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Marco Bocci protagonista della fiction ‘Fino all’ultimo battito’: quando inizia

Una fiction in 12 puntate girata nel pieno della seconda ondata della pandemia, ambientata in buona parte dentro veri ospedali pugliesi, anche se in sezioni non in funzione: «Fare non un film ma una serie così complessa in un momento simile, tra tamponi continui e isolamento in albergo, è stato davvero faticosissimo», ricorda Marco Bocci. «È stata una delle esperienze emotivamente più forti che abbia mai vissuto.

Per dare autenticità al mio personaggio, una mamma che vive il travaglio di un figlio con una grave malattia, ho dovuto in qualche modo stare male pure io. Mi sono fatta un sacco di domande e ho attinto alla mia sensibilità, perché sono a mia volta madre di un bambino», aggiunge Violante Placido. I due attori sono i protagonisti di Fino all’ultimo battito, serie diretta dalla specialista Cinzia TH Torrini e prodotta da Luca Barbareschi, in onda dal 23 settembre su Rai 1. La storia ruota attorno a Diego Mancini (Bocci), stimato cardiochirurgo che si trova di fronte a un dilemma etico terribile. Paolo, il bambino di sette anni che ha avuto da Elena Ranieri (Placido), è cardiopatico e solo un trapianto potrebbe salvarlo. Ma quando finalmente arriva un cuore compatibile, la prima nella lista è una ragazza di 14 anni. Diego sa di avere ancora tempo per salvarla, mentre per suo figlio è l’ultima speranza. Così infrange il codice deontologico e trapianta il cuore a lui. Ma Cosimo, un boss incarcerato (Fortunato Cerlino), scopre quello che Diego ha fatto e attraverso la nuora Rosa (Bianca Guaccero) lo fa sprofondare in una spirale di ricatti che rischia di fargli perdere tutto.

Cosa vi ha appassionato dei vostri personaggi?

MARCO: «Il fatto che Diego non sia un eroe a tutto tondo che fa sempre la cosa giusta, ma una persona normale che, costretta a compiere delle scelte difficili, commette degli errori, ne paga le conseguenze e poi cerca il più possibile di rimediare».

VIOLANTE: «Elena è una sognatrice che si ritrova ad affrontare situazioni molto più grandi di lei e sa mettersi in discussione con coraggio». Siete entrambi genitori di bambini. Come vi sareste comportati al posto di Diego? MARCO: «L’amore verso un figlio ti acceca, ti rende più egoista nel senso che lui diventa per te il centro del mondo. Quindi credo che mi sarei comportato come Diego». VIOLANTE: «Penso che qualunque genitore farebbe come lui. La scelta di Diego è certamente condannabile, ma umanamente comprensibile».

Nella vita di tutti i giorni, fate prevalere la ragione o l’istinto?

MARCO: «A quarant’anni la ragione dovrebbe prevalere, altrimenti sarei ancora un adolescente. Ma non sempre è così. Diciamo che stanno cinquanta a cinquanta».

VIOLANTE: «Quando l’istinto parla chiaro lo seguo. Quando invece è tutto più nebuloso, cerco di razionalizzare ». Marco, tu hai vissuto in prima persona l’esperienza della malattia, un herpes al cervello che avrebbe potuto avere gravi conseguenze se non fosse stato scoperto in tempo. Quest’esperienza ti ha ispirato un monologo teatrale, Lo zingaro. Ma cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la malattia?

MARCO: «Mi ha tolto quella sicurezza di essere indistruttibile che molto spesso si ha da giovani. Anche se hai conosciuto persone che sono state male, ti sembra una realtà lontanissima da te. Ma questa perdita è stata una fortuna: continuo a fare programmi per il futuro, ma ora cerco di godere appieno ogni attimo delle mie giornate e ho capito quali sono le cose per cui vale davvero la pena combattere». Violante, la fiction è girata in Puglia, la terra d’origine di tuo padre Michele.

Che rapporto hai con le tue radici? «Molto forte. Proprio ieri ho fatto uno spettacolo nel paese di mio padre. Mi piace tantissimo il fatto di non essere solo romana e ogni tanto anche nella ­fiction questa parte di me salterà fuori». Cosa vi ha insegnato il periodo così difficile che stiamo vivendo?

MARCO: «Quanto sia importante la condivisione. L’isolamento forzato ci ha portato a cercare gli altri attraverso le tecnologie, penso ai social, ma sono tutti specchietti per le allodole. A me è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente, sentirmi parte di un gruppo quando lavoro. Solo che la frenesia della vita che facevo prima mi portava a trascurare persone a cui in passato ero stato legatissimo. Dentro di me sapevo quanto erano importanti, ma poi non trovavo il tempo di frequentarle. Ora invece mi impongo di farlo, anche dandoci degli appuntamenti ­ssi».

VIOLANTE: «Ho riflettuto sulla responsabilità che abbiamo nei confronti del nostro pianeta. Dobbiamo capire che ciascuno deve fare la sua parte per assicurare un futuro migliore non solo ai nostri ­gli, ma anche alle popolazioni che già ora soffrono a causa della nostra dissennata corsa al possesso di cose spesso superflue».

MARCO: «Anche io sono preoccupato dai cambiamenti climatici, ma sono anche ­fiducioso perché noto nei miei ­gli una dedizione per il rispetto dell’ambiente che sembra quasi connaturata in loro, al di là di quello che posso insegnare io. Mi meravigliano perché, nonostante siano ancora molto piccoli, hanno una sensibilità e uno spirito di osservazione che alla loro età non avevo per nulla. Se vedevo una cartaccia per terra, io non ci facevo caso. Loro invece si arrabbiano».


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