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Soltanto oggi, dopo l’allenamento mattutino, si capirà se Sandro Tonali e Ante Rebic potranno essere a disposizione di Stefano Pioli per la partita di domani sera contro la Lazio, che chiuderà il 2020 riformista del Milan, che è stata la squadra ad aver fatto il maggior numero di punti dall’inizio dell’anno, conquistandone 76. Il tutto a prescindere dal risultato contro la squadra di Simone Inzaghi, che arriverà a San Siro forte della vittoria di domenica sera contro il Napoli.

Ieri, nel corso dell’allenamento di scarico, Tonali e Rebic sono rimasti a distanza dai compagni e hanno effettuato delle terapie per cercare di smaltire i rispettivi problemi fisici (botta al piede per Rebic, risentimento all’adduttore destro per Tonali). In caso di semaforo verde, entrambi sono destinati ad una maglia da titolare nel 4-2-3-1 che Pioli non ha intenzione di abbandonare, nonostante le oggettive difficoltà numeriche in mezzo al campo visto che Franck Kessie è stato squalificato per un turno dopo la quinta ammonizione ricevuta mentre Ismael Bennacer ha finito anzitempo il suo 2020 nel finale del match contro il Parma (le sue condizioni saranno rivalutate, così come quelle di Ibrahimovic e Kjaer dopo Natale). A ieri, l’unico centrocampista a disposizione dell’allenatore rossonero, pur non essendo un centrale puro, era rappresentato da Rade Krunic il quale è praticamente sicuro della maglia da titolare.

Pioli, così come tutto l’ambiente, attenderà domani le indicazioni dello staff medico per capire che tipo di mediana dovrà schierare contro la Lazio, ma è evidente che in caso di forfait anche di Tonali, si dovrebbe ingegnare e non poco. Da escludere che vengano utilizzati ragazzi della Primavera e così, le due opzioni plausibili, sono rappresentate dall’arretramento di Hakan Calhanoglu in cabina di regia o l’accentramento di Davide Calabria al fianco del bosniaco, il che aprirebbe le porte della titolarità a Diogo Dalot sulla corsia di destra. Se unitamente a Tonali, anche Rebic non dovesse farcela, allora alle spalle di Leao si andrebbe a disegnare un tridente con Saelemaekers, Brahim Diaz e Castillejo (più di Hauge). Insomma, in base a quello che il dottor Mazzoni dirà all’allenatore, si capirà maggiormente come andrà in campo un Milan che nonostante i tanti cerotti, è riuscito a rialzare la testa contro un avversario mai facile da affrontare come il Sassuolo di Roberto De Zerbi, che ha inquadrato bene il sentore che gli avversari hanno giocando contro i rossoneri: «La cosa che impressiona è come si sentano forti e lo dimostrino poi sul campo». Ora, anche in questo frangente, il Milan dovrà dimostrare di essere forte nonostante l’elevato rischio di dover scendere in campo con più di un’emergenza in corso. Gli infortuni si sono abbattuti su Milanello come una mannaia, mettendo fuori causa tre anelli della spina dorsale come Kjaer, Bennacer e Ibrahimovic, ha costretto ai box Gabbia oltre ai già citati Rebic e Tonali, per i quali c’è trepidante attesa. Possibile che ai due venga chiesto di stringere i denti, ma ciò verrà fatto solo se ci saranno le condizioni minime per poterli mettere in campo.

Il messaggio che sta passando in queste ore a Milanello è quello che è vietato abbattersi e che chiunque sarà chiamato ad andare in campo contro la Lazio, dovrà continuare a fare la sua parte nel miglior modo possibile. Il pensiero comune, soprattutto di quei giocatori che non potranno essere in campo, è di massima fiducia nei propri compagni e anche sotto questo aspetto, il Milan è cresciuto tanto in mentalità, poiché ha saputo divincolarsi in mezzo a tantissimi problemi di organico, senza mai disunirsi. Dopo anni di fragilità, un segnale non da poco.

