La gente mi osserva con compassione, sussurra alla mia compagna quanto sia nobile restare al mio fianco.
Invece, dietro le spalle di tutti, trasformo la sedia a rotelle in un riparo per renderle la vita pesante.
Lo faccio perché conosco bene il giudizio degli altri:
mai condannerebbero chi lascia un uomo bloccato su una ruota.
Stefano è il mio nome, età: quarantadue.
Da cinque anni la sedia a rotelle mi accompagna ogni giorno, dallo schianto con la moto.
Fuori, agli occhi degli altri, divento un combattente.
Uno che resiste, che non si arrende mai.
Dentro casa, per Giulia, quella moglie con cui condivido tutto, sono invece un limite.
Una prigione fatta persona.
A volte penso che la sedia a rotelle abbia cambiato tutto tra noi.
Dopo l’incidente, qualcosa si è ribaltato.
Non ero più io quello in ombra.
Lei cominciò a guardarmi diversamente.
Il suo modo di parlare rallentò.
I suoi gesti divennero attenti.
La paura che provavo prima sparì piano.
Adesso sono io quello di cui ha bisogno.
Adesso il suo timore si è spento.
Adesso resta legata a me per senso di colpa, anche se la gente parla.
Usando la situazione, agisco senza pietà.
Se propone di uscire con le amiche, non oppongo resistenza.
Invece mi accascio sul divano.
Con un filo di voce, mentre batto piano sulle ginocchia:
— Prego, vai tranquilla. Io resterò seduto qui davanti allo schermo spento finché tu rientri.
Impallidisce all’istante.
La colpa le si attacca addosso come fango.
Alla fine rinuncia.
Non mette il cappotto.
A volte mi trasformo in una persona esigente senza motivo.
Quando ho sete, la chiamo pur vedendo la bottiglia vicino a me, quasi a portata di mano.
Di notte la interrompo mentre dorme per cose insignificanti,
come se dovesse sempre essere pronta.
Se reagisce, se risponde con tono più alto, cambio registro subito:
— Perfetto, continua pure, grida allo zoppo. Fa bene alla tua immagine.
— Forse credi che sia un fardello starmi vicino? Vai pure, sparisci. Io resto da solo, qua ad aspettare.
Lei inizia a singhiozzare.
Mormora perdonami, si avvicina e mi stringe forte.
Io invece sorrido, nascosto sotto la pelle.
Un’altra volta fatto centro.
Capisco che vorrebbe andarsene.
Me lo dicono quegli occhi senza luce.
Me lo ripetono i respiri lunghi mentre mi aiuta ad alzarmi.
Però conosco la verità: non accadrà mai.
Pensaci un attimo…
come reagirebbero tutti quanti?
Amici, famiglia, chi lavora con lei.
Griderebbero cose del tipo:
— Ha abbandonato un uomo malato? È una bestia. Non ha anima.
Il peso della stampa diventerebbe troppo pesante da reggere.
Lei mi tiene prigioniero,
però è proprio lei a restare chiusa dietro sbarre invisibili.
Capita che mi sembri di essere diventato la peggior persona esistente, dopo ciò che è successo.
La mia rabbia si trasforma in qualcosa di pesante, usato contro di lei.
Dal momento in cui ho smesso di camminare, ogni suo passo mi ferisce.
Quando si muove nella stanza, leggera e senza fatica,
una furia nera prende il sopravvento.
In quegli istanti, desidero solo che anche per lei tutto sia più difficile.
Stefano è il mio nome.
A quarantadue anni si scopre nel mezzo di tutto.
Una scelta crudele prende forma:
bloccare la fuga della moglie.
Non con catene vere, ma con quelle dentro la testa.
L’obiettivo?
Lei non deve riuscire ad andarsene.
Mai.



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