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Missile sulla Turchia, cosa prevede l’articolo 5 della Nato: l’analisi di un giurista



Il lancio di un missile dall’Iran in direzione della Turchia, avvenuto oggi e intercettato dalla contraerea della NATO, ha riportato al centro dell’attenzione uno dei meccanismi più delicati dell’Alleanza atlantica: l’articolo 5, che disciplina la difesa collettiva in caso di attacco contro un Paese membro. Turchia e Iran si trovano così al centro di un episodio che, per dinamica e potenziali conseguenze, viene letto in chiave di possibile escalation regionale.



La cornice è quella di un conflitto più ampio che, secondo le ricostruzioni, sta producendo effetti e tensioni in diversi quadranti del Medio Oriente. In passato, scenari potenzialmente assimilabili erano stati evocati soprattutto lungo il confine tra Polonia e Ucraina, dove frammenti di missili russi lanciati verso obiettivi ucraini erano finiti oltre frontiera, all’interno del territorio polacco. Tuttavia, casi del genere erano stati generalmente interpretati come episodi indiretti o incidentali, senza arrivare all’ipotesi di un attacco diretto attribuibile a uno Stato esterno contro un membro dell’Alleanza.

Sull’episodio di oggi è intervenuto anche il capo del Pentagono Pete Hegseth, che ha commentato l’accaduto evidenziando il rischio collegato a questo tipo di eventi e sostenendo che l’attacco alla Turchia non porterebbe a un intervento dei Paesi dell’Alleanza ai sensi dell’articolo 5. Nelle ore successive, il governo turco ha fatto sapere che il missile lanciato da Teheran e abbattuto dalla difesa aerea non sarebbe stato indirizzato contro la Turchia: la traiettoria, secondo questa versione, avrebbe avuto come destinazione una base militare inglese a Cipro. Su questa base, l’ipotesi di un’attivazione dell’articolo 5 nel caso specifico verrebbe considerata meno probabile.

Il contesto, però, resta fluido. Il conflitto descritto nelle ricostruzioni recenti coinvolge o interessa, direttamente o indirettamente, vari Paesi: Arabia Saudita, Iran, Israele, Libano, Palestina, Giordania, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Yemen, con riflessi che toccano anche Cipro per la presenza di installazioni militari del Regno Unito. In un quadro di questo tipo, l’articolo 5 continua a essere il punto di riferimento quando si ragiona sulle possibili risposte coordinate tra alleati e sui criteri che fanno scattare — o escludono — la difesa collettiva.

Per chiarire come funzioni il meccanismo, è stato ascoltato il professor Pasquale De Sena, già presidente della Società di diritto internazionale italiana e docente di diritto internazionale all’Università di Palermo. Il punto centrale, spiega il giurista, riguarda la procedura formale e la valutazione politica necessaria prima che l’articolo 5 possa trovare applicazione: “Perché operi l’articolo 5 non basta che un paese ne chieda l’attuazione, ma serve una delibera del Consiglio atlantico”.

Secondo De Sena, la prassi conferma che l’attivazione non è automatica e richiede un passaggio deliberativo. A sostegno, richiama un precedente considerato fondamentale nella storia dell’Alleanza: “La prassi ci dimostra che funziona così. Nel caso dell’intervento militare degli Usa in Afghanistan, considerato di difesa rispetto all’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ci fu una delibera del Consiglio atlantico.” Non solo: anche quando l’articolo 5 viene attivato, ciò non equivale a un obbligo uniforme di invio di truppe da parte di tutti i membri. “Inoltre, anche in caso di attuazione dell’articolo 5, non è imposto ai membri dell’Alleanza di mandare truppe in soccorso dell’aggredito. Anche in questo caso ci rifacciamo alla guerra in Afghanistan: in quel caso i paesi dell’alleanza contribuirono in forme diverse alle operazioni militari della NATO”.

Il supporto, quindi, può assumere varie forme operative. Il giurista cita esplicitamente un esempio: “Ad esempio con il supporto logistico, come quello delle basi militari, ma non implica necessariamente un coinvolgimento diretto”. Resta poi un’altra questione chiave: che cosa si intende, in termini giuridici e politico-militari, per “attacco” tale da giustificare l’eventuale ricorso all’articolo 5. La definizione è più restrittiva di quanto spesso venga riportato nel dibattito pubblico: “Si parla di attacco armato – precisa il professore – quindi non può essere inteso come attacco armato un incidente, come ad esempio la caduta di pezzi di un drone. L’articolo 5 fa riferimento all’articolo 51 della Carta ONU, che parla di attacco armato; per configurarlo non basta un singolo missile verso una base. Deve trattarsi di un attacco ad uno Stato su larga scala”.

Nel ragionamento di De Sena rientra anche l’analisi delle possibili evoluzioni del conflitto in corso. Il professore collega il rischio di estensione alla natura e all’ampiezza della risposta iraniana, distinguendo tra obiettivi e limiti: “La possibilità di estensione del conflitto è molto alta purtroppo. La risposta iraniana è a largo raggio. Essa è lecita a verso Israele e Stati Uniti, ma lo è anche relativamente alla reazione militare verso altri paesi, purché tale reazione non sia indiscriminata, ma colpisca solo quelli in cui vi sono basi usate dagli USA per le loro operazioni. In altri termini: i paesi che appoggiano l’intervento di Usa e Israele devono assumersene le responsabilità”.

Infine, De Sena inquadra l’attuale fase come particolarmente critica per numero di fronti e coinvolgimento di attori rilevanti: “Altro che Ucraina, il rischio di estensione del conflitto – ma anche di esplosioni di terrorismo guidato dall’Iran – è altissimo” e, in conclusione, “Questo è il momento più pericoloso degli ultimi anni, non c’è dubbio, il più pericoloso sicuramente dalla fine del blocco sovietico, forse addirittura dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non abbiamo mai avuto così tanti teatri di guerra aperti. Ne abbiamo tre: quello palestinese, quello iraniano e quello ucraino, ed in tutti questi contesti bellici sono impegnate grandi potenze”.



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