Io e mia sorella partimmo entusiaste per un fine settimana in campeggio, felici all’idea di piantare la tenda nel cuore del bosco e fuggire dal rumore della vita quotidiana. L’aria era fresca, il sole filtrava dorato tra gli alberi: sembrava l’avventura perfetta.
Ma il nostro entusiasmo iniziò a incrinarsi quando incontrammo un uomo calvo, con una camicia blu, che portava a spasso il suo cane. A prima vista appariva una persona qualunque, persino cordiale. Eppure c’era qualcosa che non tornava. Il suo sguardo si soffermava troppo a lungo, il sorriso sembrava forzato.
“Gli ho scattato una foto d’istinto,” confessai più tardi a mia sorella. “Nel caso fosse servito.”
Cercammo di non pensarci e proseguimmo verso il lago, tentando di scrollarci di dosso quella sensazione di disagio. Ma, appena girato un sentiero, eccolo di nuovo: era lì, vicino all’acqua, fingendo di lanciare dei bastoncini al cane. Quando ci vide, iniziò a farci domande troppo personali:
Dove stavamo campeggiando? Eravamo sole?
Mia sorella mentì prontamente, dicendo che nostro padre ci avrebbe raggiunte a breve. Poi, senza aggiungere altro, prendemmo un sentiero diverso per tornare indietro, accelerando il passo. Nonostante questo, continuavo a voltarmi. Ogni volta intravedevo lui: il cane al suo fianco e lo sguardo fisso nella nostra direzione.
Quando arrivammo alla macchina, avevo le mani che tremavano. Quella sera, raccontando tutto a nostra madre, il suo volto impallidì. Riconobbe l’uomo dalla foto sul mio telefono: era stato arrestato di recente per una serie di furti in abitazione nella zona.
Ciò che era iniziato come una spensierata fuga nella natura si trasformò in un inquietante promemoria: il pericolo spesso si nasconde dietro i sorrisi più ordinari. Da quel giorno non andammo mai più in campeggio senza dire a qualcuno esattamente dove saremmo state. E non dimenticammo mai l’uomo calvo nel bosco.



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