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Il calcio è bello anche perché, in fondo, resta sempre vario. Perfino questo calcio moderno, già di per sé con poca anima e quest’anno depauperato pure del contributo passionale di chi ancora aveva la forza, la voglia e i soldi per andare a vedere le partite allo stadio. In virtù di ciò, oltre che della fede cieca, può anche capitare che stasera il Torino a Napoli faccia risultato, quale che sia: un pareggio, con l’aria che tira in casa granata, varrebbe moralmente (e forse operativamente) quanto una vittoria, rientrando parimenti nel periodo ipotetico dell’improbabilità. E a quel punto – con le prime rivalse dialettiche, gli “avete visto?”, le negazioni rinfacciate di qualsivoglia tensione e problematica, comprese quelle conclamate – arriverebbe con relativa certezza anche la conferma di Marco Giampaolo sulla panchina delle pene di Cairo.

Perché se non è stato esonerato dopo aver firmato il peggior avvio nella storia del Toro e una serie di record negativi imbarazzante – per lui e per chi lo ha ingaggiato – difficilmente ciò accadrebbe in caso di colpo d’ala allo Stadio Diego Armando Maradona. Anche se poi inizierebbe quel periodo di pausa del campionato (fino al 3 gennaio: i granata ripartiranno da Parma) il cui orizzonte finora ha rappresentato – insieme con la certezza di dover cacciar fuori altri milioni per pagare un sostituto oltre a lui esonerato – il reale motivo per cui ci si ritrovi ancora tutti qua, non troppo appassionatamente, all’ultimo posto.

Nemmeno Helenio Herrera, Silvan o il Mago Gabriel, in effetti, avrebbero potuto incidere in qualche modo su questa truppa allo sbando psicofisico con due-tre giorni al massimo di lavoro a disposizione, nell’ultimo periodo di partite ravvicinatissime. In aggiunta, per quanto Cairo non stia dando alcun segnale di discontinuità rispetto a un trend di disaffezione circolare che ormai lo ha reso il presidente più inviso alla tifoseria nella storia ultrasecolare del Torino, e che sembra irreversibile, licenziare anche questo «maestro di calcio» – assunto fra i consueti e poi disattesi proclami – significherebbe sconfessarsi una volta di più.

Al di là degli eventuali, correlati, soliti scarichi di responsabilità su conto terzi: siano essi allenatori, dirigenti o giocatori. Insomma, si continua a vivere sperando, incuranti della fine che proverbialmente fa chi persegue ostinatamente tale politica operativa. Magari prima o poi ti dice pure bene, chi lo sa.

La partita, in sé, è una delle peggiori che sarebbe potuta capitare per quest’ennesimo redde rationem. Già solo per le statistiche che certificano l’incapacità granata di vincere a Napoli da 11 anni e mezzo (ci riuscì Camolese con Bianchi e Rosina il 27 maggio 2009, ma poi si finì in B lo stesso: da allora, 5 sconfitte e 3 pareggi) e una sola vittoria per Giampaolo tecnico contro Gattuso su 4 precedenti. Giampaolo che, tra parentesi, è colui che aveva ereditato proprio dal Ringhio esonerato la panchina del Milan oggi in volo con Pioli. In condizioni normali, sarebbe stata una storia anche suggestiva; adesso, non serve nemmeno per incartare il pesce.

D’altra parte, volendo vedere il bicchiere dei numeri mezzo pieno, i 17 punti attuali di disavanzo tra le due squadre potrebbero – in teoria e al netto degli sviluppi disciplinari per la querelle in atto con la Juventus e il palazzo del calcio – essere leniti dal fatto che gli azzurri non stanno vivendo esattamente un momento di spolvero, stanti le ultime due sconfitte consecutive (per quanto con Inter e Lazio, in trasferta), le assenze pesanti (da Mertens a Lozano, da Osimhen a Koulibaly) e certe polemiche sempre latenti.

E, cabala per cabala, per non attaccarsi al tram ci si può sempre aggrappare alla considerazione – irrazionale ma con un suo fondo di plausibilità, per via di quella storia del calcio che è bello perché è vario – che se l’impresa di andare a punti contro una big sono riuscite a realizzarla perfino il Crotone, il Benevento, il Genoa e lo Spezia, magari ce la può fare addirittura questo Toro. Del resto, se fai pena anche con le piccole, quelle che peraltro il Napoli è abituato a sbranare, nemmeno ha più senso – a questo punto – mettersi a operare distinguo sulla forza reale o presunta degli avversari. Una vale l’altra, ormai.

