Press "Enter" to skip to content

Coronavirus, ecco come le lampade UV-C e il sole uccidono il Virus

Finalmente abbiamo una risposta scientifica alla domanda su cui ci siamo interrogati per mesi: l’estate ci aiuta, eccome, nella lotta al coronavirus. Non è merito delle alte temperature, bensì dei raggi solari, veri killer del virus. Al netto delle misure di distanziamento e disinfezione, da rispettare sempre, il covid-19 ha poche speranze di sopravvivere per più di qualche minuto sotto il solleone di una spiaggia. La conferma viene da uno studio multidisciplinare effettuato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), in collaborazione con l’Università di Milano, l’Istituto Nazionale dei tumori di Milano e l’IRCCS Fondazione Don Gnocchi, che dà indicazioni sull’alto potere disinfettante dei raggi ultravioletti e modelli sull’evoluzione della pandemia in funzione delle stagioni.

«Sapevamo del potere germicida e virucida delle radiazioni solari su altri patogeni, ma sulla loro capacità di neutralizzare il Sars-cov-2 non si era ancora indagato in maniera approfondita. Ora abbiamo una misura della dose di raggi ultravioletti necessaria per neutralizzare il coronavirus. Ciò ha implicazioni sulle strategie di disinfezione da adottare per gestire le prossime fasi della pandemia e ci fa comprendere il ruolo del sole nel condizionare i contagi», spiega Andrea Bianco, tecnologo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica presso l’Osservatorio di Brera.

Questo non significa che un malato possa guarire con un bagno di sole o con un lettino abbronzante… «Le radiazioni che hanno il massimo potere germicida sono quelle ultraviolette a lunghezza d’onda corta, UV-C. Parliamo di raggi non visibili che solitamente non arrivano sulla superficie terrestre perché vengono assorbiti dall’ozono dell’atmosfera: guai se fosse il contrario, perché hanno effetti cancerogeni. Gli UV-C si possono però produrre con lampade economiche, già utilizzate dentro i filtri degli acquari o per mantenere sterile la strumentazione chirurgica.

Poi ci sono le radiazioni UV-B, che sono quelle che ci fanno abbronzare, con efficacia sterilizzante inferiore, e quelle UV-A, che disinfettano ancora meno. Queste due componenti stanno avendo un ruolo importante nel tenere a bada la diffusione del contagio nel nostro emisfero». Gli UV che colpiscono i germi rompono i legami molecolari del dna e dell’rna. «Dopo aver fatto replicare il virus nei laboratori dell’Università di Milano all’Ospedale Luigi Sacco, lo abbiamo sottoposto ai raggi UV-C in concentrazioni altissime – come è nelle goccioline di saliva emesse da un malato grave – ma anche medie e basse, come si trovano su una superficie.

In tutti i casi, basta un’esposizione di soli 3,7 microjoule/cm2, per inattivare il virus: insomma, pochi secondi di lampada UV-C», specifica il ricercatore. «Ora si potrebbe attuare una strategia di disinfezione più efficace rispetto alla sanificazione delle sole superfici: basterebbe accendere una di queste lampade negli ambienti da igienizzare, senza persone ovviamente. In Cina, gli sterilizzatori a UV-C sono già stati impiegati per disinfettare i mezzi pubblici e i bagagli negli aeroporti, anche senza indicazioni precise».
Quanto a UV-B e UV-A, sovrapponendo i dati dell’irraggiamento solare registrati da satellite in 261 Paesi con quelli di diffusione del contagio nel tempo, è emersa una correlazione importante: «A modulare l’andamento della pandemia è anche l’intensità delle radiazioni solari. Dove c’è più sole, i contagi calano. In febbraio e marzo, quando nel nostro emisfero Nord cera poca insolazione, l’epidemia si è diffusa al massimo, mentre nel Sud del mondo registravano numeri irrilevanti.

Viceversa, adesso da noi i casi si sono ridotti parecchio, mentre l’emisfero Sud, dove è inverno, vive un momento di grande intensità», commenta Fabrizio Nicastro, ricercatore delFInaf all’osservatorio di Monte Porzio Catone (Roma), che ha sviluppato il modello fisico-matematico. «In estate basta un’esposizione di cinque minuti al sole di mezzogiorno per neutralizzare il virus, in gennaio ci vogliono da 12 a 24 ore, quindi il virus veicolato nellaria dalle dropìets, le goccioline, resiste parecchio.

Ovviamente, incidono anche altri fattori. In Lombardia, dove le radiazioni sono filtrate da smog e umidità dell’aria, ci sono stati più contagi, mentre nelle isole greche, dove l’effetto del sole è amplificato dalla riflessione del mare, pochissimi. Parliamo di contagi all’aperto. Dove invece si vive sempre in luoghi chiusi con i condizionatori, come negli Stati Uniti, non si vede un calo di contagi, anche in estate». Previsioni? «Da fine agosto, se le misure di distanziamento non saranno rigorosamente rispettate, potrebbe esserci una risalita nei contagi con un picco elevato. Infatti, la media di coloro che effettivamente sono stati contagiati è stimata nel 10 per cento della popolazione italiana, quindi il covid-19 ha ancora un 90 per cento di potenziali “prede”, un margine ampio». Rimaniamo vigili dunque. Non è ora di cantare vittoria, ma abbiamo molte conoscenze in più.

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.