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Gli occhi di tutti, a Milanello, sono concentrati sullo stato di forma di Sandro Tonali e Ante Rebic. Dopo l’allenamento di ieri, dal centro sportivo rossonero, filtrava un cauto ottimismo in merito al loro recupero per la gara di questa sera contro la Lazio, il che permetterebbe a Stefano Pioli di poter avere qualche affanno in meno in merito alle scelte da fare sia a centrocampo sia in attacco.

Perché se l’assenza di Rebic è facilmente superabile vista l’abbondanza in rosa di trequartisti, non sarebbe altrettanto semplice fare a meno di Tonali, visto che in mezzo al campo mancheranno sia Franck Kessie – squalificato per un turno – sia Ismael Bennacer, che è fermo ai box per infortunio. Qualora l’ex Brescia dovesse farcela, allora andrebbe ad affiancare Rade Krunic (unico centrocampista ancora integro) in mezzo al campo. Di certo c’è che tutto passerà dalla rifinitura di questa mattina e dal tipo di semaforo che si accenderà accanto ai nomi dei due calciatori. Perché le defezioni, in casa rossonera, sono già tante e importanti e non avere a disposizione né Tonali né Rebic costringerebbe Pioli a dover, per forza di cose, ricorrere a delle soluzioni di fantasia, soprattutto in mezzo al campo.

Il primo scenario, quello più nero a livello di notizie dall’infermeria, è quello che vedrebbe l’assenza contemporanea sia di Tonali sia di Rebic. In questo caso, al fianco di Krunic, potrebbero essere schierati o Hakan Calhanoglu o Davide Calabria. Nel primo caso ci sarebbe da rimpolpare anche la linea dei trequartisti con Saelemaekers, Brahim Diaz e uno tra Castillejo e Hauge, con eventuale inversione di fascia del belga come accaduto nei turni preliminari di Europa League.

La seconda opzione, ovvero quella con Calabria mediano (ruolo che non ricopre da Giovanissimi nazionali fatta eccezione Milan-Fiorentina di due anni fa) allora ci sarebbe l’inserimento di Diogo Dalot come terzino destro mentre la trequarti sarebbe quella vista nelle ultime uscite, ovvero con Saelemaekers, Calhanoglu e Brahim Diaz alle spalle di Rafael Leao. In caso di recupero di Rebic, sarà Pioli a dover scegliere se mandarlo in campo dall’inizio oppure tenerlo in panchina e buttarlo dentro a gara in corso, avendo così una carta in più da poter pescare dal mazzo – alquanto risicato – che ha a disposizione oggi l’allenatore milanista.

Che ieri in conferenza stampa, a domanda specifica sui due giocatori, ha risposto: «Stavano abbastanza bene dopo l’allenamento. Decideremo dopo la rifinitura, quando darò anche la formazione che scenderà in campo». Il Milan, in mezzo a tante difficoltà d’organico, ha saputo compattarsi ulteriormente e trovare nuove energie per ritrovare la vittoria dopo i due pareggi contro Parma e Genoa che avevano minato, soprattutto quello del Ferraris, alcune delle certezze di una squadra che ha ampiamente dimostrato di saper navigare dentro ogni mare, sia esso calmo o con la tempesta. Anche perché il Milan vuole provare a chiudere da imbattuto e in vetta alla classifica questo 2020 che lo ha visto risorgere, clamorosamente e fragorosamente, nel post lockdown con una serie di risultati utili in campionato impressionanti.

Ovviamente l’avversario, la Lazio, non è il più facile da affrontare, anche perché arriverà a San Siro con il morale a mille per la vittoria di domenica sera contro il Napoli. Quello di questa sera, in proiezione futura, è uno dei tanti scontri diretti per la qualificazione alla prossima edizione della Champions League, partite che possono fare la differenza dentro una stagione. Così come potrà fare la differenza, per il Milan, il recupero degli infortunati e un mercato invernale corto, ma nel quale sarà necessario intervenire senza molti margini d’errore.

