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Fino a qualche mese fa, per Mauro Icardi l’incrocio con la Juventus sarebbe stato celebrato alla vigilia nel solito modo: ecco la vittima preferita del bomber argentino. Invece la Juve da qualche mese non è più la squadra che il numero nove nerazzurro ha battuto più volte, visto che con 8 reti, la Juve risulta essere la terza preda di Icardi alle spalle di Fiorentina e Sampdoria, superate ben 11 volte. Detto ciò, la Juve non può stare tranquilla perché Icardi in quest’annata ha fatto un ulteriore step nella sua crescita di cannoniere senza limiti: tolte – con rispetto parlando – Spal e Atalanta, in questa prima parte di stagione Icardi ha segnato a tutti i top club italiani ed europei affrontati. Un Maurito grandi firme che, di fatto, ha sbagliato solo due gare, ovvero le trasferte a Barcellona e Tottenham, gare dove lui non ha inciso sottoporta, ma dove anche l’Inter non ha di certo espresso il suo miglior potenziale.

Per il resto, il ruolino di marcia di Icardi è impressionante. In Europa, al suo debutto in carriera in Champions, ha fatto gol a Tottenham (la rete forse più importante di questo inizio di annata dell’Inter), Psv e Barcellona (l’1-1 che potrebbe risultare decisivo per l’approdo agli ottavi). In Serie A l’attaccante ha segnato 8 reti e, tolte le 3 messe a segno con Spal (doppietta) e Atalanta, ecco che le vittime sono state nell’ordine Fiorentina, Milan, Lazio (doppietta) e Roma. Di fatto Icardi ha segnato a tutte le rivali Champions finora affrontate e quindi ecco che la sfida di questa sera ripropone all’argentino un avversario di quelli a “cinque stelle”. La rivale più forte che si possa trovare in campionato, i difensori più arcigni da superare, alcuni dei quali incrociati anche lunedì durante la serata per il Gran Gala Aic dove sono stati premiati, fra gli altri, Cancelo (ex compagno), Chiellini e Alex Sandro. Un Icardi che non ha sfigurato, però, in quella serata visto che è stato eletto miglior giocatore del campionato ’17-18.

Ma quest’anno la sfida con la Juve ha forse un valore in più per Icardi perché al di là delle smentite di rito, è innegabile che i bianconeri abbiano pensato all’argentino lo scorso giugno per rimpiazzare Higuain. Icardi era finito nel mirino di Marotta e Paratici, contatti confermati a settembre da Wanda Nara, moglie e agente del centravanti nerazzurro: «Se la Juve ha cercato Icardi? Sicuramente, ma la Juve ha poi preso Cristiano Ronaldo che era il primo obiettivo per la corsa in Champions. Se Mauro avrebbe detto sì alla Juve? La sua scelta è stata chiara fin da subito e lui ha sempre dimostrato di voler essere il capitano dell’Inter». Dunque Icardi non avrebbe lasciato l’Inter, a sentire Wanda e conoscendo il pensiero dei dirigenti nerazzurri nei suoi riguardi, ma chissà che quel corteggiamento iniziato e poi lasciato cadere per cogliere l’occasionissima CR7, non pungoli ulteriormente l’animo competitivo del goleador nerazzurro. In fondo la stessa Wanda aggiunse in quei giorni: «L’unico contatto che Icardi ha avuto con la Juve sono gli otto gol che le ha segnato».

Raccontano che per averlo si sia mosso Eric Abidal in persona. Il direttore tecnico del Barcellona nei dintorni della Johan Cruijff Arena: pare che non succeda così spesso. Olanda, Amsterdam, sponda Ajax: è qui che i responsabili del mercato catalano avrebbero posto le basi del grande affare. Ora, ci sta che pur di portare Matthijs De Ligt al Camp Nou lo stesso Abidal abbia tempestato l’agente Mino Raiola con telefonate continue. Perché il Barça è stracotto del 19enne capitano dell’Ajax, seguito pure quando si traveste da nazionale olandese. La Juventus soltanto in apparenza se ne sta in un cantuccio: tutt’altro, Pavel Nedved e Fabio Paratici confidano piuttosto nel feeling che li lega a tripla mandata al procuratore italo-olandese. Ecco perché la situazione De Ligt si fa sempre meno opaca con il trascorrere dei giorni: Raiola riceve più telefonate dalla Spagna non perché il Barcellona sia davanti a tutte nella corsa al suo gioiellino, ma per il fatto che non c’è bisogno di chissà quanti contatti per oliare il rapporto con la Juve. Solidissimo, da anni.