Come chi metti in campo, alla fine della giostra: visto che a turno – Belotti a parte: che Iddio lo conservi a lungo – si sono rivelati inaffidabili tutti. Né è il caso di accollare troppe responsabilità al giovane e brillante Singo, rientrante dopo l’assurda espulsione e l’ancor più iniqua squalifica. Per tacere delle ormai costanti abiure di un sistema di gioco che pareva un assioma e invece, tra un modulo abiurato e l’altro, s’è frantumato in uno sbriciolamento di teoremi.

La verità è che la prospettiva di consegnare questo Toro al 2021 in ultima posizione e senza un segnale concreto di progettualità volta al riscatto e alla risalita, a partire dal mercato di improbabile riparazione, è davvero inquietante. Per il futuro del club in generale, non soltanto per Giampaolo. Il quale, ipse dixit, passerà come i giocatori e i proprietari, mentre il Toro resta. O, almeno, in teoria dovrebbe restare. Ma la garanzia non potrebbe mai darla un allenatore, meno che mai uno di quelli papabili per l’eventuale sostituzione di Giampaolo: da Nicola a D’Aversa, da Semplici fino a Donadoni. Quel conforto può arrivare unicamente attraverso una svolta societaria, qualche sia il senso di svolta auspicata.

Quando alle 17.30 è arrivata negli spogliatoi dello stadio Maradona l’esito del Collegio di Garanzia del Coni, i giocatori del Napoli hanno fatto scattare un’esultanza di gruppo. Tornare al terzo posto in classifica (a pari punti con la Juventus e la Roma) ed avere la possibilità di rigiocare la gara di campionato proprio contro la Juventus, è stata una grande spinta motivazionale ricevuta dopo la delusione di due sconfitte consecutive. l calciatori avevano da poco completato l’allenamento di rifinitura in vista della gara di questa sera contro il Torino, per poi spostarsi all’hotel del corso Vittorio Emanuele, dove da lunedì sono in ritiro. Il desiderio è forte di vincere questa gara per chiudere un anno difficile.

La richiesta di Ringhio, sempre alle prese con una fastidiosa miastenia oculare, è più che mai un’ancora di salvataggio per il Napoli colpito da infortuni e caratterizzato da un rendimento troppo altalenante. La prestazione con la Lazio, indubbiamente la peggiore dell’era Gattuso, è ancora negli occhi e sarà compito del Napoli far sì che quel 2-0 resti solo un brutto ricordo. E’ vero, le assenze sono eccellenti, ma non bastano a giustificare quell’atteggiamento indolente e il Torino arriva nel momento giusto.

Stasera gli azzurri potranno far ricredere tutti, dimostrando superiorità in campo, a prescindere dai nomi che il coach utilizzerà. La giusta cattiveria agonistica, la mentalità che Gattuso cerca di trasferire da mesi alla squadra, viene a crollare quando sembra che la squadra abbia intrapreso la strada giusta. Allo stadio Diego Armando Maradona col Torino non sarà una partita semplice per il Napoli, nonostante la classifica veda la squadra ospite in lotta per non retrocedere, ferma a 7 punti col Genoa. Il Napoli sa di non essere al meglio, perché mancano pedine fondamentali e anche perché ha la pressione di dover vincere a tutti i costi per restare in contatto con il vertice della classifica. Osimhen e Mertens non faranno parte del match, ma Gattuso dovrà fare a meno pure di Lozano, fermo ai box a causa di un trauma contusivo riportato alla gamba sinistra nel match contro la Lazio. Idem per Koulibaly (anche lui finito ko contro i biancocelesti) e costretto a stare fuori per almeno 10 giorni a causa di una distrazione di primo grado del muscolo retto femorale sinistro.

