Nella tradizione ebraica — in particolare in alcuni insegnamenti mistici collegati alla Kabbalah — esiste il concetto di “ayin hara” (occhio malevolo), che non è una formula esoterica, ma un invito alla prudenza, alla modestia e alla discrezione.
Il principio centrale non è la paura. È la consapevolezza.
Secondo questa visione, ciò che viene esposto eccessivamente può indebolirsi; ciò che viene custodito con misura tende a rafforzarsi. Non perché le parole abbiano un potere magico automatico, ma perché l’esposizione può generare confronto, invidia, pressione o aspettative.
Vediamo quindi il significato simbolico dietro alcune domande comuni.
Quando qualcuno chiede: “Come va il lavoro?”, spesso lo fa per cortesia. Tuttavia, parlare in dettaglio di progetti, promozioni o guadagni può esporre qualcosa che è ancora in fase di crescita. La tradizione invita alla sobrietà: gratitudine senza ostentazione. Una risposta semplice come “Grazie a Dio, va bene” riflette riconoscenza senza entrare nei particolari.
La domanda “Quali sono i tuoi progetti?” tocca qualcosa di ancora fragile. Nei testi rabbinici si trova l’idea che i progetti siano come semi: hanno bisogno di silenzio per germogliare. Condividere troppo presto può disperdere concentrazione ed energia. Non è segretezza per diffidenza, ma protezione del processo.
“Quanto hai risparmiato?” o domande simili sul denaro sono delicate in qualsiasi cultura. Le risorse economiche rappresentano sicurezza e stabilità. Renderle pubbliche può generare paragoni o tensioni. La discrezione, in questo caso, è semplicemente buon senso relazionale.
Anche la domanda “Come stai di salute?” può avere un doppio livello. Parlare apertamente con persone fidate è sano e necessario. Ma trasformare continuamente i propri problemi in racconto pubblico può rafforzare una narrazione di fragilità. La tradizione suggerisce di affermare la speranza e il percorso di guarigione, senza negare la realtà.
Infine, “Quanto hai pagato?” per un acquisto importante può sembrare innocente, ma rivelare cifre precise può attivare confronti. Il punto non è nascondere per paura, ma evitare che l’abbondanza diventi oggetto di competizione.
Il cuore dell’insegnamento non è la superstizione. È la responsabilità delle parole. Nella mistica ebraica, la parola è creativa: costruisce realtà relazionali. Essere prudenti significa non disperdere ciò che è prezioso.
Non si tratta di vivere sospettosi. Né di pensare che una risposta dettagliata causi automaticamente sfortuna. Piuttosto, è un invito alla modestia, un valore molto forte nella tradizione ebraica: non ostentare, non anticipare, non esporre inutilmente ciò che è in crescita.
In fondo, il messaggio è semplice e universale:
non tutto deve essere condiviso; non ogni curiosità richiede una spiegazione completa; e la discrezione è una forma di saggezza.
Parlare è potere.
Scegliere cosa non dire, a volte, è protezione.



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