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La compagna di Giacomo Bongiorni, ucciso a Massa: «Hanno smesso di picchiare solo quando è morto. Il suo bimbo gli teneva la mano e gli diceva papà alzati»



Basta così poco per perdere ogni parola. A volte basta un attimo e tutto cambia. Le mani vuote, lo sguardo perso: Sara Tognocchi non trova frasi adatte. Ha quarantasette anni, vive a Massa da sempre. Accanto aveva Giacomo Bongiorni. Lui non c’è più dopo quella sera in piazza Palma. Sabato è stato l’ultimo giorno. Ora resta il silenzio



Fra poco non saranno più solo compagni, visto che a luglio avrebbero fatto il passo grande insieme dentro un appartamento nuovo, racconta lei mentre stringe le mani intrecciando le dita. Ieri si è presentato il sindaco di Massa, quel Francesco Persiani, entrando con cautela nella stanza dove tutto sembra fermo dal giorno prima. Parlare le pesa come respirare sott’acqua, la voce spezzata da pause troppo lunghe, gli occhi gonfi di lacrime trattenute appena. Guarda fisso chi ascolta e poi riprende: Giacomo non è finito così per colpa di una semplice caduta dopo uno schiaffo qualunque. Chiede invece che venga messo nero su bianco ciò che sa essere giusto.

Quale è la verità?

È andata così. Fuori quella sera, insieme ad altri amici, verso le nove e mezza appena superate. C’era pure Gabriele, mio fratello, col bambino. La meta? Un kebab veloce. Poco prima della piazza Palma, un mucchio di ragazzi occupava lo spazio: sei figure, magari sette. All’improvviso hanno preso a scagliare bottiglie verso la vetrina, mentre mio fratello esclamava di fermarsi: qualcuno avrebbe potuto restare ferito. Parole semplici, niente urla – Gabriele li ha affrontati con calma, usando un tono rispettoso. La sua voce non tremava, solo una richiesta chiara. Lo abbiamo imparato da piccoli, grazie a nostra madre: parlare senza aggressività fa parte di noi.

Poi cosa accadde?

Hanno preso a calci mio fratello, subito dopo hanno afferrato il mio compagno. Altri ragazzi si sono uniti senza un motivo chiaro. Picchiavano forte, nessuna parola usciva dalle loro bocche. Solo botte, nient’altro che pugni e spinte. È caduto mentre cercava di alzarsi, ma non gli hanno dato tregua. Giacomo era riverso sull’asfalto, con quelli ancora addosso. Ogni movimento era seguito da un nuovo colpo. Nessuno ha provato ad aiutarlo.

Proprio tu, donna, che gesto hai compiuto?

Mi sentivo male, così ho cominciato a gridare per avere soccorso. Presi il ragazzo con me e lo allontanai subito, temevo potessero colpire pure i più piccoli. Dopo aver parlato ancora, ripetendo di fermarsi, nessuno ha dato retta alle mie parole. Alla fine non hanno interrotto quel gesto terribile.

Cadde. Non morì.

Pare non sia vero. La causa fu la violenza fisica. Solo dopo aver capito di averlo ucciso, interruppero i colpi. Fuggirono soltanto allora. Non prima. Intanto, un gruppo di gente si avvicinava per vedere. A quel punto due ragazzi cominciaranno a fare pressioni sul petto di Giacomo. Mentre correvo verso di lui, lo prendevo delicatamente alla testa; però dal padiglione auricolare colava sangue. Sua moglie gli stringeva forte una mano, mentre il figlio sussurrava frasi spezzate tipo: “Papà, svegliati… ti prego”. Solo che niente, nessun movimento. Giacomo resta immobile dove era caduto.

Più tardi hanno fatto irruzione i carabinieri.

Poi ci hanno accompagnati alla stazione dei carabinieri. Tra le persone presenti, qualcuno ha indicato un tizio che aveva colpito Giacomo.

Come avete fatto a incontrarvi per la prima volta?

A cena, tre anni fa: conoscevamo entrambi alcune stesse persone. Dopo quel giorno, piano piano, ci siamo visti più spesso. Era diverso dagli altri, tenero senza fare rumore, uno capace di prendersi cura davvero degli altri. Una figura rara. La mia affezione è cresciuta in fretta, ma con calma dentro, come certe cose che non hanno bisogno di gridare. Il matrimonio era previsto per luglio; avevamo già scelto un posto dove abitare insieme, pensando agli anni lunghi da passare fianco a fianco.

Sta bene suo fratello?

Con un ginocchio lesionato, lividi sparsi dappertutto, pure una frattura al naso. Tutto per colpa di cosa, però.

Già, perché?

Forse non capisco bene. Eravamo fuori solo per restare vicini, niente di più, una serata qualunque tra persone della stessa casa. Dopo, però, è arrivato quel che è venuto, tutto ciò che ho già detto a lei. Le pare accettabile una situazione così?

Lei cosa pensa?

Potrebbe sembrare strano, ma davvero non capisco quale sarà il passo successivo. Ancora adesso mi sfugge che sia accaduto proprio lì, mentre guardavamo tutti quanti. Proprio io. Suo bambino era presente, dopo ha avuto una crisi ed è finito dentro un pronto soccorso. Tutto questo perché mai? Solo perché qualcuno aveva chiesto a certi giovani, pieni di alcol, di smettere di tirare quelle bottiglie e badare anche agli altri intorno.

Persino tu immagini che bastassero più regole per evitare il peggio.

Forse servirebbero controlli più costanti. Questa volta però qualcosa è mancato. Spero soltanto che adesso la legge prenda il sopravvento.

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