Poi capita che le contingenze rischino di smontare il castello della trattativa, architettato dai dirigenti bianconeri. Il Barça, per dire, deve sostituire il francese Samuel Umtiti il cui ginocchio non dà garanzie in prospettiva e mentre pensa pure alla possibilità di far decollare un prodotto della rigogliosa cantera non smette di corteggiare De Ligt. La Juventus, al contrario, non avverte la stretta esigenza di smontare anche solo una parte della retroguardia più forte d’Italia dal 2011 a oggi. Però alla Continassa hanno subodorato da settimane il fatto che, tra Medhi Benatia e Daniele Rugani nel ruolo di potenziali uscite, il pacchetto dei centrali sia destinato a subire un ritocco di qui all’estate.

Così succede che i catalani cerchino di convincere l’Ajax (invano, per ora) con un assegno super da 50 milioni di base e un ingaggio altrettanto mostruoso al giocatore per assicurarselo subito. Ma Raiola, in cuor suo, sta resistendo alle avance blaugrana: Mino non direbbe no alla Juventus, perciò indugerà sapendo che per gennaio l’operazione “De Ligt in bianconero” è resa improbabile dal fatto che a Torino il grande investimento sia stato pianificato per l’estate. Soltanto una cessione improvvisa di un big potrebbe rimescolare le carte, ma non esistono segnali in questo senso, magari legati a un immediato addio di Alex Sandro (nessun accordo, intanto, con la Juve per il rinnovo: parti molto distanti).

De Ligt non ha un contratto a vita con l’Ajax (scade nel 2021), però gli olandesi non smaniano di certo dalla voglia di venderlo. C’è da capirli: in Eredivisie sono a un passo dalla vetta e in Champions sono già aritmeticamente agli ottavi. In caso di uscita dalla Coppa dei Campioni si sarebbero intavolati discorsi dal segno opposto. Non sarà così: il difensore, seguito anche dal Paris Saint-Germain, non pensa a un fulmineo addio, anche se non aspetterà l’ultimo giorno per decidere. Entro la prima metà di gennaio: ecco il periodo limite. Ma il duello di mercato con il Barcellona riguarda anche Paul Pogba: occhio, in questo senso, all’eventuale cessione di Miralem Pjanic nel caso arrivi una proposta irrifiutabile. Da chi? Magari dai catalani, per chiudere il cerchio…

Ecco una breve lista che potrebbe risultare utile ai fini delle ricerche:

  1. Portogallo con Rádio e Televisão de Portugal;
  2. Svizzera con Schweizer Radio und Fernsehen;
  3. Turchia con Turkish Radio and Television Corporation;
  4. Serbia con Radio-televizija Srbije;
  5. Paesi Bassi con Sanoma Media Netherlands;
  6. Paraguay con Sistema Nacional De Television;
  7. Slovacchia con Slovenská Televízia;
  8. Suriname con Surinaamse Televisie Stichting;
  9. Repubblica Ceca con Ceská Televize;
  10. Svezia con Modern Times Group.

DOVE VEDERE JUVENTUS – INTER IN TV

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Matthijs De Ligt resta decisamente in pole position nella lista dei difensori centrali graditi alla Juventus. Altri nomi, peraltro, si muovono nell’orbita juventina e giusto ieri dal Portogallo hanno ribadito quella che per i bianconeri è molto più di una banale idea di mercato: qualsiasi riferimento al portoghese Ruben Dias non è casuale. Classe ’97, il giocatore svezzato nel Benfica e attualmente blindato fino al 2023 è stato seguito più volte dal vivo dagli scout juventini (anche in occasione del recente incrocio fra Portogallo e Italia) e risulta che il suo agente, Jorge Mendes, l’abbia proposto ai dirigenti bianconeri.

E lo riproporrà, giacché i contatti con il procuratore di Cristiano Ronaldo sono pressoché quotidiani. La clausola da 60 milioni blinda soltanto in teoria il futuro di Ruben Dias che già vanta la bellezza di 21 presenze stagionali. Secondo il quotidiano Record, intanto, oltre al sì di Massimiliano Allegri, va messo in conto un primo rifiuto da parte del Benfica alle avance del Lione. Juve, dunque, in piena corsa.