Si tratta di assenze pesanti, soprattutto in attacco e basti pensare che il Napoli in serie A è la squadra che segna di più con gli attaccanti. Dei 26 gol segnati infatti, 22 provengono proprio dal reparto offensivo e stasera, 3 degli attaccanti titolari, non saranno del match. Lozano, Mertens e Insigne inoltre, con i 14 gol segnati fin qui, compongono il quarto terzetto più prolifico della serie A e contro il Toro ne mancheranno due. Si, perché c’è anche una buona notizia per Gattuso: il ritorno di Lorenzo Insigne. Il capitano ha scontato il turno di squalifica che gli ha fatto saltare la gara con la Lazio ed è pronto a trascinare il Napoli alla vittoria.

Insigne prenderà nuovamente possesso della fascia sinistra in un attacco che vedrà Petagna al centro, con Politano e Zielinski a completare il reparto offensivo. L’assenza di Koulibaly invece, permetterà all’ex granata Maksimovic di ritrovare ancora una volta la maglia da titolare (Gattuso lo ha schierato per la prima volta in stagione in serie A da titolare contro la Lazio) in coppia con Manolas, con Di Lorenzo e probabilmente Hysaj sugli esterni (è in ballottaggio con Mario Rui e solo a poche ore del match il tecnico scioglierà le riserve). A centrocampo invece, le scelte più difficili perché è questo il reparto che ha fatto più discutere nelle due sconfitte contro Inter e Lazio. Gattuso è tentato dalla coppia Demme-Bakayoko: offre maggiore affidamento, anche se la qualità di Fabian Ruiz resta un’arma importante, quando lo spagnolo è in giornata.

Da Trump alla Red Bull il passo è stato breve. È ormai senza argini, del resto, la disperazione della tifoseria granata. Al cui interno non solo Cairo non ha più sostenitori nemmeno nelle frange ultra moderate e accontentiste – quelle cioè che si sono sempre fatte andare bene tutto perché terrorizzate dai fantasmi del passato e dalle alternative imbarazzanti del presente – ma dove perfino la Serie B viene ormai considerata una prospettiva accettabile qualora comportasse una qualsivoglia svolta societaria.

E così, dagli appelli all’ex presidente degli Stati Uniti, si è passati adesso a un’autentica mobilitazione di massa per convincere i vertici della Red Bull ad acquistare il Torino FC per farlo ritornare Toro. Il profilo Twitter della compagnia con base a Salisburgo – produttrice della celebre bevanda rigenerante e ormai da anni radicata con successo nel calcio non solo austriaco, vedi il Lipsia in Bundesliga – è stato preso d’assalto, quasi intasato, dai cuori granata ormai pronti a battere tutte le piste praticabili.

Allo stadio non si può più andare; le contestazioni per strada sono ad alto rischio e non solo per il Covid; e allora vai con i social. L’hashtag #RBTorino è finito, come si dice, “in tendenza”, scalando le classifiche della viralità da internet. Perfino il sito di Eurosport è rimasto impressionato, lanciando la notizia e ricordando i rumors che già una decina di anni fa avevano accostato la Red Bull al Torino. Qualche blog ha addirittura ipotizzato trattative in corso e accordi in vista, il tutto nel montare crescente di appelli conditi da preghiere verso patron Dietrich Mateschitz – affermatissimo con la sua scuderia in Formula 1, dov’è entrato nel 2005 in contemporanea col passaggio del Toro dalle mani dei lodisti a quelle di Cairo – e commenti irriferibili sulla gestione granata in corso. A corredo, i fotomontaggi di Belotti con la maglia sponsorizzata dalla Red Bull e della Mole illuminata dalla lattina salvifica, tra un mega fusto del bibitone all’ingresso del Filadelfia e un’immagine della Curva Maratona quando era strapiena di gente, di entusiasmo, di calore e di colore nel vecchio Comunale. Anche se son bollicine, fermenteranno. E chissà che non gasino il Toro, stasera a Napoli.