Seppur il Milan sia alla ricerca di un centrale difensivo sul mercato (Simakan il profilo in pole più di Kabak), questa sera toccherà nuovamente a Pierre Kalulu affiancare Romagnoli nella difesa milanista. L’ex Lione, intervistato da SportMediaset, ha parlato del suo ruolo in campo: «Laterale o centrale per me è lo stesso perché a Lione ricoprivo entrambi i ruoli» mentre sugli obiettivi ha ammesso: «Mi piacerebbe se dovessimo conquistare qualcosa, ma il mister ci ricorda sempre che bisogna lavorare ogni giorno per sperare di vincere qualcosa in questa stagione».

Il 22 dicembre 2019 l’Atalanta travolgeva il Milan con 5 gol a Bergamo: un anno dopo tutto è cambiato in casa del Diavolo, a cominciare dalla classifica, per la formazione che ha raccolto più punti nel 2020, nell’anno solare. Dopo quella sconfitta è scattata la molla in un gruppo poi rinforzato dagli arrivi di Ibrahimovic e Kjaer. E poi è stato fondamentale il lavoro del gruppo, dall’area tecnica alla panchina.

«A volte le sconfitte insegnano più delle vittorie», filosofeggia così Stefano Pioli ricordando come, in 12 mesi, la rivoluzione sia ormai compiuta, anche se è possibile e necessario crescere ancora per tagliare traguardi più importanti. «Quella di un anno fa con l’Atalanta è stata una sconfitta umiliante per tutti, ma quella è stata la prima pietra su cui abbiamo costruito questo Milan. Da lì abbiamo capito cosa serviva, a gennaio il club ha fatto un mercato ottimo. La sconfitta in rimonta contro l’Inter ci ha fatto capire che potevamo realizzare grandi prestazioni come nel primo tempo: quella partita ci ha insegnato tantissimo.

Nel calcio la perfezione non esiste, questo è un gruppo che sa capire bene anche i propri limiti. Siamo tutti molto orgogliosi di quello che stiamo facendo: dietro di noi c’è una società e un personale che ci mette nelle condizioni di lavorare al meglio. Sono orgoglioso di far parte di questo club e di allenare questi giocatori. Massima concentrazione per la partita contro la Lazio che è molto importante».

Importante, il match con la Lazio, non soltanto dal punto di vista pratico: passare il Natale in testa alla classifica e chiudere il 2020 con l’ennesimo squillo darebbe ai rossoneri una ulteriore spinta a livello emotivo. Pioli ne è consapevole: «Vale tanto questa partita: alla squadra ho detto che stiamo lavorando parecchio, ma ora serve un ultimo sforzo per chiudere al meglio l’anno. Abbiamo alcune assenze, ma stiamo bene anche noi. Coperta corta? No, non penso.

E in questo momento sto capendo ancora di più quanto il club mi abbia messo a disposizione una rosa importante».
E tra poco riaprirà il mercato. Eventualmente anche dalla dirigenza può arrivare qualche assist, non solo dalle buone notizie dell’infermeria a gennaio: «C’è grande condivisione tra me e la società sulle scelte, se ci sarà la possibilità proveremo a rinforzare la squadra. L’area tecnica inserirà giocatori solo con caratteristiche giuste, non solo tecniche ma anche morali». Qualità di primo livello, come quelle di Leao.

Le mostra a intermittenza, ma quando è in giornata sa fare la differenza e Pioli non perde occasione per stimolarlo: «Nessuno a 21 anni può pensare di aver già raggiunto la piena maturità calcistica, Leao deve pensare di più al gol, deve sentirsi più attaccante. Tutti i giovani possono e devono migliorare. Abbiamo una squadra di talento che può crescere molto. Stiamo facendo tanti passi in avanti, questo è importante». E adesso serve l’ultimo sforzo del 2020, un’annata di svolta per il Milan come ha ricordato l’ad Gazidis nel discorso di Natale ai dipendenti: «Credo che stiamo facendo un percorso assieme di grande valore. Per me quest’anno è stato molto emozionante, per la società e per le due squadre in campo, quella maschile e quella femminile».