In vista del maquillage estivo della difesa, i campioni d’Italia continuano a monitorare anche il 18enne Jean-Clair Todibo che, in assenza di novità clamorose a breve, può svincolarsi a giugno dal Tolosa. Tra i prospetti italiani un posto di rilievo è occupato dal 22enne Gianluca Mancini, legato all’Atalanta fino al 2023, ma che sarà presto oggetto di nuove “chiacchierate” fra nerazzurri e bianconeri.

Qestione Isco, il caso monta e assume dimensioni sempre più massicce. Dalle panchine che il trequartista deve subire per scelta di Solari, il quale pare ritenerlo quasi un capro espiatorio del pessimo avvio di stagione madridista, s’è passati alla reazione via social del giocatore: ha postato una sua foto con addominali in bella vista onde dimostrare che non c’è nessun problema atletico di sorta e che chi parla di un Isco sovrappeso lo fa a sproposito. La qual cosa, però, non è rimasta priva di conseguenze e sviluppi.

Anzi, i suoi malumori sono arrivati molto in alto. Il Real Madrid gli ha, infatti, mandato a dire che se vuole cambiare aria dovrà abbonare il prezzo della sua clausola di rescissione: «Se ci porta 700 milioni, può anche andarsene». Nessun dirigente blanco lo ha affermato pubblicamente, ma l’indiscrezione riportata da “Ok Diario” ha tutte le caratteristiche di un messaggio partito dalla stanza dei bottoni madridista e affidato alla cosiddetta stampa amica. Il portale d’informazione è infatti molto vicino e molto sensibile agli umori dei vertici del Santiago Bernabéu.

Ed è per questa ragione che diventa facile immaginare che si tratti di un vero e proprio avvertimento al fantasista malagueño. L’obiettivo è chiaro: quello di fargli capire che farebbe meglio a concentrarsi in allenamento piuttosto che mostrare i propri addominali su Instagram. Che sarebbe consigliabile lavorare sodo per riuscire a far cambiare idea sul suo conto al tecnico Santiago Solari piuttosto che distrarsi pensando alle avance delle tante pretendenti, Juventus in primis, che comunque dovranno aspettare fino a giugno per provare a concretizzare le loro speranze. Perché una cosa è praticamente certa: a gennaio ben difficilmente il Real lo lascerà andare via. O sì, ma solo se si presenterà qualcuno disposto a pagare 700 milioni di euro.

Bracci di ferro e scaramucce a parte, la sostanza dice però che quanto sta accadendo a Madrid può mettere di buon umore i bianconeri. Anche il tecnico Massimiliano Allegri, ad esempio: lui che brama all’idea di poter allenare Isco ormai da anni. Il presidente Florentino Perez, che pure fa la voce grossa adesso, alla fine dei giochi potrebbe dover scendere a compromessi. Un giocatore che resta controvoglia non fa di certo il bene d’un club. E poi, qualora Solari dovesse rivelarsi un tecnico su cui puntare a lungo termine, a maggior ragione non avrà senso obbligarlo a gestire un elemento non ritenuto funzionale alla causa.

 A quel punto l’opzione Juventus sarà/sarebbe più percorribile: non sono tante, ormai, del resto, le società che possono competere con i bianconeri in termini di appetibilità e ambizioni. E i rapporti tra Juve e Real sono comunque buoni e cordiali.

La sostituzione arrivata al minuto trentasei della ripresa e l’unanime bocciatura arrivata dalle pagelle di tutti i quotidiani, ha certificato una volta di più il momento nero di Ivan Perisic. Il croato è ormai un caso e se non lo è nel vero senso della parola, è comunque qualcosa di molto vicino. Di certo è in crisi e, anche se il diretto interessato prima della partita col Tottenham ha rispedito al mittente le domande sul suo periodo difficile, pure con la Roma non è riuscito a incidere, tant’è che Spalletti lo ha richiamato in panchina nell’ultimo quarto d’ora per giocarsi la vittoria con Martinez. E intanto il suo sostituto naturale, Keita, nell’ultima settimana si è sbloccato, segnando 3 gol in due gare di campionato.

