Avevo dato un rene a mio marito.
Per farlo stare meglio.
Per tirarlo fuori dalla dialisi.
Per rivederlo vivere.
Voleva solo tornare quello di prima.
Niente di più.
Sei mesi dopo, però, se n’è andato con un’altra.
Senza troppe spiegazioni.
Adesso resto sveglia mentre fuori è buio
e penso a quel pezzo di me che lavora dentro di lui
per farlo stare bene…
mentre dorme accanto a lei.
Mi gira la testa quando ci penso.
Le dita mi formicolano,
come se potessero entrare e tirarlo fuori.
Non riesco ad accettare che il mio sangue, o quasi,
scorra nel corpo di chi lo desidera.
Mi chiamo Giulia.
Ho quarantaquattro anni.
Sul fianco porto due segni che non se ne andranno mai.
Tre anni fa Lorenzo, mio marito,
perdeva forza ogni giorno.
I reni avevano smesso di lavorare.
La dialisi lo svuotava lentamente.
Sembrava spento.
Come se non avesse più niente da dare.
Io non ho esitato.
Ho fatto gli esami.
Potevo donargli un rene.
Gliel’ho detto senza girarci intorno:
“Prendilo. È tuo. Ti tiro fuori da questo buco.”
Ha pianto.
Mi baciava le mani.
Diceva che ero arrivata dal cielo per salvarlo.
Dopo l’intervento il rene ha ripreso a funzionare.
Lui è rinato.
Di nuovo palestra, risate, progetti.
Di nuovo vita.
Otto mesi dopo si presenta davanti a me.
Non mi guarda negli occhi.
Poi dice:
“Giulia, ora so quanto tempo ci resta davvero.
Con te non sto più come prima.
C’è stata un’altra.”
Una donna di trentadue anni.
Conosciuta in palestra.
Quella palestra dove era tornato
grazie al rene che gli avevo dato io.
Se n’è andato.
Ora vive con lei.
A spezzarmi non è stato il divorzio.
È sapere che una parte di me
vive ancora dentro di lui.
C’è il mio DNA lì dentro.
Cellule che erano mie.
Ora battono per farlo amare da un’altra donna.
Non è la gelosia a uccidermi.
È il senso di invasione.
Come essere costretta a restare nella loro intimità
senza poter chiudere la porta.
Ogni tanto lo incontro per strada.
Sta bene.
Sembra in salute.
Mi dice:
“Ehi Giulia, tutto ok?”
Dentro di me urla una frase:
“Restituiscimelo. Era mio.”
Ma resto zitta.
Io invece mi stanco prima.
Devo stare attenta a cosa mangio.
I controlli non finiscono mai.
Con un rene solo, il corpo ti ricorda ogni giorno
che qualcosa non tornerà più.
A me hanno tolto qualcosa che non si restituisce.
Lui l’ha preso
e ci ha costruito sopra la sua nuova felicità.
Poi l’ho scoperto per caso:
beve di nuovo.
I medici avevano detto di no.
Invece di preoccuparmi,
mi è salita addosso una soddisfazione sporca.
Ho pensato:
che mi torni indietro.
Che il trapianto fallisca.
Che capisca chi lo tiene in vita.
Forse spero che torni.
Non per amore.
Per bisogno.
Sono davvero una donna cattiva per questo?
Nessuno spiega mai che donare qualcosa di tuo
è un contratto che non puoi più annullare.
Lui ha strappato quel patto
come fosse carta inutile.
Io resto qui
con una cicatrice che fa male quando cambia il tempo
e un silenzio che pesa più della solitudine.
Sono Giulia.
Quarantaquattro anni.
Gli ho dato dei figli.
Poi gli ho dato un rene.
Due volte ho fatto qualcosa di enorme per lui.
Due volte lui si è comportato
come se non fosse successo niente.



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