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Credevo di aver nascosto tutto. Invece mio marito sapeva da anni che non era il mio primo amore



Mi sono unita a un uomo tranquillo, perché quello intenso mi spaventava troppo.
E oggi, dopo due decenni insieme, mentre mi passava le dita tra i capelli, ha sussurrato qualcosa che mi ha spezzata:



“Capisco che io non sia quel tizio… però ti ringrazio per esserci comunque.”

Mi chiamo Miriam.
Ho quarantotto anni.

Sono legata a Roberto da vent’anni, uno dietro l’altro, giorno dopo giorno.

Roberto è un uomo “giusto”.
Sembra uscito da un manuale: ingegnere, calmo nei modi, presente in casa, attento ai ragazzi.
Tra noi urla? Mai.
Tradimenti? Nemmeno l’ombra.
La fedeltà non si discute: semplicemente c’è.

La nostra vita assomiglia a uno stagno fermo:
pranzi domenicali in famiglia, ferie decise quando ancora nevica per arrivare d’estate, supermercato ogni settimana con i sacchetti pesanti.

Eppure… dentro mi porto una noia enorme.
Quasi nessuno lo sa.

Perché nella mia testa, da vent’anni, c’è un pensiero fisso: Alessandro.

Lo conobbi all’università.
Suonava la chitarra, pochi soldi, nessun progetto chiaro, sempre sull’orlo di qualcosa.
Stare con lui era un disastro pieno di fuoco: litigi improvvisi, abbracci lunghissimi, lacrime amare e risate che non finivano mai.

Quel caos mi accendeva come nient’altro.
Però… certe volte tremavo.
Senza di lui non vedevo niente davanti.

Alla fine me ne sono andata.

Roberto è arrivato dopo.
Come un rifugio quando piove.

Al posto delle fiamme ho preso il caldo lieve.
E da allora, ogni suo bacio… io chiudo le palpebre e per un attimo sento dita diverse.

Quando il sole scende e tinge tutto, penso:
con Alessandro quel colore sarebbe bruciato di più.

Avevo l’impressione di recitare bene.
Credevo di aver tenuto nascosta a Roberto una cosa semplice e terribile:
lui non era mai stato il mio primo pensiero.
Solo quello pratico.


Tutto si è sgretolato ieri notte.

Eravamo sul divano, solo noi due.
I ragazzi erano fuori.
In sottofondo la televisione mormorava piano.

Roberto mi fissava.
Non con le sue solite occhiate stanche.
Nei suoi occhi c’era affetto… ma anche qualcosa di spezzato.

Piano ha coperto la mia mano con la sua.

Io fissavo il vuoto, ripensavo a quella canzone che Alessandro mi regalò nel ’98.

E Roberto, con un sospiro lento, ha detto:

“Oggi è uno di quei giorni in cui lui sembra più vicino. Lo capisco, amore.”

Il sangue mi si è fermato nelle vene.

Ho provato a negare:
Chi? Che stai dicendo?

Ma sulle sue labbra è comparso un sorriso fatto di veleno e miele.

“Miriam… non fingere. Me ne accorgo da anni.”

(pausa)

“Dal modo in cui fissi la pioggia sui vetri.”
“Da come tremi quando parte quella musica.”
“Una parte del tuo cuore non si è mai staccata da lui.”

Io ho iniziato a scuotermi senza controllo.
Ero esposta. Fragile. Quasi cattiva.

E lui ha continuato, calmo:

“Prima era diverso. Più difficile.”
“Con gli anni pensavo saresti arrivata ad amarmi come lo amavi.”
“Invece ho capito che certe emozioni non le controlli.”

Poi ha detto la frase che mi ha stesa:

“Così ho scelto di stare sereno lo stesso.”
“Essere chi ti accompagna ogni giorno.”
“Chi resta anche quando i capelli diventano grigi.”

(pausa)

“Va bene così anche se nel tuo petto occupo solo una parte.”
“Settantuno per cento va bene… purché tu ci sia.”

Mi ha baciato la fronte.
E si è alzato, diretto in cucina, a prepararsi l’infuso serale.


Il divano è rimasto freddo sotto di me.

Le lacrime hanno iniziato a scendere senza freni, una cosa che non accadeva da molto.
E non erano per Alessandro.

Erano per Roberto.

Per quanto il suo affetto fosse enorme. Maturo. Capace di resistere a tutto.
Un sentimento troppo grande per una come me.

Per anni mi sono raccontata di subire un amore spento,
convinta di essere profonda, speciale.

Poi, in un secondo, ho visto chiaro:
ero io quella chiusa.
Io quella attenta solo a me stessa.

Lui aveva capito fin dall’inizio che non sarebbe stato il primo nella mia testa.
Eppure ogni giorno si è messo davanti lo stesso, come un riparo.

Nonostante i miei silenzi freddi,
continuava a stare accanto alla persona sbagliata: me.


Oggi lo guardo in cucina.

Sta girando il cucchiaino nella tazza, lo zucchero che gira come un vortice piccolo.
E un peso mi cade sul petto.

Per anni ho corso dietro a un’idea di amore fatta di fuochi d’artificio,
convinta che fosse quella giusta.

Senza vedere che l’amore vero era qui da sempre:
quel tipo tranquillo che non chiede niente,
che sopporta i miei sbagli
e resta comunque.

Dormiva al mio fianco, silenzioso, presente…
mentre io cercavo altrove qualcosa che già avevo.

Mi presento: sono Miriam, quarantotto anni sulle spalle.
E solo ora capisco una cosa:
mio marito era enorme ai miei occhi.

E io?
Una donna rimasta a fissare il passato per vent’anni,
senza mai voltarmi verso chi mi stava accanto ogni giorno.



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