Giampaolo ne ha lasciati a casa sei: Baselli, Ansaldi, Bonazzoli, Murru, Millico e Lyanco. I primi cinque per problemi fisici, il brasiliano per squalifica. Giocatori al solito contati e con il morale a terra. L’allenatore, che ieri non ha rilasciato dichiarazioni, sembra orientato ad affidarsi al più collaudato 3-5-2: possibile, a questo punto, che rispolveri Nkoulou e si affidi alla difesa d’un tempo: Izzo, appunto il camerunese e Bremer. Centrocampo a cinque con Singo da una parte e Rodriguez dall’altra con Lukic, Rincon e Linetty in mezzo. Davanti, Belotti e Verdi.
A proposito del Gallo, le vere speranze del Toro stanno sempre lì: nel suo sbattersi indomito, nei suoi numeri, sul campo e sugli almanacchi. Vedi quei primi gol in Serie A segnati proprio al San Paolo con la maglia del Palermo (24 settembre 2014: doppietta al debutto da titolare con Iachini, al fianco di Vazquez e Dybala). Gliene basterebbe un altro, stasera, per andare in doppia cifra col Toro per il 6° campionato consecutivo, emulando Gabetto e Valentino Mazzola. Pulici ci riuscì per 7 volte di fila. Ma raggiungere anche Pupi, più che da Belotti, dipende da Cairo. O magari dalla Red Bull.

Uno stimolo in più, uno dei tanti che Simone Verdi dovrà avere stasera contro il Napoli che alla fine del 2019 l’ha scaricato (si fa per dire visto che ha incassato dalla sua cessione quasi 25 milioni) per darlo al Toro. In azzurro, dopo il boom di Bologna, disputò una stagione deludente: 22 presenze (quasi sempre entrando dalla panchina) e tre gol. Stagioni in discesa che si è portato dietro anche in granata: persino peggiorandole. In questo campionato, infatti, il giocatore ha collezionato 10 presenze e segnato un solo gol grazie alla complicità del portiere Da Costa del Bologna che giovedì scorso si è praticamente buttato il pallone in rete da solo. Questo il Simone Verdi attuale.

Stasera, però, ha la possibilità di dimostrare al Napoli che è ancora in grado di essere protagonista e aiutare il Toro a tornare a casa con un risultato positivo. La rete, per quanto fortunosa, nell’ultima partita non può non avergli dato fiducia. Senza Bonazzoli infortunato e Zaza deludente come e quanto lui, il grande ex scenderà in campo dall’inizio in coppia con Belotti. Del resto nelle sue ultime apparizioni, al di là del gol al Bologna, l’attaccante ha dato chiari segni di ripresa che lasciano sperare in un risveglio completo e non ad intermittenza. E’ sembrato più vivo, addirittura reattivo, spesso nel cuore del gioco.

La verità è che Verdi tecnicamente non si discute: la sua capacità di giocare, calciare e concludere indifferentemente con destro e sinistro avevano fatto una grande impressione a Moreno Longo allorché nel finale della scorsa stagione si era insediato al posto di Mazzarri. Senonché sino all’altro giorno è mancato anche sul piano fisico e in precedenza non era mai riuscito a trovare la posizione giusta per esaltare le sue qualità. Giampaolo lo considera una seconda punta e l’ha sempre schierato al fianco di Belotti con la speranza che da un momento all’altro potesse sbloccare. Va anche detto che nella sua esperienza al Toro ha dovuto fare i conti con alcuni problemi muscolari che lo hanno frenato quando sembrava aver trovato la strada giusta. Di tutto un po’, dunque: ecco perché contro il Napoli, in una partita che per il Toro riveste un’importanza particolare, praticamente decisiva per capire quale sarà il suo futuro, Simone Verdi può diventare l’uomo in più. Come seconda punta, tra l’altro, non ha compiti particolari, può spaziare per la zona d’attacco liberamente con un solo compito: quello di inventare qualcosa e mettere in condizione Belotti di poter sfruttare qualche pallone giocabile; e Giampaolo di aggrapparsi ancora alla panchina.

Sia chiaro: Il Gallo i gol li ha fatti anche senza il contributo dei suoi compagni: se soltanto lo supportassero, a quest’ora la classifica del Toro sarebbe diversa. In panchina dovrebbe andare Zaza, un altro che da quando è arrivato al Toro non è mai riuscito a fare due partite importanti di fila. Ogni tanto si concede qualche bella giocata e, di conseguenza, qualche gol. Ma sempre troppo pochi. Adesso non ha più l’alibi Mazzarri, il tecnico che non lo aveva mai preso in seria considerazione; col senno di poi, non erano esclusioni prive di fondamento. Probabilmente Zaza troverà spazio nella ripresa e anche lui come Verdi deve dimostrare qualcosa. Possibilmente prima di gennaio, quando il Torino potrebbe cercare un nuovo compagno per il Gallo.

