Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci chi erano e cosa facevano

Joseph Conrad ha chiamato questa zona Cuore di tenebra, titolo del suo romanzo più famoso. E qui, nella remota parte orientale del Congo, al centro del Continente Nero, è tragicamente scomparso l’ambasciatore italiano, tentando di portare un po’ di luce e di bene in questa terra tormentata dalla violenza e dalla miseria. Luca Attanasio, 43 anni, era in missione per conto del Programma alimentare mondiale dell’Onu e si stava recando in alcune scuole locali a organizzare delle consegne di cibo.

Viaggiava da Goma verso il Nord Kivu, vicino al confine con il Ruanda e al Parco nazionale dei Virunga, su un convoglio composto da due auto dell’Onu, con a bordo 8 persone. Oltre ad Attanasio c’erano altri due italiani, il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, Rocco Leone, 56, vicedirettore del Programma alimentare in Congo, e 5 dipendenti locali. Lungo la strada una banda armata ha attaccato le vetture, uccidendo subito uno degli autisti congolesi, Mustapha Milambo, e trascinando con sé gli altri nella foresta, tranne Leone che è riuscito a nascondersi. Il drappello è stato intercettato dai ranger del Parco, abituati a battersi con i bracconieri in difesa degli ultimi grandi gorilla, e si è scatenato un conflitto per liberare gli ostaggi.

Nella sparatoria è morto Iacovacci, l’ambasciatore è stato ferito all’addome e i predoni sono scappati con tre prigionieri. Portato di urgenza a Goma dai ranger, Attanasio è spirato poco dopo nell’ospedale locale dell’Onu. «Luca era una persona fantastica», dice commosso a Gente don Matteo Galloni, il sacerdote romano che nel 1997 ha fondato in Congo, nella capitale Kinshasa, la missione Amore e Libertà dedicata ai bambini di strada, con una scuola composta oggi da 29 classi, dalla materna fino alla secondaria. «Lo conoscevo dal 2017, quando era stato nominato ambasciatore, ed era diventato un amico.

Oltre a svolgere i compiti ufficiali legati al proprio incarico, aveva una passione travolgente per il volontariato ed era entusiasta di poter aiutare gli altri. Perciò girava molto, anche nelle zone più remote del Paese ». Il Nord Kivu è la più pericolosa, per la presenza dei feroci ribelli hutu delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda, dei miliziani del movimento islamico Tablighi Jamaat e di bande criminali di predoni, che negli ultimi tre anni hanno causato 750 rapimenti e quasi 1.900 uccisioni. Qualsiasi occidentale può diventare una preda, per la quale chiedere un riscatto di 20 o 30 mila dollari, ed è probabile che gli assalitori di Attanasio cercassero di sequestrarlo per poi chiedere soldi in cambio della liberazione. Il giovane ambasciatore, protagonista di una rapida e brillante carriera diplomatica, era cresciuto a Limbiate (Monza), paese oggi in lutto, dove lui era tornato dall’estero cinque anni fa per celebrare le nozze con Zakia Seddiki, giovane marocchina conosciuta a Casablanca, dove era console.

Dal matrimonio sono nate tre bambine e la coppia aveva dato vita insieme alla ong Mama Sofia, che assiste i bisognosi in Congo tramite presidi medici e vari progetti per le ragazze madri e le detenute. «Luca e sua moglie erano venuti a visitare la nostra scuola», continua don Galloni, «ed erano entusiasti di quanto abbiamo realizzato. Si sentivano coinvolti in prima persona, perché loro stessi dedicavano ogni minuto libero alla stessa causa. Ma io non ho mai voluto recarmi nel Nord Kivu, né mandarvi i miei missionari, perché so quanto sia pericoloso. Luca invece ha accettato il rischio, purtroppo». Forse l’ambasciatore contava su una scorta armata, che invece il governo congolese non gli ha fornito perché sostiene di non essere stato informato del suo viaggio. Contava anche sulla vettura blindata che aveva già richiesto, ma sapeva che non sarebbe arrivata prima di marzo.

Quindi come guardia del corpo aveva soltanto Vittorio Iacovacci, il carabiniere originario di Sonnino (Latina) che doveva rientrare in Italia tra una decina di giorni e che aveva programmato le nozze a giugno. Invece è morto per difendere Luca Attanasio, entrambi accomunati dallo stesso tragico destino. Dopo questo duplice omicidio, don Galloni è preoccupato che non si dipinga tutto il Congo come un Paese selvaggio, dove è proibitivo mettere piede. «Kinshasa è una città sicura, sotto il pieno controllo delle autorità. E lo sono anche molte altre regioni congolesi», dice. «È importante mantenere la nostra presenza, ci ha permesso di realizzare grandi risultati. Siamo riusciti a infondere l’amore per lo studio e per la cultura negli ex bambini di strada, portandoli a completare la loro istruzione a livello universitario. Alcuni hanno frequentato atenei in Europa. È emozionante quando tornano in Congo e iniziano a lavorare come ingegneri, avvocati, professori. Sono il futuro di questo tormentato Paese».


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