Vivere fino a 117 anni è già qualcosa di straordinario. Arrivarci conservando per gran parte della vita una buona salute è ancora più raro. Per questo la storia di María Branyas Morera ha attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
Nata il 4 marzo 1907 a San Francisco da una famiglia spagnola, María trascorse gran parte della sua esistenza in Catalogna. Dal gennaio 2023 fino alla sua morte, avvenuta il 19 agosto 2024, fu ufficialmente riconosciuta come la persona vivente più anziana del mondo. Aveva 117 anni e 168 giorni.
Ma agli scienziati non interessava soltanto il numero scritto sulla sua carta d’identità. La vera domanda era un’altra: come aveva fatto il suo organismo a resistere così a lungo senza essere devastato dalle malattie normalmente associate all’invecchiamento?
Il corpo di Maria è diventato un caso di studio
Prima della sua morte María aveva accettato di partecipare a una ricerca scientifica sulla longevità. Il gruppo guidato dal ricercatore Manel Esteller ha raccolto e analizzato campioni di sangue, saliva, urine e feci, studiando numerosi aspetti del suo organismo.
Gli scienziati hanno esaminato il suo DNA, l’espressione dei geni, le proteine presenti nel sangue, il metabolismo, il sistema immunitario, il microbiota intestinale e i cosiddetti marcatori epigenetici dell’età.
Si è trattato quindi di un’analisi estremamente ampia, pensata per osservare contemporaneamente diversi meccanismi biologici coinvolti nell’invecchiamento. I dati ottenuti sono stati poi confrontati con quelli di persone più giovani e di altri anziani.
Il risultato più interessante è che María sembrava rappresentare una rara combinazione di estrema vecchiaia e relativa buona salute.
In altre parole, il suo caso suggerisce che essere molto anziani non significa necessariamente essere gravemente malati.
Una genetica particolarmente favorevole
Una parte importante della sua longevità sembra essere stata scritta nei geni.
I ricercatori hanno individuato alcune varianti genetiche associate a una migliore protezione nei confronti di determinate patologie legate all’età. Tra queste figuravano caratteristiche potenzialmente favorevoli per la salute cardiovascolare, il sistema immunitario e il cervello.
Secondo le analisi riportate dai ricercatori, María non mostrava alcune delle varianti genetiche più problematiche associate a malattie come l’Alzheimer e presentava invece caratteristiche considerate favorevoli per una vita lunga e relativamente sana.
Questo non significa naturalmente che esista un singolo “gene della longevità”.
La durata della vita dipende da una combinazione estremamente complessa di fattori genetici, ambientali e comportamentali. Nel caso di María, tuttavia, la componente genetica potrebbe aver avuto un ruolo particolarmente importante.
Lei stessa, quando le veniva chiesto quale fosse il segreto della sua longevità, aveva parlato in passato di fortuna e buona genetica.
Gli studi successivi sembrano darle almeno parzialmente ragione.
Un organismo anziano, ma alcuni segnali biologici erano più giovani
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalle analisi riguarda la differenza tra età cronologica ed età biologica.
L’età cronologica indica semplicemente quanti anni abbiamo vissuto. L’età biologica cerca invece di valutare quanto siano effettivamente “invecchiati” i nostri tessuti e le nostre cellule.
Nel caso di María, alcuni indicatori biologici sembravano molto più favorevoli di quanto ci si sarebbe aspettato in una persona di oltre 116 anni.
Il suo organismo mostrava naturalmente i segni dell’invecchiamento, ma contemporaneamente conservava caratteristiche considerate protettive.
È proprio questa apparente contraddizione ad aver affascinato gli studiosi: María era estremamente anziana, ma diversi sistemi del suo organismo continuavano a funzionare sorprendentemente bene.
Il ruolo sorprendente dell’intestino
Tra le scoperte più interessanti dello studio c’è quella relativa al microbiota intestinale, cioè l’insieme di miliardi di microrganismi che vivono nel nostro intestino.
Con l’avanzare dell’età, la composizione del microbiota tende normalmente a cambiare e può diventare meno diversificata. Nel caso di María, invece, i ricercatori hanno osservato caratteristiche considerate particolarmente favorevoli.
Il suo microbiota presentava un’elevata presenza di alcuni batteri benefici, tra cui microrganismi appartenenti al genere Bifidobacterium. Questi batteri sono spesso associati alla salute intestinale e tendono generalmente a essere più abbondanti nelle persone giovani.