Pepe Reina torna a San Siro. La prima volta da avversario, dopo aver lasciato Milanello. Prima per tornare a giocare, sentirsi importante in Premier League, ora per vincere con la maglia della Lazio. Non da numero 12, ma da protagonista. Pepe Reina torna a Milano da “nemico” dopo nemmeno due stagioni vissute all’ombra di Gigio Donnarumma. Un portiere che secondo i progetti iniziali doveva lasciargli il posto, essere lui il titolare. Il Milan lo aveva ingaggiato per la sua esperienza, e oggi si può dire che è anche merito suo se Gigio in due anni è cresciuto tanto di personalità. Reina è sempre stato considerato un leader a Milanello, un giocatore a cui affidarsi nei momenti di difficoltà. E così è stato fino all’ultimo nonostante abbia giocato poco in rossonero: 12 presenze complessive nella sua prima stagione (2018/19) suddivise tra campionato (4), Coppa Italia (2) e le sei in Europa League. Quindici le reti subite, tre le gare con la porta inviolata. Solo una presenza invece nella passata stagione. Quella con il Genoa, a Genova. Nell’ultima gara di Marco Giampaolo. Poi a gennaio la scelta di andare via, andare a giocare. E’ stato protagonista della salvezza dell’Aston Villa con 12 presenze. Ora la Lazio, adesso la sfida più importante: dimostrare che a 38 anni è ancora un signor portiere, uno di quelli che avrebbe potuto giocare anche a San Siro, anche per lo scudetto. Ha esultato per la vittoria contro il suo Napoli, ora è pronto a farlo ancora. Ma prima deve battere il Milan…

Se la Lazio è quella che ha dimostrato di essere quest’anno, una squadra capace di mettere sotto il Borussia Dortmund andata e ritorno e finire il girone di Champions tra le poche imbattute della competizione, allora la sfida di stasera almeno sul fronte degli stimoli non dovrebbe destare particolari timori a Simone Inzaghi. Semmai il tecnico biancoceleste quest’anno, come un maestrino con i suoi scolaretti, aveva versato il doppio del sudore nel disciplinarli contro squadre di media o bassa classifica. A San Siro, per giunta contro il Milan capolista del suo vecchio predecessore sulla panchina laziale, il valore e il palcoscenico possono far dormire sonni tranquilli al piacentino. Nonostante le defezioni, queste sono le sfide che piacciono a Immobile e compagni, da almeno un anno solare.

Già, perché stasera per la Lazio, fresca di ritorno alla vittoria all’Olimpico contro il Napoli più brutto ma che comunque ha sovvertito il trend negativo interno con Udinese e Verona, ha tutta l’aria di essere la sfida che chiude un cerchio. Cadeva infatti proprio ieri l’anniversario della vittoria della Supercoppa italiana a Riad contro la Juventus, e da quel giorno i biancocelesti iniziarono un percorso di autocoscienza che li ha portati a lottare per il titolo fino al Covid.

Inzaghi ricorda tutto e tutto elenca, anche a proprio vantaggio in ottica rinnovo: «Il 2020 è iniziato con la vittoria della Supercoppa di Riad – le sue parole a Lazio Style Channel – poi siamo tornati in Champions League dopo 20 anni. Quest’anno solare ci ha regalato tantissime emozioni, ora dobbiamo provare a chiuderlo al meglio. Il nostro obiettivo è quello di dare continuità all’ottima prova offerta contro il Napoli. Dobbiamo provare a mettere in campo una prestazione importante contro la prima della classe, contro la squadra più in forma del campionato. I rossoneri hanno ottenuto grandi risultati».
Contro i rossoneri l’obiettivo è quello alto di accorciare in classifica verso il treno delle pretendenti all’Europa che conta: «Quest’anno solare ci ha regalato tantissime emozioni, ora dobbiamo provare a chiuderlo al meglio. Abbiamo problemi di formazione come il Milan, ma andremo a Milano con la voglia di svolgere questa trasferta al meglio», spiega l’allenatore laziale.

Sarà di nuovo sfida tra lui e Pioli, dal quale nell’aprile del 2016 ereditò la panchina biancoceleste e da quel momento è stato un lento ma inesorabile crescendo fino alla Champions di quest’anno: «Pioli – dice Inzaghi del collega rossonero – ha portato certezze al gruppo: giocando da squadra e concentrati si possono vincere partite importanti. Abbiamo avuto poco tempo per recuperare, dovrò valutare oggi i miei uomini. La cosa più importante sarà dare continuità alla prestazione di domenica con il Napoli».

