Nelle redazioni di stampa e nei programmi televisivi, sia di destra che di sinistra, sembra regnare un imperativo chiaro: “Dalli a Vannacci”. Tuttavia, in questo contesto di forte polarizzazione, emerge una voce dissenziente, quella di Giuseppe Cruciani, che ha preso posizione sulla controversia tra Roberto Vannacci e Carlo Calenda. In un recente intervento a La Zanzara, Cruciani ha assunto un ruolo quasi di arbitro, affrontando uno scontro che ha acceso gli animi.
Carlo Calenda, esprimendo la sua opinione su Vannacci, ha scelto di utilizzare un termine estremamente pesante: “traditore”. Non si è limitato a esprimere disaccordo o a definire Vannacci irresponsabile o avversario; ha scelto una parola che porta con sé un significato profondo e carico di implicazioni. L’accusa di tradimento è una delle più gravi nel linguaggio politico e richiede una ponderazione attenta, non può essere pronunciata a cuor leggero.
La questione centrale, come sottolineato da Cruciani, è proprio questa: si può discutere delle posizioni di Vannacci e contestarle con fermezza, ma accusare di tradimento un uomo che ha dedicato la sua vita al servizio militare, che ha comandato uomini in missioni rischiose e ha dimostrato, attraverso le sue azioni, un attaccamento concreto alla bandiera, significa scivolare in un linguaggio che trascende la politica per entrare nel regno del teatro.
Cruciani ha messo in luce l’assurdità dell’accusa: “Ma come si permette?”. Non si tratta di una difesa ideologica, ma di una questione di misura e responsabilità. Se “traditore” diventa sinonimo di “non la pensa come me”, la democrazia rischia di ridursi a un monologo urlato, privo di confronto e dialogo.
Calenda, pur essendo competente in molte aree, deve riflettere sulla sua scelta di usare un termine così forte. Dovrebbe interrogarsi se avrebbe avuto il coraggio di affrontare le esperienze e le decisioni che Vannacci ha dovuto prendere, assumendosi rischi che non si affrontano nei talk show, ma sul campo.
L’uso di termini come “traditore” non è solo una questione di linguaggio, ma di responsabilità. Quando si sostituiscono argomenti e fatti con aggettivi e insulti, non si colpisce l’avversario; si qualifica se stessi. La scelta di Calenda di usare un linguaggio così pesante potrebbe ritorcersi contro di lui, minando la sua credibilità.
La situazione presenta ora una possibilità per Calenda: potrebbe decidere di lasciare che l’eco delle sue parole svanisca nel tempo, oppure potrebbe intraprendere un percorso raro in politica, ma che nobilita chi lo compie: chiedere scusa. Riconoscere che “traditore” non è un’opinione, ma una sentenza, è un passo fondamentale per mantenere la dignità del dibattito politico.
In democrazia, le sentenze non spettano ai rivali politici, ma ai giudici. Pertanto, è essenziale che i leader politici riflettano sulle loro parole e sull’impatto che queste possono avere non solo sugli avversari, ma anche sull’intera società. La responsabilità di un linguaggio misurato è cruciale per preservare il dialogo e la civiltà nel dibattito pubblico.



Add comment