Il mio telefono mi svegliò alle 3:33 del mattino, con un messaggio: Esci fuori. All’inizio pensai fosse un errore, forse un messaggio in ritardo da un numero sbagliato. Lo schermo brillava nella stanza buia, proiettando ombre lunghe sui muri, ma ero troppo stanca per preoccuparmi. Girai il telefono a faccia in giù e mi tirai le coperte sopra la testa. Eppure, qualcosa in quel messaggio mi restava in testa—la sua semplicità, il suo tempismo, la sua insistenza. Cercai di ignorarlo, dicendomi che il dormiveglia rende inquietante anche ciò che è innocuo. Alla fine mi riaddormentai, ignara che quel messaggio fosse solo l’inizio.
La notte successiva, di nuovo alle 3:33, lo stesso avviso mi svegliò di soprassalto. Il telefono vibrava sul comodino, quasi con impazienza. Il messaggio era identico: “Esci fuori.” Un brivido mi attraversò il petto. Controllai le serrature, le finestre, tutto ciò che potevo verificare, ma l’inquietudine non se ne andava. Pensai di bloccare il numero, ma qualcosa me lo impedì—la curiosità, forse, o quella strana sensazione che quel messaggio non volesse spaventarmi. Sembrava più un richiamo, come se chiunque—o qualunque cosa—lo avesse inviato fosse convinto che lo stessi aspettando. Incapace di dormire, rimasi sveglia fino all’alba, osservando le ombre ritirarsi mentre il cielo diventava dorato.
Alla terza notte, quando il messaggio arrivò alla stessa ora esatta, cedetti. Infilai le scarpe, mi avvolsi in una giacca e uscii sul portico. L’aria era stranamente immobile, come se il mondo trattenesse il respiro. Il telefono vibrò di nuovo, ma stavolta il messaggio era diverso: “Girati.” Il cuore mi batteva forte. Esitai, fissando la strada silenziosa illuminata solo da una luna pallida. Parte di me voleva rientrare e chiudere a chiave ogni porta, ma qualcosa di più profondo mi spingeva ad andare avanti.
Mi girai lentamente, sperando—temendo—di non trovare nulla.
E invece vidi me stessa.
O meglio, una versione di me—ferma ai margini del giardino, illuminata dalla luna come un riflesso diventato reale. Non era minacciosa. Mi osservava con un’espressione indecifrabile. Calma. Consapevole.
Il telefono vibrò ancora. Un nuovo messaggio apparve:
“Hai lasciato qualcosa indietro.”
La figura alzò la mano e indicò verso la casa. Guardai le finestre illuminate dall’interno e capii all’improvviso. Da mesi ignoravo un vuoto dentro di me—un sogno accantonato, una parte di me che avevo abbandonato nella corsa quotidiana. Quando mi voltai di nuovo, la figura era sparita. Ma il messaggio era ancora lì.
Non era un avvertimento. Era un promemoria.
E mentre rientravo, l’aria sembrava più leggera—come se una porta rimasta chiusa dentro di me si fosse finalmente aperta.



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