E’ vero, i numeri a volte non dicono tutto e se Spalletti continua a insistere su Perisic i motivi vanno oltre i gol e gli assist: il croato garantisce un equilibrio che altri attaccanti esterni come Keita e Politano non danno, fa avanti e indietro sulla fascia per tutti i 90 minuti e dà un enorme contributo nel gioco aereo, visto che è l’uomo quasi sempre cercato da Handanovic e i difensori quando c’è bisogno di rinviare lungo il pallone, oltre all’apporto su calci d’angoli subiti e nelle rimesse laterali. Detto questo, però, non è poi possibile separare le statistiche e non evidenziare come Perisic finora abbia segnato solo 2 gol e servito altrettanti assist, tutti in campionato visto che in cinque gare di Champions non ha mai messo la sua firma. Dati “poveri” se paragonati a quelli della scorsa stagione: al 4 dicembre, infatti, Perisic aveva giocato tutte e quindici le partite dell’Inter in campionato senza mai essere sostituito e aveva messo insieme 7 gol e 6 assist. Perisic poi calò in inverno – così come l’Inter -, bisbocciando in primavera, dando così con 4 reti e 5 assist nelle ultime undici giornate il suo contributo alla rincorsa al quarto posto. Da lì prese poi lo slancio per il grande Mondiale con la Croazia, un torneo che però ha finito per sgonfiargli le gomme come sottolineato anche da un grande ex della storia nerazzurra come Esteban Cambiasso: «Continuiamo a cercare il vero Perisic, che però ancora non c’è – ha dichiarato a Sky -. I Mondiali condizionano i primi sei mesi della stagione, la preparazione non è uguale, la testa resta lì: la Croazia ha fatto qualcosa di miracoloso, ci sta che possa avere un calo fisico e mentale. L’allenatore lo vede tutti i giorni, sa cosa aspettarsi e probabilmente crede che sia meglio farlo giocare sempre. In fondo Perisic non sta giocando male, ma non sta ripetendo le prestazioni della scorsa stagione».

E quindi? Come scritto e ribadito poi da Cambiasso, difficilmente Spalletti rinuncerà a Perisic, soprattutto all’alba di due delicatissime sfide come quelle con Juventus e Psv, però è anche vero che il suo sostituto naturale, Keita, ha segnato 3 gol nelle ultime due gare di campionato e sarà complicato tenerlo fuori. Fra l’altro la crescita di Keita non può che far piacere all’Inter in vista dell’estate quando dovrà decidere se riscattare o meno il senegalese dal Monaco per 34 milioni. Cifra alta, ma se fino a qualche settimana fa si pensava fosse impossibile l’acquisto in virtù del rendimento dell’ex Lazio, adesso qualcosa in prospettiva potrebbe cambiare, proprio in virtù del rendimento di Perisic. Fra l’altro il croato prima e dopo il match col Tottenham della settimana scorsa ha aperto una porta al possibile addio: «Ora sono concentrato sull’Inter, però ho già detto diverse volte che sarebbe un sogno giocare in Inghilterra – aveva dichiarato -. Essere ammirato da un tecnico come Mourinho, per esempio, è qualcosa che mi lusinga. Nel calcio tutto è possibile, spero che i tifosi nerazzurri possano capire il mio punto di vista». L’Inter ha bisogno che Perisic torni lui, in campo per i traguardi da raggiungere, sul mercato perché oggi il croato non può certamente valere i 50 milioni che l’Inter pretende per cederlo. Serve la svolta, affinché Manchester United, Bayern e Atletico Madrid tornino a bussare alla porta e mettere sul piatto una cifra che permetta all’Inter di fare una plusvalenza e puntare così a riscattare Keita, sempre che il senegalese confermi la crescita sottoporta evidenziata nell’ultima settimana.

