Elena Sofia Ricci su Rita Levi Montalcini confessa: “Non mi sentivo all’altezza”

Le rughe profonde, i capelli raccolti, il camice bianco sopra gli abiti scuri e, al collo, un gioiello importante. Ogni giorno, per tutta la durata delle riprese, le ci sono volute quattro ore di trucco per calarsi nei panni, e nell’età, del suo personaggio. Così Elena Sofia Ricci è diventata Rita Levi Montalcini nel film per la Tv diretto da Alberto Negrin e dedicato alla celebre neurologa, premio Nobel per la medicina per aver scoperto il fattore di crescita nervoso (Ngf), cioè la proteina che permette alle fibre nervose di rigernerarsi.

Una produzione ambiziosa, che rende omaggio a una delle donne più straordinarie del nostro tempo, scienziata geniale e lavoratrice instancabile, tanto dedita alla ricerca da sacrificarle tutto il resto. Mai si sposò né ebbi figli. «Sono il marito di me stessa», diceva, e fino a 103 anni, quando morì a Roma, il laboratorio fu la sua casa. Per la Ricci interpretarla è stata una sfida: «Ho provato un senso di totale inadeguatezza», ha ammesso. «Sono innamorata di lei da sempre. Mi affascina la sua libertà di pensiero, la sua generosità.

Sosteneva che senza aiutare il prossimo la vita non avrebbe senso». Ed è proprio attorno alla sua missione al servizio degli altri che ruota il film, racconto di come – spinta dall’incontro con una giovanissima violinista che stava diventando cieca per una patologia alla cornea – la Montalcini riuscì, trent’anni dopo aver individuato l’Ngf, a sintetizzarlo in un farmaco efficace, un collirio in grado di guarirla. Ma questo non è l’unico episodio eccezionale della sua lunga, a tratti avventurosa vita.

Nata a Torino in una famiglia ebrea colta e benestante – papà ingegnere elettronico, mamma pittrice, un fratello e due sorelle, di cui una gemella – fu incoraggiata fin da piccola a essere una “libera pensatrice”, e così fu sempre. A tre anni giurò che non avrebbe mai preso marito per non dover sottostare al volere altrui, a venti si iscrisse a Medicina contro il parere di suo padre, che la sognava moglie e madre.

Nel 1938, con una laurea con lode in tasca e una specializzazione in neurologia in corso, lasciò l’Italia per Liegi per sfuggire alle prime leggi razziali. Quando scoppiò la guerra e i tedeschi invasero il Belgio tornò in patria, allestì il suo primo laboratorio domestico, cominciò a studiare il sistema nervoso dei polli spostandosi di continuo da un luogo all’altro, oggi in una casa, domani in un’altra, per salvarsi dalla deportazione.

In Toscana entrò in contatto con i partigiani, lavorò come medico per le forze alleate. Con la pace, rientrò a Torino ma nel 1947, invitata da un professore della Washington University di St Louis, partì per gli Stati Uniti. Là avrebbe dovuto fermarsi qualche mese, invece ci rimase trent’anni, durante i quali, tra le altre cose, fece la scoperta che poi le sarebbe valsa il Nobel. Di studiare non smise mai, di aiutare gli altri a farlo nemmeno. Aprì centri di ricerca, un istituto di biologia cellulare presso il Cnr, nel 2005 fondò a Roma l’Ebri, specializzato nello studio delle funzionalità del cervello.

Dormiva poco, mangiava appena, e difatti era un fuscello di 40 chili. L’unica cosa che le interessava era il lavoro, l’unica frivolezza che si concedeva gli abiti di Roberto Capucci. Ne sfoggiò uno anche a Stoccolma nel 1986, alla cerimonia del Nobel. Quanto ai soldi del premio, andarono divisi tra la sinagoga di Roma e alcune borse di studio destinate a ragazze africane. Non avrebbe potuto essere diversamente: lei, che era cresciuta in un mondo dominato dagli uomini ed era stata la prima esponente del gentil sesso ammessa, nel 1974, alla Pontificia accademia delle scienze, credeva nelle donne e nei giovani: per le prime invocava pari opportunità, conscia di quanto impervia fosse per una signora la strada del sapere. In nome dei secondi lamentava un’Italia che se li lascia sfuggire, relegandoli a spettatori, quando lei li avrebbe voluti protagonisti.

Rita protagonista lo è stata fino alla fine, giorno dopo giorno, un riconoscimento dopo l’altro. Quello che la rendeva più fiera era la nomina di senatore a vita, che Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica, le conferì per i suoi meriti sociali e scientifici nel 2001. In confronto una fiction per il piccolo schermo è forse poca cosa. Ma la nipote Piera, che ha aperto le porte della casa romana e permesso alla troupe di girare nelle stanze della zia, è certa che Rita non avrebbe avuto niente in contrario a vedersi in Tv. Anzi, sarebbe stata contenta di essere ricordata.

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