Il 24 novembre 2024, Ramy Elgaml, un giovane di 19 anni, ha perso la vita dopo un lungo inseguimento con i carabinieri che si è concluso in via Quaranta a Milano. A distanza di oltre un anno dalla tragedia, la Procura di Milano ha archiviato due filoni d’indagine. Il primo riguarda l’accusa di omicidio stradale nei confronti di Fares Bouzidi, il conducente del T-Max su cui viaggiava Elgaml, e del carabiniere alla guida dell’auto dei militari coinvolti nell’inseguimento. Il secondo filone coinvolge sei carabinieri accusati di favoreggiamento e depistaggio, in relazione alla cancellazione di prove video e file di testimoni, oltre a false dichiarazioni ai pubblici ministeri e falsificazione di documenti ufficiali riguardanti l’arresto di Bouzidi.
Negli atti dell’inchiesta, riportati dal quotidiano Il Domani, emergono alcune chat estratte dai cellulari di alcuni dei militari coinvolti. Questi messaggi rivelano non solo strategie per difendere i colleghi indagati, ma anche un preoccupante clima di razzismo e mancanza di rispetto nei confronti di figure politiche, come il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. In una delle conversazioni, un carabiniere, che risulta anche un sindacalista, ha scritto: “Quindi il video non lo vogliamo vendere?”, riferendosi a delle immagini che, come riportato, sono state successivamente trasmesse in un programma televisivo su Rete Quattro.
Inoltre, un altro carabiniere ha espresso un attacco diretto a Sala, che pochi giorni dopo l’incidente aveva invitato i genitori di Elgaml a Palazzo Marino. “Sindaco di m***”, ha commentato, aggiungendo: “Sì sì, ma lo sappiamo che c’è di mezzo una cosa politica […] Dobbiamo aspettare soltanto, aspettare che ci scappi un morto, spero che non sia un collega, ma un neg*o che passa per caso, che lo ammazzano e poi dopo vediamo”.
Altre frasi contenute nelle chat rivelano un linguaggio brutale nei confronti di chi ha partecipato a una manifestazione a Torino nei giorni successivi alla morte di Elgaml. Durante quella protesta, erano stati esposti cartelli e slogan contro la polizia, e una fotografia della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del vicepremier Matteo Salvini era stata bruciata. Un carabiniere ha commentato: “Hanno bruciato le immagini di Meloni e Salvini a Torino, questi qua sono delle mde, sono delle zecche di meda, che vanno tutti appesi a piazza Loreto, per i piedi. Datemi pure del fascista che mi va pure bene a me, non me ne frega un ca**o”.
Un altro scambio di messaggi ha visto un carabiniere rispondere a un amico che criticava il comportamento di Elgaml e Bouzidi durante l’inseguimento, affermando: “Ma pezzo di m***, marocchino di m***, se ci sono le luci blu tu ti fermi, che ca*** vuol dire fare così? Boh”. La risposta del carabiniere è stata un semplice “Sì, vero”. Un altro messaggio ha rivelato una preoccupazione, ma solo per i colleghi indagati: “E non ti nascondo che mentre li inseguivano, speravo in cuore mio che li mollassero”. Infine, un altro carabiniere ha dichiarato: “Del morto non me ne frega na minc***. Però conosciamo i nostri comandanti e mi fermo qua”.
Questi sviluppi gettano una luce inquietante sul comportamento di alcuni membri delle forze dell’ordine e sollevano interrogativi sulla cultura interna all’interno dell’Arma dei Carabinieri. La chiusura delle indagini da parte della Procura di Milano ha suscitato reazioni contrastanti, evidenziando la necessità di ulteriori riflessioni e azioni per garantire la responsabilità e il rispetto dei diritti umani.



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