Lascio il telefono sbloccato sul tavolo
e scontrini di alberghi in tasca sperando che mia moglie li trovi,
perché sono troppo codardo per chiederle il divorzio
e preferisco che lei mi cacci di casa odiandomi
piuttosto che doverle spiegare, guardandola negli occhi,
che non la amo più.
Mi chiamo Michele, ho quarantadue anni.
Agli occhi di tutti sono un marito maldestro,
uno di quei traditori stupidi che si fanno beccare
perché non sanno cancellare le chat.
Mia moglie, Elena, è una donna meravigliosa.
Dolce, attenta, madre impeccabile.
Non abbiamo grandi problemi.
Non litighiamo.
Semplicemente, per me, l’amore è finito cinque anni fa.
È diventata una sorella.
La casa è diventata una gabbia di noia mortale.
Ma come fai a lasciare una donna che non ha sbagliato nulla?
Come fai a dire ai tuoi figli:
“Papà se ne va perché si annoia”?
Sarei il cattivo.
Sarei l’egoista.
Il mio segreto inconfessabile è che io non tradisco per desiderio sessuale.
Io tradisco per sabotaggio.
La mia amante, una collega, non conta nulla per me.
È solo uno strumento.
È il piede di porco che uso per scardinare la mia vita.
Non nascondo le tracce.
Anzi, le semino.
Lascio il cellulare sul divano mentre faccio la doccia,
sperando che arrivi un messaggio compromettente
e che Elena lo legga.
Torno a casa con l’odore di profumo femminile addosso.
Lascio la ricevuta del ristorante da due coperti
nella tasca dei pantaloni che lei deve lavare.
È una forma di suicidio matrimoniale assistito.
Voglio che sia lei a trovare le prove.
Voglio che sia lei a urlare, a piangere,
a lanciarmi i vestiti dalla finestra.
Voglio che lei mi dica:
“Fai schifo, vattene!”.
In questo modo, la responsabilità della rottura
sarà tecnicamente sua.
Io potrò fare la parte del peccatore pentito — falsamente —
potrò dire agli amici:
“Eh, ho fatto una cavolata e lei mi ha buttato fuori”.
È molto più facile essere cacciati che andarsene.
Se mi caccia lei, io sono libero
senza dover prendere la decisione.
Ma Elena non collabora.
Lei non vuole vedere.
Trova gli scontrini e non dice nulla.
Sente il profumo e fa finta di avere il raffreddore.
Mi vede messaggiare di notte
e mi chiede se ho problemi al lavoro.
La sua negazione mi fa impazzire.
Mi costringe ad alzare il tiro.
Devo essere sempre più sfacciato, sempre più crudele.
Sto violentando la sua fiducia giorno dopo giorno,
sperando di raggiungere il suo punto di rottura.
Mi sento un mostro?
Sì.
Perché so che non sto solo chiudendo un matrimonio.
Sto distruggendo la sua capacità di fidarsi degli uomini
per il resto della sua vita.
Le sto facendo credere di essere stata cieca e stupida per anni.
La sto umiliando nel profondo,
solo perché non ho il coraggio di sedermi a tavola,
prenderle la mano e dirle:
“Elena, ti voglio bene,
ma non sono più felice.
Separiamoci da persone adulte”.
Preferisco devastarla psicologicamente con il tradimento
piuttosto che affrontare mezz’ora di conversazione
onesta e dolorosa.
Mi chiamo Michele, ho quarantadue anni.
E sono un uomo che sta pugnalando alle spalle
la donna che dice di rispettare,
solo per non doversi guardare allo specchio
mentre fa le valigie.



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