Silenzio. Parlano i numeri 10. È vero, nel calcio già da un bel po’ i numeri di maglia hanno perso il fascino di un tempo, mala sacralità del 10 resta. Sopravvive a tutte le mode. E Milan-Lazio di questa sera ne è una conferma. Hakan Calhanoglu da una parte, Luis Alberto dall’altra, gli elementi di maggior classe delle due formazioni, gli uomini capaci di estrarre dal cilindro sempre qualcosa di speciale, indossano appunto la casacca che è stata dei grandissimi del calcio.

E la indossano più che degnamente. Come dimostrano le ultime partite. Il milanista, a Reggio Emilia, ha ispirato da fenomeno il gol-lampo di Leao. Ha poi anche segnato in proprio un gol che è stato annullato per un fuorigioco di cui nessuno si era accorto, tranne il Var. Il laziale ha risposto con il tocco magico con cui ha definitivamente mandato al tappeto un Napoli già tramortito da Immobile. Hanno il piede caldo entrambi, insomma. E la sfida di stasera a San Siro è fatta apposta per esaltarli ulteriormente. Calha un emblema Nel fantastico 2020 rossonero non c’è soltanto Ibra come icona rossonera. Calhanoglu si è preso la scena partita dopo partita, acquisendo sempre maggiore confidenza e convinzione in se stesso. E’ uno degli emblemi di Pioli, ovvero fra i giocatori che più sono cresciuti rispetto alle gestioni precedenti.

Chiara empatia con l’allenatore, ma anche chiarezza tattica: Pioli l’ha sistemato dove Hakan ha sempre raccontato di voler stare. Sulla trequarti quindi, in un’interpretazione ovviamente molto moderna del ruolo. Ovvero ricerca degli spazi fra le linee, grande lavoro di cucitura con la mediana, abbondante aiuto ai compagni in fase di non possesso e, a volte, una posizione di partenza un po’ più defilata a sinistra, in modo da avere la possibilità di puntare l’uomo e armare il destro. In questa stagione il nazionale turco si sta confermando uno dei leader quando manca Zlatan. Ed è supportato dai numeri personali: i gol sono 5 (e potrebbero essere decisamente di più se non avesse sbattuto su pali e traverse altrettante volte), ovvero medaglia d’argento dietro Ibrahimovic, e gli assist ben 6.

L’unico cruccio probabilmente è non essere ancora riuscito a fare centro in campionato: la manita infatti è tutta roba di Europa League, fra preliminari (decisivo per le sorti europee del Milan il rigore al minuto 122 del playoff col Rio Ave) e fase a gironi. Ma il gol più bello in realtà deve ancora arrivare. Quella firma sul contratto che non appare facile da mettere, ma non più così impossibile come sembrava qualche settimana fa. Luis in rialzo Prima del match col Napoli Luis Alberto non stava attraversando un periodo particolarmente felice. Tra un rendimento altalenante e gli attriti con la società (per via delle polemica, poi rientrata, sul ritardato pagamento degli stipendi) era finito sul banco degli imputati per la frenata della squadra in campionato. Ma ai cavalli di razza servono le serate giuste per rialzarsi. E avversari di livello. Così contro il Napoli Luis Alberto si è magicamente ritrovato. Ed ora arriva quel Milan con cui sarebbe ancora più bello esaltarsi. ASan Siro, dove debuttò in biancoceleste quattro anni fa, fu grande protagonista lo scorso anno con il passaggio no look con cui mandò in gol Correa per un successo che la Lazio attendeva da trent’anni. Fu uno dei 15 assist che confezionò nell’ultimo campionato, cifra che gli valse (per la seconda volta) il titolo di miglior assist- man della Serie A. Quest’anno è invece ancora a secco di passaggi-gol(mentre ha già segnato due reti). Il match di San Siro è l’occasione giusta per sbloccarsi. Anche perché di fronte avrà quel Calhanoglu che, in fatto di assist, non è da meno.

