Alex Schwazer trascinato all’inferno da un intrigo internazionale

Finora erano coincidenze. E seppure per Agatha Christie messe una accanto all’altra fanno una prova, per la giustizia restavano coincidenze. Ora però la prova c’è. Le provette con le urine di Alex Schwazer, il marciatore italiano campione olimpico condannato per doping, sarebbero state manipolate. L’indiscrezione, clamorosa, fa riferimento alle analisi del Ris dei Carabinieri di Parma. Sono picogrammi, cioè milionesimi di milionesimi di grammo, quantità infinitesimali che in questa storia sono grandi come macigni. I conti non tornano: 437 e 1.187 pico- grammi di Dna, l’impronta genetica di una persona. La persona è Schwazer e i numeri sono quelli dei campioni di urine conservati in due provette. Secondo gli esperti avrebbero dovuto essere molto più bassi. Così quella che pareva la storia di un atleta pizzicato a doparsi per la seconda volta, diventa un intrigo internazionale fatto di sostanze illecite, corruzione, spionaggio e hacker.

Facciamo un passo indietro. È il 22 agosto 2008 quando a Pechino Alex Schwazer conquista l’oro nella 50 chilometri di marcia. Il suo volto è sulle pagine di tutti i giornali, che raccontano anche la sua storia d’amore con la pattinatrice Carolina Kostner. Tutto frana il 6 agosto 2012, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra, quando viene trovato positivo in un controllo antidoping: confessa e viene squalificato per tre anni e sei mesi.

Schwazer non si limita, però, ad ammettere le colpe: c’era chi sapeva e l’intero ambiente è marcio, dice. Una patetica difesa secondo alcuni. Ma chi doveva intendere capisce la portata di quelle dichiarazioni. Schwazer va fermato. Anche perché il giovane è deciso a svoltare e si affida a quel Sandro Donati, allenatore di atletica e grande nemico del doping, che intende dimostrare come Alex sia un campione capace di vincere senza l’aiuto della chimica.

Siamo al 2016. La squalifica sta per terminare e in estate ci saranno le Olimpiadi di Rio. Il 1° gennaio, quindi, a casa del marciatore bussano gli ispettori della Federazione mondiale di atletica: prelievo di urine a sorpresa. Le provette iniziano il viaggio dall’Alto Adige verso il Manfred Donike Institut, il più antico laboratorio antidoping del mondo, a Colonia, in Germania. Non è un viaggio diretto. Il pacco si ferma una notte a Stoccarda e non sono gli stessi ispettori a trasportarlo il giorno successivo a Colonia. Qualcuno avrebbe potuto manomettere i campioni. Comunque, una volta analizzate, nelle provette non risultano sostanze dopanti. Qualcuno dalla sede dell’Agenzia mondiale antidoping a Montreal (Canada) ordina altre analisi, più complesse e lontane da quelle normalmente richieste. E stavolta però Schwazer risulta positivo. Ci risiamo, dicono i più: è recidivo. Il 10 agosto 2016, dopo aver vinto a Roma il Mondiale per Nazioni, il marciatore viene squalificato per otto anni.

«È stato intrappolato», tuona Sandro Donati. Parole che arrivano proprio mentre scoppia lo scandalo “doping di Stato”, che coinvolge la Russia e la stessa Federazione internazionale di atletica leggera, definita dalla magistratura francese “organizzazione a delinquere”. A metà 2017 scendono in campo anche gli hacker di “Fancy Bear”, un gruppo di cyberspionaggio russo che viola i computer della federazione internazionale. Nel frattempo a indagare è anche la Procura di Bolzano. Che chiede i campioni di quelle urine.
Ci vorrà più di un anno e una lunga battaglia legale prima di riuscire a ottenerle. Quelle mail sembrerebbero spiegarne i motivi: “Sai cosa succederebbe se…”, si leggerebbe in una di queste.
Già, cosa succederebbe? Si potrebbe scoprire che le urine sono contaminate da quelle di un’altra persona? Il marciatore aveva più volte chiesto un esame del Dna per provare la sua innocenza. Cosa fare allora? Manipolarle aggiungendo Dna dell’atleta italiano per coprire le tracce del “clandestino”. Ma, dicono i Carabinieri, i conti non tornano. Alex Schwazer a 33 anni oggi allena. «Non servirà per la mia carriera ormai finita», dice, «ma per il mio onore sì».

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