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Ogni sera mi chiudo in bagno e divento mio fratello morto, solo per vedere mia madre sorridere



Ogni sera, quando arriva l’ora giusta, spengo la luce.
Prendo il cellulare.
E parlo con mia madre usando un tono che non è il mio.



Divento mio fratello.

Quello biondo.
Quello scomparso da otto anni.

Lei non ricorda più il cimitero.
Non ricorda il marmo freddo, né i fiori secchi.
Per lei Matteo respira ancora. Vive lontano. In Australia. Lavora. Telefona poco, ma esiste.

Io scelgo di ascoltare le parole dolci che lei rivolge a lui,
invece di riportarla ogni volta dentro una verità che le spezza il fiato.

Mi chiamo Sara.
Ho quarantasei anni.

Mia madre, Teresa, vive ferma in una realtà che non avanza più dal 2013.
È l’anno in cui il tempo si è inceppato.
Lì Matteo è vivo. Ogni giorno.

In realtà una caduta in moto lo ha fermato nel 2014.

All’inizio dicevo tutto.
Dicevo:
Mamma, Matteo non c’è più. Lo sai, vero?

Lei urlava.
Si tirava i capelli.
Il dolore tornava identico, ogni volta, come se fosse la prima.

Ogni giorno. Senza tregua.

Un mattino ho deciso che bastava.

Sono tornata indietro per lui.
Solo per lei.

Quando mi ha chiesto dov’era suo fratello, ho risposto piano:
Ha chiamato poco fa. Dormivi. Richiamerà dopo cena.

I suoi occhi si sono aperti diversamente.
Un sorriso piccolo, fragile.

Da quel momento, ogni parola è diventata vera.

Ora, ogni sera, dopo il tramonto, mi chiudo in bagno.
Chiudo la porta.
Chiamo casa con il mio stesso cellulare.

Abbasso la voce.
Imito le sue frasi.

Mamma, ciao. Qui a Sydney fa un caldo incredibile.

Lei cambia.
La sua voce diventa morbida. Luminosa.
La donna che con me brontola per ogni cosa, che non dice mai una parola gentile,
con Matteo ride. Scherza. Canta quasi.

Poi succede la parte che mi spezza.

Comincia a parlare di me.

Tua sorella è sempre qui, poverina. È pesante. Sempre stanca. Non sorride mai.
Meno male che ho te. Tu sì che mi dai gioia. Sei l’unico che mi capisce.

Io resto lì.
Con il telefono in mano.
Le lacrime che scendono senza chiedere permesso.

Provo a dire:
Coraggio, mamma. Sara ti vuole bene.

Lei risponde piano:
Lo so… ma non è uguale a te. Tu sei diverso.

Scopro così che per mia madre conta di più
un figlio che non esiste
di me, che sono qui.

Io che compro le pillole.
Io che pulisco casa.
Io che resto.

A volte vorrei urlare:
Mamma, esisto anch’io! Matteo non c’è più!

Ma ricordo le sue urla di allora.
E tengo tutto dentro.

Quando riattacco dico:
Ora devo tornare al lavoro, mamma. Ti voglio bene.

Rientro in soggiorno.
Lei è più calma.
Mi guarda fredda, come sempre:

Matteo ha telefonato poco fa. Quello sì che si impegna.

Annuisco.
E sussurro:
Ne sono contenta per te.

Ogni sera tengo in vita uno spettro
che si prende l’amore che servirebbe a me.

Io recito questa commedia crudele.
Non sono la protagonista.
Sono la comparsa sullo sfondo
mentre al centro brilla un miraggio.

Finché quel sorriso le attraverserà il viso guardando lo schermo,
continuerò a spezzarmi piano.

Difendere la sua gioia inventata
pesa più del rispetto che dovrei avere per me.

Sono Sara.
Quarantasei primavere sulle spalle.
A volte parlo per conto di chi prende tutto l’amore che a me non arriva mai.



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