Una delle possibili spiegazioni riguarda anche la sua alimentazione.
Tre yogurt al giorno e dieta mediterranea
María seguiva una dieta semplice, basata in gran parte sui principi dell’alimentazione mediterranea.
Consumava regolarmente verdure, frutta, olio d’oliva e altri alimenti tipici della dieta mediterranea. Inoltre, secondo quanto riportato dai ricercatori, mangiava yogurt quotidianamente, arrivando in alcuni periodi a consumarne diversi al giorno.
Gli yogurt contengono batteri fermentativi che possono contribuire al mantenimento di un microbiota intestinale equilibrato.
Sarebbe però sbagliato concludere che mangiare yogurt permetta automaticamente di vivere fino a 117 anni.
Gli stessi scienziati sottolineano infatti che la longevità di María è probabilmente il risultato dell’interazione tra numerosi elementi: genetica favorevole, stile di vita, alimentazione e altri fattori ancora difficili da comprendere.
La sua dieta potrebbe quindi essere stata uno dei tasselli del puzzle, non la spiegazione definitiva.
Niente fumo e uno stile di vita semplice
Anche alcune abitudini quotidiane potrebbero aver contribuito.
María non fumava e conduceva una vita relativamente tranquilla. Amava camminare, leggere, stare con la famiglia, occuparsi delle piante e trascorrere tempo con le persone a lei care.
La sua alimentazione era moderata e seguiva in larga parte lo stile mediterraneo.
Questo insieme di comportamenti coincide con molte delle indicazioni che gli studi sulla longevità associano generalmente a un invecchiamento più sano: attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, relazioni sociali e assenza di fumo.
Un metabolismo dei grassi particolarmente efficiente
Gli scienziati hanno osservato anche alcune caratteristiche molto interessanti nel metabolismo di María.
In particolare, il suo organismo sembrava gestire in maniera particolarmente efficiente alcuni lipidi presenti nel sangue.
I livelli di alcuni marcatori associati alle malattie cardiovascolari apparivano sorprendentemente favorevoli considerando la sua età avanzatissima.
Secondo i ricercatori, questa caratteristica potrebbe essere stata determinata sia dalla genetica sia dal suo stile alimentare.
Ancora una volta, dunque, geni e ambiente sembrano essersi combinati in modo eccezionalmente favorevole.
Invecchiare non significa necessariamente ammalarsi
Probabilmente la conclusione scientificamente più importante dello studio riguarda proprio il rapporto tra vecchiaia e malattia.
Per molto tempo le due condizioni sono state considerate quasi inevitabilmente collegate: più aumenta l’età, maggiore sarebbe la probabilità di accumulare malattie.
Il caso di María mostra invece qualcosa di più complesso.
Una persona può raggiungere un’età estremamente avanzata presentando contemporaneamente alcuni segni biologici dell’invecchiamento e sistemi dell’organismo ancora sorprendentemente efficienti.
Gli studiosi ritengono quindi che i processi che determinano l’invecchiamento e quelli che determinano le malattie potrebbero, almeno in parte, essere separati.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende il suo caso tanto prezioso per la ricerca futura.
Non esiste però una ricetta per vivere 117 anni
La storia di María può facilmente far pensare che sia stata scoperta una formula segreta per la longevità.
In realtà gli scienziati invitano alla prudenza.
Lo studio riguarda infatti una singola persona, dotata di caratteristiche biologiche eccezionali. Non è possibile quindi prendere le sue abitudini e trasformarle automaticamente in regole valide per tutti.
Mangiare yogurt, seguire la dieta mediterranea o fare passeggiate può rientrare in uno stile di vita sano, ma nessuno di questi comportamenti garantisce una vita ultracentenaria.
La genetica di María era estremamente rara e potrebbe aver avuto un peso determinante.
Proprio per questo, il vero valore della ricerca non è aver scoperto “come vivere fino a 117 anni”, ma aver mostrato quali meccanismi biologici potrebbero aiutare alcune persone a invecchiare mantenendosi più sane.
Ed è forse questa la lezione più importante lasciata da María Branyas Morera alla scienza: non necessariamente trovare il modo di vivere per sempre, ma capire come rendere gli anni della vecchiaia il più possibile liberi dalle malattie.



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