Il passo a cui spesso si fa riferimento è Vangelo secondo Matteo 7:21:
“Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”
Queste parole attribuite a Gesù non criticano l’apparenza religiosa in sé, ma la distanza tra ciò che professiamo e ciò che viviamo. Non parlano di popolarità spirituale, di miracoli o di consenso pubblico. Parlano di obbedienza autentica.
Questo brano non è nascosto né censurato. È nella stessa Bibbia letta ogni giorno da milioni di persone. La sua forza sta nel fatto che sposta l’attenzione verso l’interno. La questione non è quanto sappiamo pregare, ma se la nostra vita riflette davvero la volontà di Dio.
Fede di superficie vs. trasformazione reale
Il messaggio è chiaro: la fede non si misura dalle dichiarazioni, ma dai frutti.
Gesù non si riferisce a estranei o increduli. Parla di persone che hanno persino profetizzato e compiuto opere “nel suo nome”. Ed è proprio questo che rende l’avvertimento così forte: l’attività religiosa, da sola, non equivale a una relazione autentica con Dio.
Questo invita a un esame personale:
- Vivo secondo ciò che affermo di credere?
- La mia fede sta plasmando il mio carattere?
- La mia vita privata è coerente con le mie parole pubbliche?
La Scrittura insegna costantemente che la fede autentica produce frutti visibili: umiltà, disciplina, compassione, giustizia, integrità.
Purezza e lotte interiori
Nel corso della storia cristiana, i temi legati alla sessualità sono stati spesso delicati e controversi. Alcuni comportamenti vengono interpretati come spiritualmente pericolosi; altri sono letti in chiave psicologica o medica.
Serve equilibrio.
La Bibbia incoraggia chiaramente purezza e autocontrollo (1 Corinzi 6:18–20). Allo stesso tempo, presenta Dio come Padre che perdona, ristora e accompagna nel processo di crescita.
Vivere nella paura costante — credendo che ogni caduta produca una rovina immediata — può causare danni emotivi profondi. La crescita cristiana non nasce dal terrore, ma dal pentimento sincero e da un progresso costante.
L’autocontrollo è descritto come frutto dello Spirito (Galati 5:22–23). E come ogni frutto, cresce nel tempo, attraverso disciplina, guida e consapevolezza della propria umanità.
Il cuore dell’avvertimento evangelico
Il capitolo 7 del Vangelo di Matteo offre un monito potente, non contro un singolo peccato specifico, ma contro l’incoerenza.
Il pericolo non è inciampare. È giustificare l’ipocrisia.
Non è la lotta a separarci da Dio, ma l’indurimento del cuore.
Il messaggio è chiaro:
- Parlare di Dio non basta.
- Apparire spirituali non basta.
- L’impegno religioso, da solo, non basta.
Ciò che conta davvero è fare la volontà del Padre.
E questa volontà comprende amore, perdono, integrità, misericordia e santità — senza cadere in estremismi distruttivi.
Riflessioni pratiche
- Valuta la tua fede con onestà, non per paura ma per maturare.
- Punta alla coerenza, non alla perfezione immediata.
- Coltiva l’autocontrollo come disciplina fondata sulla saggezza, non sull’ansia.
- Cerca guida spirituale se affronti difficoltà persistenti.
- Nutri la tua vita interiore con preghiera autentica, lettura consapevole della Scrittura e servizio concreto.
- Evita gli estremi: non minimizzare l’errore, ma non vivere sotto condanna continua.



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