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Uso gli uomini per vendicarmi del mio ex marito



A volte basta un sorriso troppo dolce per far credere a qualcuno in un domani insieme.
Lui ci crede, pianifica, sogna stanze piene di luce e voci di bambini.



Io intanto conto i giorni che mancano alla fuga.

Quando svanisco, non mando messaggi, non lascio tracce.
Resta solo il vuoto dove c’era una promessa.

Ogni lacrima sua è come un colpo indiretto verso chi mi ha spezzata anni fa.
Piango pure io, ma non lo ammetterò mai.

Il silenzio dopo la fine è sempre più pesante del previsto.
Eppure torno a farlo. Ancora.


Sonia. Trentanove primavere sulle spalle.

Profili attivi su alcune app:
Tinder, poi Bumble, anche Hinge.

Immagini curate — sorrisi veri, mai esagerati —
e un testo che sa ridere di sé.
L’impressione? Quella giusta.
Tipo: “potrebbe essere la persona per me.”

Incontri reali, con chi ha smesso di perdere tempo.
A volte ex sposati con gli occhi aperti.
Altri, soli da troppo, alla ricerca di qualcosa che tenga.

A volte entro dentro i sogni degli altri.

Quando parlano di cime e neve,
mi esce naturale dire che adoro passare le giornate tra i boschi.
Se accennano a una famiglia, sorrido parlando del futuro con voce calma.
La musica? Se citano note storte e sax,
ecco che ricordo particolari su registrazioni vecchie di decenni.

Sto zitta al momento giusto.
Fisso lo sguardo dove loro non osano guardare.
Lascio che si sentano visti fin nel profondo —
così raramente capita.

Mi accompagnano fino in cima a quel sentimento intenso.
Resto lì, in silenzio, finché non aprono bocca
e dicono il mio nome con voce diversa.


Quando cala il silenzio, ecco quando respiro meglio.
È lì che sento qualcosa di intenso scorrermi dentro.

Appena mostrano debolezza,
appena si aprono del tutto,
decido di spezzare tutto.

Talvolta svanisco senza lasciare traccia.
Senza parole, solo distanza improvvisa.

Ogni porta chiusa fa rumore nella testa di chi resta indietro.
Magari fissano lo schermo senza sosta,
dentro un vortice di dubbi su ciò che non va,
su di me, sugli eventi accaduti.

A volte invece scelgo il gelo.

Scrivo parole precise come lame:
“Non sento nulla, per me eri solo una distrazione. Basta contattarmi.”

È calcolato, tutto questo,
mentre osservo il loro valore interno sgretolarsi.


Lo faccio per Matteo.
Quello che un tempo chiamavo mio marito.

Se n’è andato tre anni fa,
dietro a una donna più giovane di due decenni.
Dopo promesse di sempre.
Dopo avermi spinto ad abbandonare il lavoro.
Dopo essersi preso tutto,
poi sparire senza voltarsi.

Ora lui sorride ogni giorno.
Cammina libero, senza peso addosso.

Io resto qui.
Con la rabbia dentro.
Senza risposte.

Se non posso colpire lui,
colpisco qualcosa che gli assomiglia.
Il conto lo presenta il maschio in generale.


Ogni volta che manipolo qualcuno,
mi sembra di aggiustare qualcosa nell’universo.

Quando vedo Luca, oppure Marco,
a volte Stefano, spezzati dal dolore per colpa mia,
non penso a loro.

Penso solo a Matteo.
Al suo male.

Allora dentro arriva una voce:
“Così si fa. Ora capite come ci si sente.”
“Finalmente provate quel vuoto dopo essere stati svuotati e lasciati lì.”


Lo so che loro non hanno colpa.

Luca curava gli animali con calma.
Marco mi aveva presentato sua sorella.
Nessuno dei due aveva fatto niente.

Ma proprio questo — essere puliti, sinceri —
mi dà fastidio.

Così pronti ad amare.
E io vorrei solo tirargli qualcosa addosso.

Poi penso: fate tutti lo stesso effetto.
Prima che tu possa ferirmi,
decido di agire io.

Così faccio il primo passo.


La vittoria dura poco.

Senza accorgermene, eccomi di nuovo sul divano,
schermo nero in mano,
mentre il silenzio si appiccica addosso.

Lui continua a ridere con un’altra,
senza ombre negli occhi.

A me resta solo questo peso fisso nel petto.

Adesso assomiglio a lui,
pur volendolo negare:
prendo cuori e li spezzo per riempire un buco dentro.

Il male che sentivo ora lo passo avanti,
ma colpisce persone innocenti,
non chi dovrei ferire davvero.


Mi presento: sono Sonia, trentanove anni sulle spalle.

A volte penso che curare una ferita dentro
significhi riversare fuori il sangue di qualcun altro —
ma la rabbia non finisce mai,
neppure quando credevo bastasse.



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