Negli ultimi decenni il numero di persone che raggiungono i 100 anni è aumentato in modo sorprendente. Secondo la Revisione 2024 delle World Population Prospects, il numero dei centenari è raddoppiato ogni decennio dal 1950 e si prevede che possa quintuplicare entro il 2050.
Ma qual è il segreto della longevità? È solo questione di fortuna? Oppure esistono segnali biologici che possono indicarci, già nella mezza età, chi avrà maggiori probabilità di arrivare a spegnere 100 candeline?
Lo studio svedese che ha seguito migliaia di persone per decenni
Un importante studio condotto in Svezia ha analizzato 44.637 persone della contea di Stoccolma, monitorate per un periodo fino a 35 anni. I ricercatori hanno esaminato esami del sangue di routine effettuati tra il 1985 e il 1996 per capire se alcuni marcatori potessero prevedere una longevità eccezionale.
Il risultato? 1.224 persone hanno raggiunto i 100 anni. L’85% erano donne, confermando la maggiore aspettativa di vita femminile.
Ma il dato più interessante riguarda i valori del sangue registrati molti anni prima.
I biomarcatori che fanno la differenza
Chi è arrivato a 100 anni tendeva ad avere già dalla mezza età:
- Livelli di glicemia più bassi
- Valori di creatinina inferiori (indicatore di buona funzione renale)
- Acido urico più basso, legato a minore infiammazione
Lo studio ha evidenziato un punto fondamentale: non sono ideali gli estremi. Valori troppo alti o troppo bassi erano associati a una minore probabilità di raggiungere i 100 anni.
Colesterolo e ferro: il ruolo della moderazione
Interessante anche il dato sul colesterolo. Livelli leggermente più alti di colesterolo totale erano associati a una probabilità moderatamente maggiore di sopravvivere fino ai 100 anni, un risultato coerente con altre ricerche sugli anziani molto longevi.
Anche il ferro segue lo stesso principio: livelli troppo bassi sono risultati meno favorevoli.
La parola chiave sembra essere equilibrio.
E il gruppo sanguigno?
Il gruppo sanguigno è spesso citato nei titoli come possibile fattore di longevità. Alcuni studi suggeriscono che possa influenzare leggermente il rischio cardiovascolare o la coagulazione del sangue.
Tuttavia, non esistono prove che un determinato gruppo sanguigno garantisca di vivere fino a 100 anni. Si tratta di un elemento marginale rispetto al complesso intreccio di genetica, stile di vita e salute metabolica.
Il ruolo della genetica
Altri studi hanno individuato varianti genetiche associate alla longevità, come:
- FOXO3A (resistenza allo stress cellulare)
- APOE (metabolismo dei lipidi)
- TP53 e P21 (protezione cellulare)
Ma neanche la genetica, da sola, è una garanzia.
Cosa possiamo imparare?
La lezione più importante dello studio svedese è che la longevità non dipende da un singolo fattore, ma da piccoli vantaggi mantenuti nel tempo.
Mantenere la glicemia stabile, preservare la funzione renale ed epatica, ridurre l’infiammazione e adottare abitudini sostenibili nel lungo periodo sembra fare la differenza.
Non si tratta di inseguire la perfezione nei risultati di laboratorio, ma di evitare gli eccessi.
Alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno di qualità e gestione dello stress sono strumenti concreti che possono influenzare le probabilità nel corso dei decenni.
La longevità è una somma di piccoli gesti
I centenari dello studio non erano perfetti. Non seguivano tutti la stessa dieta né avevano lo stesso stile di vita. Ciò che li accomunava era una salute relativamente stabile nel tempo.
La longevità non è un evento improvviso, ma il risultato di scelte ripetute ogni giorno.
Arrivare a 100 anni non è garantito a nessuno. Ma costruire oggi abitudini equilibrate può aumentare le probabilità di vivere non solo più a lungo, ma meglio.



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