Mio figlio, di quattro anni, scomparve in un centro commerciale. La polizia lo cercò ovunque, senza successo. Dopo due ore interminabili, una donna si avvicinò tenendolo per mano. Scoppiai a piangere. Lei sorrise e mi porse una forcina per capelli, sussurrando: “Ti servirà un giorno.” La conservai, senza darle troppo peso.
Tre settimane dopo, mi si gelò il sangue: trovai quella stessa forcina sul piano della cucina, nonostante ricordassi perfettamente di averla chiusa in un cassetto sigillato la sera prima. All’inizio pensai a una mia distrazione, forse dovuta allo stress. Ma più la osservavo, più sentivo che c’era qualcosa di strano, quasi intenzionale. Mio figlio entrò nella stanza canticchiando una melodia che non avevo mai sentito. Disse che gliel’aveva insegnata la “signora gentile”. Ogni volta che la canticchiava, la forcina sembrava brillare leggermente, riflettendo la luce in un modo che non poteva essere solo un effetto ottico. Non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che quella donna non si fosse limitata a restituirmi mio figlio, ma mi avesse lasciato anche qualcos’altro.
Il giorno dopo, la curiosità ebbe la meglio sulla prudenza. Esaminai attentamente la forcina, cercando un marchio o un’incisione. Trovai invece minuscoli simboli incisi lungo il lato, un intreccio di segni troppo complesso per un oggetto tanto piccolo. La mostrai a un gioielliere locale, che la osservò a lungo prima di ammettere: “Non ho mai visto nulla di simile. È antica… più antica di quanto dovrebbe essere.” Quella notte, mio figlio si svegliò in lacrime per un sogno. Mi prese la mano, vi posò la forcina e mormorò: “Lei ha detto che ci proteggerà.” La sua sicurezza mi turbò. Parlava della donna come se fosse ancora lì, a vegliare su di noi. Lo tenni stretto finché non si addormentò, chiedendomi che tipo di persona potesse affidare un simile oggetto a un bambino.
Una settimana più tardi, la nostra città fu colpita da un blackout improvviso che oscurò ogni quartiere. La casa piombò nel buio completo—tranne per un unico bagliore. Sul mio comodino, la forcina emetteva una luce tenue e calda. Mio figlio entrò nella stanza senza paura, come se lo avesse previsto. Quando presi la forcina in mano, la luce si fece più intensa, illuminando dolcemente la stanza quel tanto che bastava per farci vedere l’un l’altro. Pochi minuti dopo la corrente tornò, ma in me restò una certezza: qualunque cosa fosse quell’oggetto, non era solo decorativo. Quella donna sapeva che qualcosa sarebbe accaduto, molto prima che succedesse. E in qualche modo, aveva scelto di affidarcelo.
Non so ancora chi fosse o come avesse ritrovato mio figlio quel giorno al centro commerciale, ma ho smesso di farmi domande. La forcina riposa in una piccola scatola di legno accanto al mio letto, e anche se la tocco di rado, ne sento la presenza—silenziosa, vigile, rassicurante. A volte, quando il mondo sembra incerto, scorgo un lieve luccichio provenire dalla scatola, come un promemoria che non affrontiamo tutto da soli. E ogni volta che accade, provo gratitudine per la misteriosa gentilezza di quella donna che mi restituì mio figlio—e ci lasciò qualcosa di molto più prezioso di una semplice forcina.



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