Il direttore analizza le priorità dei lavoratori italiani nella sua rubrica, evidenziando una forte tendenza alla ricerca della sicurezza a scapito dell’ambizione
Il mondo produttivo italiano soffre di una crescente inerzia che coinvolge tanto la manodopera quanto i vertici aziendali. A sostenerlo è Vittorio Feltri, intervenuto sulla rubrica ospitata dalle colonne del quotidiano Il Giornale per replicare a un quesito giunto da un lettore.
Nel suo intervento, il giornalista punta il dito contro le nuove generazioni e la classe datoriale, colpevoli a suo dire di privilegiare la tranquillità personale rispetto all’impegno concreto. L’obiettivo principale per molti sarebbe diventato il traguardo della quiescenza, un traguardo inseguito senza la necessaria dedizione alle mansioni quotidiane.
Il confronto con il passato evidenzia una netta frattura comportamentale. Chi operava nei decenni precedenti accettava il pericolo d’impresa e le responsabilità senza troppi timori, mentre oggi prevale la pretesa di ottenere tutele rigide. La crescita del benessere collettivo, secondo l’analisi, avrebbe generato una popolazione meno disposta alla fatica, capace di moltiplicare le prerogative individuali ma incline a dimenticare i relativi obblighi.
Le critiche non risparmiano chi guida le aziende. Troppi titolari d’impresa, osserva l’editorialista, preferiscono congelare i capitali in attesa di un contesto economico privo di ombre, dimenticando che il mercato si muove su margini di imprevedibilità costante. Pretendere garanzie totali prima di avviare un progetto significa paralizzare l’economia reale.
La creazione di valore economico esige determinazione, audacia e la disponibilità a perdere denaro. Senza questi elementi basilari, il sistema ristagna intrappolato nella ricerca ossessiva di stabilità.




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