Cari tifosi del Toro: vi piace Pep Guardiola come allenatore? Oppure preferite Jurgen Klopp? Mourinho forse non è più quello di prima, ma resta pur sempre uno dei più corteggiati. O magari servirebbe uno come il Cholo Simeone, che ha grinta e cuore da vendere? E ci fermiamo qui. Questi sono quattro allenatori che milioni e milioni di tifosi al mondo vorrebbero avere nelle proprie squadre. Ma il problema è un altro e non ce ne vogliano i dirigenti di via Arcivescovado.

Nessuno di questi quattro, e magari tanti altri, riuscirebbero probabilmente a salvare il Toro attuale, composto da giocatori che continuano a deludere e che, evidentemente, non sono all’altezza della situazione. Guardiamo solo gli ultimi acquisti che di solito dovrebbero rafforzare una squadra e che invece in questo caso l’hanno spinta al penultimo posto della classifica, con il quart’ultimo posto che resta lontano e la Serie B vicina. Rodriguez ha fatto fare il salto di qualità? Vojvoda è uno che spinge e difende? Gojak è il centrocampista che serviva? Bonazzoli è la spalla ideale del Gallo? Linetty ha irrobustito il centrocampo?

E pensare che tra tutti Cairo ha speso una trentina milioni. E lasciamo perdere Murru, che è arrivato in prestito gratuito. Se a questo aggiungiamo che ci sono tanti giocatori che a più riprese avevano chiesto di lasciare il Toro e che, quindi, non hanno più le giuste motivazioni, e che elementi come Zaza, Meité e Verdi invece di migliorare con il passare delle giornate si dimostrano sempre più un peso, il quadro è desolatamente completo. Ecco perché con questi uomini neppure il più grande degli allenatori riuscirebbe probabilmente a evitare la retrocessione. Neppure Klopp o Guardiola. Forse la colpa più grande di Giampaolo è quella di aver accettato questa situazione. E che dire di Vagnati? Ricordiamo una sua frase, finito il mercato: «Ringrazio Cairo che mi ha messo a disposizione un capitale importante per prendere questi giocatori».

E ci fermiamo qui. Portiamo dati di fatto e non chiacchiere da bar. E allora, che fare? La più semplice delle cose: liberarsi di chi non vuole più restare in granata e, soprattutto, acquistare almeno 4 elementi di qualità che possano aiutare Giampaolo o un altro tecnico a riportare su il Toro. Perché più che un problema di allenatore, è un problema di qualità che al Toro manca. Oltre a sfoltire con intelligenza la rosa, bisogna acquistare 4 elementi di qualità. Almeno, sì: fermiamoci a quattro rinforzi “veri”. Servono un difensore, due centrocampisti di spessore e una punta che possa supportare bene Belotti e segnare qualche gol. Dietro ci sono elementi che alternano buone partite ad altre da dimenticare: non per niente la retroguardia è un colabrodo e sta per entrare nella storia del nostro calcio come la più perforata di tutti i tempi. Occorre un difensore di qualità. In mezzo, poi, bisogna coprire i due ruoli che aveva chiesto Giampaolo: regista e trequartista. E in attacco un elemento che realizzi qualche gol pesante, perché da solo il Gallo non ce la può più fare. Servirebbero, per rendere l’idea, elementi tipo Nainggolan e Pavoletti: giocatori di questo livello e non scommesse perdenti, come già troppo spesso. Solo con un mercato importante ed efficace il Toro può evitare di precipitare in Serie B.

