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Boom della Gen Z al referendum: tra i 18 e i 28 anni affluenza al 67%, No al 58,5%



La partecipazione al voto referendario si è attestata al 58,9%, un livello considerato elevato e indicativo di un’attenzione diffusa da parte dell’elettorato. L’affluenza, tuttavia, viene letta soprattutto come risposta a una campagna centrata più sulle conseguenze politiche della consultazione che sugli aspetti tecnici della riforma. La complessità del tema aveva infatti spinto, in una fase iniziale, una parte di elettori a dichiarare l’intenzione di astenersi, proprio per la difficoltà nel valutare in modo chiaro le implicazioni del cambiamento proposto.



In questo contesto, la trasformazione della campagna in un confronto prevalentemente politico è stata descritta come un passaggio quasi obbligato. I toni si sono irrigiditi, con scambi duri e diverse dichiarazioni considerate eccessive, e l’effetto complessivo è stato una mobilitazione significativa di settori inizialmente meno coinvolti, in particolare nell’area del centrodestra. Parallelamente, l’andamento della campagna ha inciso anche sugli orientamenti dentro l’elettorato dell’opposizione: una quota di cittadini che in partenza si diceva propensa a votare Sì avrebbe ridimensionato quella scelta durante il percorso verso le urne.

Un altro elemento messo in evidenza riguarda il ritorno al voto di una parte di elettori che non aveva partecipato alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024. In questa componente, la scelta del No risulta prevalente: oltre un terzo di chi non aveva votato alle elezioni di due anni prima si è recato alle urne in occasione del referendum, contribuendo in modo rilevante alla dinamica complessiva della consultazione.

La distribuzione della partecipazione conferma, in generale, un andamento fortemente segmentato sul piano socioeconomico. L’affluenza cresce tra chi dispone di titoli di studio elevati e tra chi vive in condizioni economiche agiate, mentre tende a scendere tra i ceti più in difficoltà, con livelli di istruzione bassi e maggiore fragilità economica. Un quadro analogo emerge osservando la condizione professionale: imprenditori, professionisti e ceti medi risultano più presenti al voto, mentre la partecipazione cala tra disoccupati, casalinghe e, in parte, operai.

Dal punto di vista anagrafico, la consultazione ha registrato un forte coinvolgimento tra gli studenti e, più in generale, tra i più giovani. Nella generazione Z, tra i 18 e i 28 anni, la partecipazione è indicata al 67%, con una prevalenza del No al 58,5%. Per contro, tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, si osserva il massimo livello di astensionismo: 47,5%, con il No al 54,8%. Il dato viene descritto come un segnale problematico perché riguarda persone che, entrando pienamente nella vita lavorativa e familiare, risultano meno agganciate alla partecipazione politica. Sopra i 61 anni, tra boomers e silent, la partecipazione appare leggermente superiore alla media complessiva.

La mobilitazione, guardando all’appartenenza politica, risulta più intensa su due poli: l’area di sinistra e centrosinistra da un lato e la destra dall’altro. Meno ingaggiati appaiono invece gli elettori di centro e di centrodestra. Nel campo dell’opposizione, la partecipazione è descritta come “una complessiva chiamata alle armi contro il governo”, mentre nella maggioranza la spinta maggiore sarebbe arrivata dall’area più radicale, con livelli inferiori nell’area moderata e ulteriormente più bassi nella zona centrista, dove si raggiunge il massimo dell’astensione tra gli elettori politicamente collocati. Resta molto alto, come spesso avviene, l’astensionismo tra chi non si riconosce sull’asse sinistra/destra, un’area in cui si concentrano elettori più distanti e demotivati.



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