Quindici anni sono un tempo lungo per convivere con domande senza risposta. Quando mia sorella scomparve, i giorni successivi furono un vortice di telefonate, ricerche e conversazioni che non portavano da nessuna parte.
Continuavo a riascoltare mentalmente quella chiamata persa, chiedendomi cosa avrebbe detto se avessi risposto. La vita andò avanti, perché doveva — ma quel dolore sommesso non mi lasciò mai del tutto.
Ad ogni festa, ad ogni traguardo, c’era un vuoto dove avrebbe dovuto esserci la sua risata. Col tempo, la speranza non svanì del tutto: si trasformò in qualcosa di più quieto, più prudente.
Due notti fa presi un treno notturno, dopo una lunga giornata di lavoro.
Ero grata per quella calma che spesso accompagna i viaggi serali: il vagone mezzo vuoto, le luci soffuse, il ritmo costante dei binari. Mi sistemai al mio posto e, per caso, guardai attraverso il corridoio.
Il respiro mi si bloccò in gola.La ragazza seduta di fronte sollevò lo sguardo nello stesso momento. I suoi occhi erano inconfondibili — familiari in un modo che mi fece tremare.
Poi notai una piccola cicatrice sul collo, quella stessa che ricordavo da bambina, frutto di giochi estivi e cadute leggere.
Senza rendermene conto, pronunciai il suo nome ad alta voce, più forte di quanto volessi.
Si alzò lentamente, lo sguardo misto a stupore e incertezza.
Per un lungo istante restammo immobili, entrambe timorose di muoverci, come se un gesto sbagliato potesse infrangere quella fragile realtà che si stava formando tra noi.
Non fuggì, non negò.
Fece solo qualche passo verso di me e, con voce esitante, mi chiese il nome — come per verificare un ricordo lontano, sfocato dal tempo.
Quando risposi, vidi qualcosa sciogliersi nel suo viso.
Mi spiegò, a tratti, che gli anni trascorsi erano stati complessi, pieni di cambiamenti e scelte difficili da spiegare allora.
Parlammo per tutto il viaggio, raccontandoci frammenti di vita in frasi brevi, caute. Non ci fu una grande rivelazione, né la chiusura perfetta di tutte le ferite.
Quello che contava era la comprensione silenziosa che si creò tra noi — la consapevolezza che il tempo non aveva cancellato tutto.
Quando il treno arrivò alla sua fermata, ci scambiammo i numeri di telefono e una promessa: rivederci, questa volta alla luce del giorno.
Mentre la guardavo scendere dal treno, sentii qualcosa che non provavo da anni — non la fine del dolore, ma la possibilità.
A volte, la guarigione non arriva tutta insieme.
A volte comincia così: con un volto familiare in un luogo inatteso,
e il coraggio di iniziare una conversazione che pensavi perduta per sempre.



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