L’anno 2026 si apre con una continuazione delle tensioni tra Italia e Commissione Europea, segnando un ulteriore passo indietro nei rapporti tra le due parti. Bruxelles ha avviato nuove procedure di infrazione, riportando l’attenzione su un tema strutturale: le persistenti difficoltà italiane nel rispettare le normative comunitarie, in particolare quelle relative alla tutela dell’ambiente. Dopo un 2025 chiuso con dati preoccupanti, l’inizio del nuovo anno conferma una tendenza allarmante, con ripercussioni sia economiche che ambientali.
Secondo le statistiche ufficiali, alle sette procedure già attive nel corso dell’anno precedente si sono aggiunte ulteriori contestazioni, molte delle quali riguardano nuovamente la qualità dell’aria, dell’acqua e la gestione delle risorse naturali. Questo rappresenta un chiaro segnale che le problematiche non sono sporadiche, ma piuttosto il risultato di ritardi cronici e di un recepimento incompleto delle direttive europee.
Tra le nuove lettere di messa in mora inviate dalla Commissione Ue, una parte significativa è direttamente o indirettamente collegata all’ambiente. Le contestazioni spaziano dalle violazioni della direttiva sulle acque al mancato rispetto delle norme sulla qualità dell’aria, fino all’inosservanza di obblighi di semplificazione amministrativa in settori sensibili come alimenti, rumore e apparecchiature radio.
La qualità dell’aria rimane un tema delicato, soprattutto considerando la situazione della Pianura Padana, identificata da tempo come una delle aree più inquinate d’Europa. Non sorprende, quindi, che Bruxelles continui a esercitare pressioni significative, ritenendo insufficienti le misure adottate e, in particolare, il mancato aggiornamento dei programmi nazionali previsti dalle direttive comunitarie.
Le conseguenze delle procedure di infrazione non si limitano all’ambito politico o ambientale, ma hanno anche un impatto finanziario. Come sottolineato dal commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, dal 2012 l’Italia ha già versato 1,2 miliardi di euro a seguito di sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea. Questa cifra evidenzia l’impatto concreto dei ritardi normativi e amministrativi.
L’ultimo aggiornamento del Dipartimento degli Affari Europei, pubblicato l’11 dicembre 2025, riporta un totale di 69 procedure di infrazione a carico dell’Italia, di cui ben 24 in materia ambientale, corrispondenti a circa un terzo del totale. Questo dato è ulteriormente confermato dalla relazione 2025 della Corte dei Conti sui rapporti finanziari con l’Unione europea, che evidenzia come solo per le infrazioni ambientali il Paese abbia sostenuto costi superiori a 800 milioni di euro.
Particolarmente onerose sono state le sanzioni legate a quattro procedure giunte a una seconda sentenza, tra cui quelle riguardanti discariche abusive, trattamento delle acque reflue urbane e l’emergenza rifiuti in Campania, che da sole hanno generato esborsi per oltre 800 milioni di euro.
Tra le nuove procedure spicca quella relativa al mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, avviata anche nei confronti di Danimarca e Lussemburgo. La normativa europea richiede controlli dettagliati sui prelievi idrici e revisioni periodiche delle autorizzazioni, con l’obiettivo di garantire il buono stato di fiumi e laghi. Tuttavia, in Italia, la legislazione non assicura una registrazione completa dei permessi né prevede revisioni regolari delle concessioni, che spesso rimangono valide per decenni.
In aggiunta, si segnala la procedura per il mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico, previsto dalla direttiva NEC del 2016. L’Italia non ha ancora trasmesso l’aggiornamento richiesto, nonostante i ripetuti solleciti, esponendosi a ulteriori passaggi formali che potrebbero portare a sanzioni più severe.
Ora il governo italiano ha due mesi di tempo per rispondere alle lettere di messa in mora e per correggere le carenze evidenziate dalla Commissione. In caso contrario, Bruxelles potrà procedere con un parere motivato, aumentando il rischio di nuove condanne.



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