Saman Abbas chi è la ragazza uccisa dai genitori?

Sono bastati tredici minuti per spezzare la vita di Saman Abbas e i suoi sogni, quelli che, secondo le assistenti sociali, la ragazza pachistana che viveva a Novellata, paesone di 13 mila anime a venti chilometri da Reggio Emilia, sarebbe stata in grado di realizzare. Perché era cocciuta e determinata, spiegavano.

Ma la sua ostinazione nulla ha potuto contro la ferocia della famiglia, decisa a punirla per essersi ribellata a un matrimonio combinato con un cugino in Pakistan. Era arrivata qui adolescente, nel 2016, raggiungendo suo padre Shabbar che lavorava in un’azienda agricola in questa campagna della Bassa Reggiana disseminata di pozzi e canali, tanto vasta e desolata da aver a lungo ingannato il fiuto di inquirenti e cani molecolari, costringendo a impiegare droni e sofisticati strumenti tecnologici per scandagliare il terreno e cercare il corpo della ragazza.

Uccisa, è l’ipotesi-certezza della procuratrice Isabella Chiesa che coordina l’indagine, uccisa dallo zio Danish Hasnain, uomo violento e temuto da tutto il clan Abbas. Saman si era ambientata subito in Italia, aveva imparato in fretta la lingua e passato l’esame di terza media in un battibaleno.

Aveva un account Instagram su cui postava video musicali pakistani e uno su TikTok, dove il 18 dicembre, giorno del suo diciottesimo compleanno, aveva pubblicato un filmato: lei che cammina per il centro di Bologna, le sneakers ai piedi e i jeans strappati come tutte le ragazze della sua età.

Una normalità solo apparente, perché Saman passava le sue giornate in casa con la madre Nazia Shaeeen, non aveva il permesso di uscire né di frequentare la scuola, e a niente valevano le sue insistenze affinché il padre si convincesse a iscriverla al liceo.

La situazione precipita a ottobre 2020, quando la famiglia impone alla ragazza un matrimonio forzato e lei si ribella. Fa sul serio, Saman, sa che quello non è il futuro che vuole e forse sa anche che ha il diritto di pretenderlo: che la legge italiana punisce il reato di costrizione o induzione al matrimonio con il carcere fino a cinque anni e che la Convenzione di Ginevra prevede che le vittime dei matrimoni forzati abbiano diritto alla protezione internazionale. Denuncia i genitori alla polizia e va a stare in una struttura protetta nel bolognese gestita dai servizi sociali, dove resterà fino all’ll aprile. A quel punto ritorna a casa, forse convinta di poter risolvere la questione.

Quel che succede dopo lo racconta il suo ragazzo pakistano che vive in Italia, di due anni più grande di lei, che può frequentare solo Online. È con lui che Saman chatta dalla sua stanza, usando il cellulare della madre, e racconta che ha sentito dire che “quella sarebbe l’unica soluzione” per punirla. La ragazza ipotizza che la soluzione cui alludono i familiari sia il suo assassinio, e ne chiede conto.

Loro negano, ma non convincono Saman, che manda un messaggio audio al fidanzato confidandogli i suoi sospetti e avvertendolo: «Se non mi senti per quarantotto ore, rivolgiti alle forze dell’ordine». È il 30 aprile, comincia l’ultima notte di Saman, se sono vere le parole terribili che il fratello sedicenne della ragazza pronuncia a metà maggio davanti alla Procura minorile di Bologna dopo essere stato bloccato qualche giorno prima in provincia di Imperia, mentre tentava di fuggire verso la Francia. «Mio zio Danish ha ucciso Saman.

Ho paura di lui, mi ha detto che se io avessi rivelato ai carabinieri quanto successo mi avrebbe ammazzato. Ho pensato anche di ucciderlo mentre dormiva, visto ciò che ha fatto. Ma poi ho pensato che sarei finito in prigione. Ed era meglio che intervenissero i carabinieri», dice. Il suo racconto parte dopo la mezzanotte del 1° maggio, quando Saman scappa dal casolare degli Abbas dopo un litigio con il padre e la madre, ai quali aveva chiesto i suoi documenti d’identità con i quali, ormai maggiorenne, avrebbe potuto cominciare una nuova vita. Libera e da #italiangirl, come scriveva sui suoi account social.

Dietro alla ragazza spunta Danish, che arriva evitando le telecamere, dola, perché quando è entrato non aveva nulla in mano», ha spiegato agli inquirenti, sottolineando di aver invano chiesto allo zio di rivelargli dove avesse sepellito sua sorella. A scavare la fossa sarebbe stato Hasnain con i cugini Ijaz Ikram e Nomanulhaq Nomanulahq, che avrebbero raggiunto l’assassino anche la notte del delitto, come suggerisce il video delle telecamere che mostra i tre uscire dal casolare con le pale. A quella data Hasnain ha già pensato a tutto, anche ai biglietti aerei per far tornare in Pakistan la madre e il padre di Saman, ora indagati come lo zio e i due cugini per omicidio volontario. Per ora svaniti nel nulla, tranne Ikram, fermato in Francia e in attesa di rogatoria.


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