Alzheimer sperimentato ultimo vaccino: i risultati ottenuti

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L’antibiotico minociclina potrebbe essere un preziosissimo alleato contro patologie neurodegenerative legate all’età e all’accumulo di proteine come il morbo di Alzheimer, il Parkinson e la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Il farmaco, un antibiotico appartenente alla classe delle tetracicline, è infatti in grado di prevenire l’accumulo delle proteine associate alla neurodegenerazione (come le placche di beta amiloide) in animali trattati in laboratorio. La minociclina, inoltre, durante i test ha prolungato la vita dei vermi della specie Caenorhabditis elegans. A dimostrare le potenziali e rivoluzionarie proprietà della minociclina un team di ricerca americano guidato da studiosi dell’autorevole The Scripps Research Institute, che hanno collaborato con i colleghi del The Skaggs Institute for Chemical Biology e del The Buck Institute for Research on Aging. Gli scienziati, coordinati dal professor Gregory Solis, nel primo di una serie di esperimenti hanno testato su vermi giovani e anziani varie molecole note per prolungarne la vita, e hanno rilevaato che la minociclina era l’unica efficace nell’estendere la vita dei più vecchi.

Per scoprirne le ragioni hanno verificato se l’antibiotico riuscisse in qualche modo a prevenire l’accumulo delle proteine. Si tratta di un processo naturale che, con l’avanzare dell’età, diventa problematico a causa della compromissione della proteostasi, il meccanismo di accumulo e rimozione delle proteine nelle cellule. Trattando i vermi giovani e anziani col farmaco Solis e colleghi hanno osservato che esso non solo riusciva a ridurre l’aggregazione delle proteine α-sinucleina e beta amiloide, entrambe associate all’Alzheimer, ma non attivava nemmeno le risposte legate allo stress.

Sarà possibile vedere se la patologia è in corso anche quelle persone che non danno segni di altri sintomi e che quindi non ne soffrono ancora. Misurando le pulsazioni del collo, un esame per niente invasivo e molto veloce, si riuscirà a diagnosticare la patologia con ben 10 anni di anticipo.

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I ricercatori della University College London, nel Regno Unito, hanno studiato 3mila persone con un’età media di 61 anni. Tutti i partecipanti alla ricerca scientifica sono stati controllati per circa 15 anni. Secondo i dati ricavati, i soggetti con una pulsazione maggiormente accelerata nei pressi del collo avevano anche il 50% in più di possibilità di soffrire del morbo nell’arco di 10 anni, rispetto a chi invece mostrava un battito più leggero. Il motivo sarebbe riconducibile a un declino dei vasi sanguigni, che solitamente non permettono al battito cardiaco di essere troppo forte. Delle pulsazioni intense possono portare a perdite, sebbene piccole, di sangue mentre questo attraversa i capillari molto fragili verso l’encefalo.

Causando anche problemi cognitivi.

Il dottor Scott Chiesa ha spiegato che “questi risultati indicano una causa di declino negli adulti di mezza età, facilmente misurabile e potenzialmente trattabile, che può essere individuato con largo anticipo”. Il morbo di Alzheimer è una patologia molto diffusa ed è la più comune causa di demenza. E’ un processo degenerativo che colpisce le cellule e le connessioni cerebrali. Spesso causa perdita di memoria, difficoltà di linguaggio e incapacità di riconoscere le persone, fino alla completa perdita di autonomia. Tra i vari sintomi ci sono anche confusione e disorientamento. La ricerca è stata presentata alla conferenza scientifica dell’American Hearth Association Scientific Sessions di Chicago, negli Stati Uniti. Individuare l’Alzheimer con così largo anticipo potrà aiutare i medici ad affrontare meglio la malattia.

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Alzheimer, possibile la diagnosi precoce ma lontane le cure

In Italia si calcolano siano almeno 600 mila le persone affette da questa patologia degenerativa delle capacità cognitive e comportamentali, numeri che raddoppiano se si conteggiano i diversi tipi di demenza. Ad oggi non esiste una cura per il morbo di Alzheimer, solo farmaci che possono rallentare il decorso della malattia, permettendo al malato di mantenere più a lungo le proprie funzioni cognitive. E’ quanto si propone un video prodotto dal Laboratorio Multimediale dell’Università di Firenze, che ci porta dentro la quotidianità dei pazienti affetti dall’Alzheimer del centro diurno Monteoliveto di Pistoia.

Ricordare a malapena ciò che si è fatto appena qualche minuto prima, avere bisogno di qualcuno per completare le normali attività della vita quotidiana e del tempo libero (es.: accendere il forno, preparare un piatto che si è sempre cucinato, non ricordare le regole del gioco di carte preferito), perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo, non riconoscere più i propri cari: in una parola Alzheimer. Durante lo scorso anno sono stati interrotti alcuni studi promettenti su nuove terapie, perché non rilevavano una sufficiente efficacia.La maggioranza dei malati vive e viene assistita a domicilio, e l’assistenza grava per l’80 per cento dei casi sulla famiglia, che deve dedicare l’intera giornata alla gestione del malato, pagando un importante prezzo sia in termini di stress psicologico che in termini economici.

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Lo ha rivelato uno studio condotto a Londra e pubblicato su ‘Bmj Open’, che ha riscontrato un’associazione tra la malattia neurodegenerativa e l’esposizione ad anidride carbonica e alle polveri sottili (Pm 2,5). L’invito da parte dell’Ausl Romagna a collaborare alla realizzazione del convegno è stato accolto con grande interesse dalle Associazioni, che parteciperanno a vario titolo all’iniziativa, per esempio, portando testimonianze e contributi sul grande tema del “prendersi cura” della persona con demenza e svolgendo il ruolo di punto d’iscrizione al convegno per volontari, familiari e persone con demenza. Come ogni 21 settembre, possiamo scegliere! “Le persone già colpite da una forma di declino cognitivo lieve non hanno la certezza di ammalarsi di Alzheimer, ma convivono con un rischio significativamente più alto”.Altra novità riguarda la causa della malattia. “Molto è ancora possibile”, promosso dalle associazioni di volontariato per l’Alzheimer, dai Centri Sollievo e dai tre Centri servizi padovani che accolgono malati di Alzheimer in sezioni protette (Oic, Fondazione Santa Tecla e Casa Madre Teresa dell’Opsa).

“I limiti delle terapie farmacologiche attualmente in uso – spiega il Referente CDCD Rimini dottor Stefano De Carolis – la preoccupante assenza di imminenti alternative e la dimensione epidemiologica della malattia impongono di sviluppare sempre più quel ‘gioco di squadra’ che vede impegnati tutti i nodi della rete che si occupano della persona con demenza e dei relativi caregiver”. Sono previsti un Gruppo di sostegno psicologico e un Corso psico-educativo per spiegare la malattia alle nuove famiglie segnalate dal Centro demenze.

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