Se la nonna di chi volete voi avesse avuto le ruote, Juric sarebbe stato l’allenatore del Torino. Periodo ipotetico dell’irrealtà del terzo tipo: ça va sans dire.  Se, se, se: si costruisce tutto e niente, coi se. Non esiste mai la prova, figuriamoci la controprova. Allora mettiamola così: se Bava e Milanetto fossero rimasti al loro posto; se Cairo per tempo avesse dato maggiore fiducia a entrambi, confermando il ds della prima squadra e non riportandolo ai vertici del vivaio, dove Bava aveva inanellato per anni successi di ogni tipo; se avesse anche esercitato (sempre per tempo) l’opzione a suo favore per prolungare il contratto in scadenza dell’altro ds (Milanetto, appunto), quale responsabile dello scouting per il mercato estero; se Cairo avesse anche sfornato insieme a loro (ancora una volta per tempo) un progetto serio, concreto, lungimirante, coerente, chiaramente comprovabile; se il Torino si fosse messo per davvero a imitare almeno un brandello di Atalanta (per tempo? Per tempo) sia nelle scelte tecniche strategicamente più importanti per quel che concerne la guida della prima squadra e il mercato consequenziale, sia nella valorizzazione dello scouting; se insomma questo e quello, beh: forse oggi Juric sarebbe veramente l’allenatore del Toro. Lui, proprio lui: il giovane tecnico croato che sta “miracolizzando” il Verona, dopo il già ottimo 9° posto della scorsa stagione. E, oggi come oggi, Juric è appena 3 punti sotto il 6° posto, che significa Europa League: e non ci risulta che abbia in squadra Zico.
Juric: l’ex braccio destro (e allievo) di Gasperini, in panchina. Gioco spesso brillante, intensità sopra la media, vittorie anche sorprendenti, motivazioni al cubo e, per quel che concerne i giocatori, valorizzazioni ultramilionarie e ripetute di più di un giovane carneade. Per carità: ha un caratteraccio, bisogna saper prenderlo con le molle e gestirlo, oltreché tutelarlo. E anche Juric ha commesso i suoi tanti errori, in carriera: e altri ne commetterà per forza. Intanto, però, vogliamo metterlo ai voti? Juric sì o Juric no, potendo scegliere?
Ma le nonne non hanno le ruote.

Però chissà. Magari avrebbe anche detto sì, Juric, davanti a una proposta concreta formulata per tempo, e non solo fatta annusare senza certezze sul medio-lungo periodo. La proposta, lo ripetiamo, di un progetto chiaro, coerente e lungimirante, firmato da Cairo con al fianco, oltre a Bava, appunto Milanetto: cioè non solo uno dei più noti talent scout italiani (parla la sua carriera), ma anche uno degli amici più stretti di Juric nel mondo del calcio. Dov’è oggi Bava lo sappiamo bene. E Milanetto? A Verona. Portato da Juric, ovvio: è nel suo staff per il mercato estero, al fianco e come supporto per il ds dei veneti, D’Amico. Contratto triennale sia per Juric sia per Milanetto. Applausi alla proprietà e a D’Amico, che li hanno scelti e credono in loro. E che hanno sfornato un mercato manco a dirlo coerente, spendendo pure meno del Torino (tra i 25 e i 30 milioni). Con 9 stranieri ingaggiati: su tutti, a parte Barak, i bei colpi Ilic, Ruegg e Amione (che piaceva anche a Bava: toh!).
Longo a inizio febbraio prese il posto di Mazzarri, ma aveva un contratto solo fino a giugno e nelle prime 3 partite pre-lockdown incappò in altrettante sconfitte. Normale che Bava e Milanetto si dovessero anche guardare intorno, pensando a un’eventuale scelta diversa per la stagione successiva. E Juric era la prima scelta anche per Bava. Pure per un motivo specifico, fondamentale: con la sua difesa a 3 d’ordinanza, aveva caratteristiche ideali per la rosa del Torino. Ma Cairo fece la rivoluzione, senza però poi farla sul mercato per venire incontro alle esigenze ancor più specifiche di Giampaolo (4-3-1-2, con regista e trequartista nel rombo): Vagnati assunto a inizio maggio, Bava riportato poi al vivaio e opzione di prolungamento per Milanetto lasciata scadere (salvo cercare di blindarlo a posteriori con un nuovo contratto, ma quando ormai era tardi). Anche Vagnati (che si presentò subito a Torino come primo sponsor dell’opzione Giampaolo) tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate provò a ingaggiare Juric, che doveva ancora rinnovare a Verona ed era in scadenza (da tempo, inoltre, si registravano fibrillazioni con la proprietà). Ma era troppo tardi, a quel punto. E magari il progetto in tandem Cairo-Vagnati non era neanche così convincente, chissà. Comunque sia, Juric rispose no grazie (anche alla Fiorentina, peraltro). Ma se le nonne avessero le ruote e se per tempo gli fosse stato presentato un progetto concreto con al fianco anche le persone giuste, forse…
Non avremo mai certezze: né in un senso né nell’altro. Ma è sicuro lo sfacelo attuale dei granata: questo sì.


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