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Ho pregato perché si svegliasse… ora ho paura di mio figlio



Ho pregato in ginocchio ogni notte,
promettendo a Dio la mia vita in cambio del suo risveglio.
E ora che ha aperto gli occhi,
devo chiudermi a chiave in camera la notte
perché il “miracolo” che ho ottenuto
è un estraneo violento con il volto del mio bambino.



Mi chiamo Elena, ho cinquantaquattro anni.
Due anni fa mio figlio Simone, ventidue anni,
ha avuto un incidente in moto.

Tre mesi di coma.
Tre mesi passati in terapia intensiva,
con la mia mano che stringeva la sua, inerte.

Tutti mi dicevano di prepararmi al peggio.
Io rifiutavo.

Pregavo con una ferocia disumana.
Dicevo:
“Dio, non portarmelo via.
Ridammelo e non chiederò mai più nulla.
Prendi me, ma sveglia lui”.

Poi, un martedì mattina, Simone ha aperto gli occhi.

I medici hanno parlato di miracolo.
I giornali locali hanno scritto:
Il risveglio di Simone, la forza dell’amore materno.

Tutti festeggiavano.

Il mio segreto inconfessabile
è che rimpiango il coma.
E a volte — Dio mi perdoni —
rimpiango che non sia morto.

Nessuno racconta cosa succede
dopo il “lieto fine” dei film.

Il danno assonale diffuso ha distrutto i lobi frontali di Simone.
Quelli che controllano l’inibizione, l’empatia, la personalità.

Il Simone dolce, studente di architettura,
il ragazzo che mi portava la colazione a letto per il compleanno…
quel Simone è morto nell’incidente.

Non c’è più.

Quello che si è svegliato
è un uomo di ventiquattro anni
con la forza di un toro
e la rabbia di una bestia in gabbia.

Non mi riconosce come madre.
Mi vede come una carceriera.

È disinibito sessualmente.
Dice cose oscene alle infermiere, alle vicine, a me.
Ha scatti d’ira improvvisi.

Mi ha spaccato il labbro due volte
lanciandomi il telecomando
perché la TV non funzionava.

La casa è devastata:
buchi nei muri, piatti rotti.

Mio marito non ha retto.
Se n’è andato sei mesi fa.

Mi ha detto:
“Questo non è mio figlio”.

Io sono rimasta.
Perché l’ho voluto io.
L’ho pregato io.

È colpa mia.

La gente per strada mi dice:
“Che gioia signora! Come sta Simone?”

Io sorrido, con i lividi coperti dal fondotinta,
e rispondo:
“Si riprende, piano piano”.

Non dico che la sera nascondo i coltelli.
Non dico che quando lo sento camminare nel corridoio
mi si gela il sangue.

Non dico che guardo le foto di quando era in coma,
sereno, bellissimo, immobile,
e penso che quello era l’ultimo momento
in cui l’ho amato senza paura.

Ho sfidato la morte e ho vinto,
ma il prezzo è stato portare a casa
uno zombie che respira, mangia e odia.

Ho ottenuto quello che volevo,
e ora vivo l’inferno
di chi ha forzato la mano al destino.

A volte lo guardo mentre dorme
— l’unico momento in cui sembra ancora lui —
e gli sussurro:
“Scusami. Avrei dovuto lasciarti andare in pace”.

Mi chiamo Elena, ho cinquantaquattro anni.
E sono la madre di un miracolo che mi sta distruggendo,
vittima della mia stessa preghiera esaudita.



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