Gianna Nannini sta crescendo la sua bambina in Inghilterra, permettendole di essere se stessa

Un ritorno al passato. Con dieci brani registrati in presa diretta, live, in studio. Il risultato è – e fa – La differenza (Charing Cross Records Limited/Sony Music), il disco di Gianna Nannini uscito il 15 novembre.

«Volevo ritrovare la strada lasciata in sospeso con California e ripartire dalle origini blues, folk e rock», spiega la cantautrice, fresca vincitrice del Premio Tenco 2019, in occasione della presentazione milanese della sua ultima fatica musicale. E precisa: «Tutto è cominciato un anno fa.

È difficile lavorare a casa con una bambina. A Londra, dove vivo, ho deciso di cercare una stanza per dedicarmi alla musica: l’ho trovata a Gloucester Road (anche titolo di una traccia dell’album, ndr). Come diceva Virginia Woolf, ogni donna dovrebbe avere una stanza tutta per sé per poter essere creativa.

Tra quelle pareti ho sentito i brividi. Da lì, sono partita al buio per realizzare questo disco. Come mi ha consigliato l’amico Dave Stewart, a Nashville». Gianna Nannini dà così inizio a una nuova, lunga avventura. Che, dalla primavera del 2020, la vedrà in tour in tutta Europa, da Londra a Ginevra. Con un’unica data italiana: il 30 maggio, allo stadio Artemio Franchi di Firenze.

In questo periodo si parla molto del sociale. Lei, invece, ha scelto di puntare su testi che parlano d’amore. Come mai?
«I meccanismi tossici partono dai rapporti tra le persone.

Nel disco, l’amore non è riferito a un individuo o a una relazione: va oltre. Riguarda i rapporti con gli altri. Siamo tutti diversi, ma credo esistano dei muri mentali che sono stati eretti dopo quello di Berlino. Sono queste le pareti che vorrei abbattere con questi brani».

Di che genere di muri parla? «Opinioni diverse, per esempio. Anche la convivenza tra vicini di casa è diventata difficile; non si rispettano le origini, le culture. Sono felice che mia figlia abbia cominciato ad andare a scuola in Inghilterra: lì non esiste il problema relativo al colore della pelle. Una volta, l’hanno portata a una manifestazione del Pride. E una visione che andrebbe allargata anche all’Italia. Perché il razzismo nasce dal contesto, in famiglia o dalle istituzioni».

Come insegna a sua figlia a fare “la differenza”? «Penelope ha una personalità molto forte, la differenza la fa da sé. Ha 9 anni, non vuole che mamma le insegni troppo. La lascio semplicemente vivere nella sua libertà».

Lei è anche talent scout. Nel 1994 duetto con Jovanotti in Radio Baccano; ora canta Motivo con Coez. Ci sono altri giovani artisti italiani con cui le piacerebbe lavorare? «Coez l’ho scoperto prima che uscisse La musica non c’è. All’inizio non avevo capito che fosse italiano!

Mi è piaciuto, l’ho chiamato: era a Londra e siamo andati a cena. Mi ha conquistata grazie alla persona che è; ha un bellissimo timbro di voce e un gran senso della melodia. Mi piacciono anche rapper come Salmo e Massimo Pericolo: hanno rimesso la parola al centro dell’attenzione». Un disco registrato in presa diretta, alla vecchia maniera, come si porta negli stadi, dove il suono non è ottimale? «E stata la prima domanda che mi sono posta. Ho realizzato questo disco quando mi sono fatta male a un ginocchio, stavo molto ferma: cantando da seduta, mi sono data una calmata. E ho capito che sul blues e il soul si può spingere senza muoversi. Ci sono arrivata dopo l’incidente. Era una cosa che faceva parte di me come voce. Ma non come “andazzo”!»


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