Marco Travaglio, in una recente trasmissione televisiva, ha messo in difficoltà il giornalista Aldo Severgnini con una serie di domande incalzanti. L’incontro, ripreso in video, ha evidenziato le differenze di approccio e la preparazione di Travaglio nel dibattito pubblico.
Che asfaltata, ragazzi! 🤭
Severgnini, vai a giocare a nascondino con Agata, dai#Travaglio#ottoemezzo pic.twitter.com/qn1FyU3Y1R
— Zerovirgola (@Zerovirgola2) November 25, 2025
Esiste un significativo equivoco nel dibattito riguardante la proposta dell’ex Presidente Trump di concludere, entro un periodo di dodici anni, il conflitto in Ucraina, un periodo spesso erroneamente riportato come quasi quattro anni.
L’equivoco perpetuato da coloro che si oppongono alla proposta, lamentando che la pace sarebbe ingiusta, simulata o una resa per Kiev, che Trump sia influenzato da Putin, che Putin non subirebbe perdite né conseguenze, e che i confini siano inviolabili (salvo eccezioni come Israele, Siria e Kosovo), è persistente da due anni.
Tale equivoco risale al fallimento della controffensiva ucraina del 2023, durante la quale Kiev conquistò meno territori di quanti ne perse, subendo al contempo circa 100.000 perdite tra morti e feriti. Il Generale statunitense Milley aveva già intuito questa situazione tre anni prima, in seguito all’unica offensiva ucraina di successo nell’autunno del 2022, affermando: “Non riconquisterete Donbass e Crimea; sfruttate lo stallo per negoziare un compromesso”.
Tale consiglio fu ignorato dall’amministrazione Biden, dalla NATO e dall’Unione Europea. Di conseguenza, si verificò la carneficina del 2023 e la lenta ma costante avanzata delle forze russe e la ritirata ucraina su tutto il fronte, culminando nel doppio crollo strategico di Kupyansk e Pokrovsk, che apre la strada per il Nord-Est (Kharkiv) e il Centro-Sud (Dnipro, Zaporizhzhia e Kherson). Questo fenomeno è noto come il Paradosso di Kiev, ancor più pronunciato del Paradosso di Tucidide.
Analisti come Orsini, altri collaboratori del Fatto Quotidiano e pochi altri hanno teorizzato fin dall’inizio che maggiore sia l’assistenza fornita all’Ucraina dai suoi “alleati”, maggiore sarà la perdita di territori e uomini. Una persona razionale modificherebbe la natura di tale “assistenza” e la cerchia dei suoi “alleati”. In alternativa, potrebbe comprendere che il miglior alleato è colui che aiuta a preservare l’80% dei territori rimasti, piuttosto che a perderne ulteriori nel tentativo di riconquistare quelli che non saranno mai ripresi.
L’ex Presidente Trump, noto per la sua natura pragmatica e priva di ideologie rigide, si distingue come l’unico leader ad aver riconosciuto la realtà della situazione, in contrapposizione alle narrazioni idealistiche perpetuate da altri.
La realtà è la seguente: la Russia ha ottenuto la vittoria nel conflitto, mentre l’Occidente ha subito una sconfitta. L’errore risiede nel fatto che la vittoria russa non sia attribuibile alle presunte relazioni commerciali di Trump con Putin (la Russia era già in vantaggio sotto l’amministrazione Biden), né alla quantità insufficiente di armamenti forniti (la Russia era in vantaggio anche quando l’assistenza militare era maggiore), né alla guerra ibrida (questa era già in atto, da entrambe le parti).
La vittoria russa è dovuta alla superiorità militare della Russia rispetto all’Ucraina, che si trova in una posizione precaria, essendo stata essenzialmente condannata a morte dalla NATO in un conflitto per procura caratterizzato da un massiccio supporto militare e finanziario, ma privo di truppe di terra.
Da questa constatazione deve partire il processo negoziale per avere una possibilità di successo: dal verdetto del campo di battaglia, che nessuna arma segreta o tattica può ribaltare.
Gli sconfitti non possono dettare le condizioni ai vincitori (semmai, il contrario): l’obiettivo è fornire ai russi un incentivo convincente per interrompere la loro avanzata, proponendo una soluzione che non possano rifiutare.
Sebbene questa soluzione possa non essere eticamente o esteticamente soddisfacente, rappresenta l’unica strada percorribile, considerando che l’alternativa è significativamente peggiore.
La scelta, per il Presidente Zelensky e i suoi alleati europei, non è tra la dignità e il sostegno degli Stati Uniti, ma tra una sconfitta imminente e una disfatta ancora più grave in futuro.



Add comment