è la moglie di Bruno Vespa?

Come abbiamo già avuto modo di anticipare la moglie di Bruno Vespa si chiama Augusta ed è originaria dell’Aquila. Oltre ad essere la moglie dell’ex giornalista, Augusta è anche un magistrato da oltre 30 anni  e sembra che abbia alle spalle un curriculum molto importante. La donna ha infatti rivestito diverse cariche di maggior rilievo in Italia.

Ma dove vive Bruno Vespa insieme alla sua famiglia?

Chi conosce e segue il giornalista sa bene che il conduttore di Porta a porta una carta in carta di spagna proprio a Roma. Si tratterebbe tra l’altro di una casa divisa in tre piani che in alcune occasioni è stata anche sotto i riflettori ed oggetto di alcune polemiche. Da quanto è stato possibile capire all’interno dell’abitazione, è presente un salotto piuttosto sontuoso ed un terrazzo dove spesso Bruno insieme alla moglie organizzano dei pranzi o delle cene con familiari o anche con personaggi molto illustri dello spettacolo e non solo. Si tratterebbe sostanzialmente di un superattico tra i più ricchi e lussuosi della capitale. In alcune occasioni è stato possibile anche intravedere il salone e lo studio di Bruno Vespa. Proprio in quest’ ultima camera ci sarebbero una serie di scaffali colmi di libri.

Cosa hanno in comune Mussolini e il Covid? Entrambi hanno imposto la privazione della libertà agli italiani, sostiene Bruno Vespa nel suo ultimo libro, uscito da poche settimane e subito in cima alle classifiche di vendita. Perché l’Italia amò Mussolini (e come ha resistito alla dittatura del virus), pubblicato da Rai Libri/Mondadori al costo di 20 euro, continua il filone che unisce la storia del Novecento e la cronaca di attualità, cominciato lo scorso anno dall’autore con Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare).

Allora la descrizione dell’ascesa del Duce si era fermata al delitto Matteotti nel 1924, adesso riprende dall’anno successivo e si conclude con la vittoriosa campagna di Etiopia nel 1936. «È stato l’apice del potere e del consenso raggiunti dal fascismo», dice Bruno Vespa a Gente. «Ma subito dopo è iniziata la decadenza. Infatti il mio prossimo libro, che terminerà la trilogia, sarà intitolato Perché Mussolini ha distrutto l’Italia e racconterà i fatti storici intercorsi fino alla sua caduta nel 1943.

Avrà anche questo una connessione con la cronaca? Penso di sì, ma vedremo cosa ci riserverà l’anno 2021». Il libro attuale, dopo i primi otto capitoli dedicati a Mussolini, descrive nella seconda parte di altri sei capitoli l’Italia aggredita dal Covid, a partire dal caso esemplare di Mattia, il paziente 1 di Codogno.

I due temi, fascismo e malattia, sono messi a confronto in un capitolo introduttivo in cui piazza Venezia, a Roma, deserta il 3 maggio 2020, ultimo giorno di lockdown, è paragonata alla piazza Venezia gremita dalla folla in occasione del discorso di Mussolini il 9 maggio 1936, giorno della proclamazione dell’impero (il re d’Italia, Vittorio Emanuele III, assunse il titolo di imperatore di Etiopia). “Ho scelto di iniziare in questa piazza il racconto di due dittature”, scrive Vespa. Entrambe accettate dalla gente, per lo meno all’inizio, sostiene l’autore, che difende il titolo del libro («L’Italia purtroppo amò Mussolini.

E lo amò molto più di quanto il comune lettore di oggi possa immaginare») e narra per analogia come la pandemia abbia imposto nella primavera scorsa un regime di soppressione delle libertà individuali senza precedenti nell’Italia del dopoguerra. Da un lato quindi un dittatore, il Duce, applaudito da una massa oceanica, e dall’altro un tiranno, chiamato dall’autore “il signor Covid, insinuante e vigliacco”, che costringe invece tutti a tapparsi in casa.

Al netto di paragoni e parallelismi, il libro è godibile soprattutto per gli aspetti specifici trattati. Per esempio, nel capitolo dedicato interamente alle donne del Duce si legge: “Quinto Navarra, il ciambellano di palazzo Venezia, nelle sue memorie è categorico: Mussolini ha ricevuto una donna al giorno, tutti i giorni, per vent’anni, fino all’ultimo istante di potere… Navarra ha coniato una definizione rimasta celebre: visitatrici fasciste… Si trattenevano per non più di mezz’ora: metà del tempo era destinata a un amplesso furioso, consumato sul tappeto che copriva il pavimento davanti all’enorme scrivania, o su un cuscino scarlatto nel vano di una delle finestre quattrocentesche affacciate su piazza Venezia”.

Dice Vespa a Gente: «Comunque le figure femminili importanti nella vita di Mussolini furono solo tre: la moglie Rachele, che nel 1936 gli consigliò il ritiro dalla vita pubblica, però purtroppo non fu ascoltata; l’amante Margherita Sarfatti, una intellettuale di origine ebraica, la quale predisse al Duce che la vittoria nella guerra in Etiopia gli avrebbe dato alla testa; la giovane Claretta Petacci, che lo seguì fino alla morte».

Riguardo allo spinoso tema del consenso iniziale goduto da Mussolini, Vespa svela come perfino Churchill e Roosevelt lo ammirassero all’epoca ed elenca alcuni meriti sociali del fascismo, riprendendo in parte certe tesi di Renzo De Felice, “primo grande storico revisionista”. Anche nelle pagine sul Covid non mancano i passaggi interessanti, come i ritratti dei virologi che hanno monopolizzato la scena pubblica, dall’intransigente Massimo Galli ai più permissivi Alberto Zangrillo e Giuseppe Remuzzi. «Certi immunologi si sono quasi sostituiti ai politici, in una Italia sconcertata dalla pandemia dilagante», dice Vespa.

«Ma devono fare i consiglieri, non comandare». In compenso il premier Giuseppe Conte, che governa con i Dpcm senza passare dal Parlamento, concentra il massimo potere mai raggiunto da un politico in Italia dopo Mussolini. E Vespa glielo fa notare con malizia in una divertente conversazione a palazzo Chigi, riportata nel libro. Anche la dedica dell’autore per la consorte è spiritosa: “Ad Augusta, mio lockdown volontario da 45 anni”. Sua moglie ha gradito, Bruno? «Sì, ha apprezzato. La chiave è tutta nell’aggettivo “volontario”».

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