Alberto Zaccheroni può inquadrare Milan- Lazio da doppio ex ma non solo. Ha vinto uno scudetto a San Siro e conosce l’aria ad alta quota rossonera. E’ stato a Roma sulla panchina in cui oggi siede Inzaghi e in molte altre città, vicine e lontane. «Ho visto capitani di nazionali aver paura ad entrare a San Siro. Ho allenato tante squadre, ma nessuna maglia pesa come quella del Milan». 3Giocare in uno stadio vuoto può essere d’aiuto? «Sì, per me è una certezza: San Siro spaventa. Calhanoglu è finalmente arrivato e a questo punto mi viene da pensare che una delle due opzioni abbiano influito, o entrambe: il cambio di modulo o l’assenza del pubblico. Da dopo il lock down è decisamente un altro giocatore. Sempre presente, sempre incisivo, sempre convinto. Prima aveva delle pause, non sapevi quando ce l’avevi totalmente. Sono curioso di vedere cosa gli succederà quando tornerà il pubblico. Ha grande qualità tecnica, e questa non si discute. Sulla personalità serve la controprova, ma è uno di quei giocatori ai quali direi:“Vai incampoe gioca come sai”. Vedo la sua reazione quando sbaglia qualche giocata, non lo caricherei di troppe responsabilità». 3Oggi sceglierebbe lui o Luis Alberto? «Sono i due maggior talenti delle loro squadre, Sono diversi ma fanno la differenza allo stesso modo. Oggi Calhanoglu incide di più, cerca maggiormente il tiro, la porta. Luis Alberto è più rifinitore. Mi sembra un po’ umorale ma ha personalità. Parlo per quello che vedo da fuori. Offre un contributo prezioso a Immobile che sta facendo qualcosa di disumano. Fare gol in A resta più difficile che farlo altrove. Mi permetto di dire che aspetto ancora l’esplosione di Milinkovic: ha tutto per essere la miglior mezzala in circolazione, deve sbloccarsi». 3L’assenza del pubblico che toglie un po’ di pressione basta da sola a spiegare la corsa del Milan capolista? «Certo che no. Ci sono tanti fattori. Maldini è uno dei primi. Conosco benissimo Paolo e lui conosce ancora meglio le dinamiche interne alla squadra. Lo faceva da capitano e lo farà oggi da dirigente, con responsabilità ancora più grandi: sa metterti a suo agio, “pulisce l’aria”, interviene se ci sono difficoltà. E’ un patrimonio che altri non hanno, i giocatori di oggi lo avvertono. Lui dà certezze, Ibra toglie altre responsabilità. Sembra dire: “Ci penso io, nelle difficoltà appoggiatevi a me”. Quando a inizio stagione mi chiedono un pronostico sullo scudetto, rispondo: “Fatemi vedere dove gioca Zlatan…». 3E Pioli? «Un anno fa si era messo in una brutta situazione, penso alla sconfitta di Bergamo contro l’Atalanta. Poi è venuto fuori, ha lavorato benissimo: i giocatori in campo cercano sicurezze e lui evidentemente le ha date. Chiunque giochi sembra essere lì da 10 anni, Kalulu ne è l’ultima dimostrazione». 3La Lazio di oggi a quale traguardo può puntare? «E’ difficile ricaricarsi dopo quello che è successo la scorsa stagione. Hanno dato il meglio e davanti avevano l’occasione della vita: erano talmente lanciati che senza l’interruzione per la pandemia avrebbero davvero potuto vincere lo scudetto. Avevano un’energia straordinaria e ora quella stessa energia va ritrovata, ma se non vivi quell’adrenalina è difficile. Gli alti e bassi dipendono da questo, i giocatori sono gli stessi». 3Come si può ritrovare quello spirito? «Ripartite da capo è difficile. La determinazione viene da dentro. Inzaghi può essere d’aiuto e d’esempio: da come si agita in panchina direi che la voglia non glimanca. E’ stato una sorpresa: da allenatore è molto, molto coinvolto, da giocatore, e parlo perché è stato con me, era più distaccato».

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