«Marotta, se arriverà, ci porterà sicuramente esperienza. Mastica calcio da tantissimi anni, lo fa con esperienza e professionalità. Troverà un club molto forte, fatto di passione e di storia. Se ci sarà la possibilità di lavorare con Beppe, che conosco da tanti anni, lo farò con soddisfazione: lo stimo come uomo e come dirigente». A dare il benvenuto al nuovo amministratore delegato ha provveduto Piero Ausilio, naturalmente – non essendo stato ancora redatto da Suning il comunicato che ufficializza l’accordo tra le parti – con tutti i “se” e i ma del caso. Tanto che venerdì, quando Inter e Juve si troveranno di fronte allo Stadium, Marotta sarà ancora nel limbo. Meglio così, anche per non caricare la sfida di ulteriori tensioni. Una partita, quella con la Juve, dove l’Inter non vorrà di certo fare da sparring partner: «È una sfida importante, prestigiosa, ma non decisiva.

Arriviamo benissimo a questo appuntamento, affronteremo una delle squadre più forti d’Europa e la più forte in Italia, ma vogliamo render loro difficile la vita». Anche per rianimare un campionato che sembra ormai moribondo: «Riaccendere una fiammella per lo scudetto? Per noi l’incendio è andare in Champions e oggi siamo perfettamente in linea con i programmi. Vogliamo consolidare la nostra posizione, il che vuol dire non conquistare più la Champions a tre minuti dalla fine del campionato. Anche in Europa siamo il linea con quelli che sono i nostri programmi, ma forse per qualcuno di voi è una sorpresa sapere che l’Inter ha la possibilità per qualificarsi agli ottavi…».

Un campionato fa, l’Inter è riuscita a centrare l’obiettivo grazie ai 29 gol segnati da Icardi che, non per caso, ha vinto tre premi al Galà dell’Aic. Presto l’Inter e il suo capitano convoleranno a nozze per l’ennesimo rinnovo di contratto, come confermato dallo stesso Ausilio: «Non c’è nessun problema per il rinnovo: Icardi è Inter in tutto e per tutto. Siamo strafelicissimi del nostro capitano, come calciatore ma, soprattutto, come uomo. Penso abbia dimostrato di meritare oltre alla maglia dell’Inter, anche la fascia di capitano» che – dopo una parentesi all’avambraccio di Andrea Ranocchia – per tanti anni è stata legata al nome di Javier Zanetti. Ausilio – accompagnato al Galà del calcio dal Cfoo Giovanni Gardini e da Radja Nainggolan – ha provveduto a indossare i panni del pompiere per anestetizzare i due nervi scoperti nella rosa di Spalletti, ovvero le reiterate lamentele dell’entourage di Lautaro Martinez e il rendimento, nettamente al di sotto della sufficienza, fin qui avuto da Ivan Perisic: «Su Martinez ha già detto tutto Spalletti. Il padre del giocatore si è fatto prendere probabilmente un po’ dalla passione. Ciò che conta è Lautaro, un ragazzo maturo che dimostra ogni giorno di essere legato all’Inter. Non c’è mai stato un caso. Perisic? Penso sia normale aspettarsi sempre di più, perché abbiamo progetti importanti. E Ivan è parte importante di questa squadra». Catenaccio pure sullo sfogo post Roma-Inter di Francesco Totti: «A noi interessa solo il campo: abbiamo visto una bella partita e una buona Inter. Bisogna riconoscere anche il valore della Roma, per questo vanno applauditi i nostri ragazzi».

Marotta o non Marotta, a gennaio – anche per problemi legati al fair play Uefa – l’Inter resterà pressoché immobile sul mercato: «Io penso che l’Inter resterà questa. Però ci stiamo già organizzando per la pianificazione del rafforzamento della squadra in vista della prossima stagione». In tal senso la mente non può che correre a Modric, fresco vincitore del Pallone d’Oro e sogno estivo dell’Inter, poi rivelatosi mostruosamente proibito per il niet di Florentino Perez: «Siamo contenti che un calciatore croato, amico dei nostri, abbia avuto questo riconoscimento, nulla di più. Se sarà più difficile prenderlo? A me piuttosto piacerebbe che in futuro possa essere un interista a vincere il Pallone d’Oro». L’ultimo pensiero è sulla cessione di Zaniolo: «In quel momento eravamo convinti di chiudere l’operazione Nainggolan, anche attraverso, purtroppo, il sacrificio importante di un calciatore giovane e di talento, ma che, bisogna essere sinceri, aveva fatto solo il campionato Primavera. Sono contento per il successo di Zaniolo, come lo sono di tutti quei calciatori che sono diventati importanti, anche grazie all’Inter. Fortunatamente per noi, ci sono tantissimi di questi ragazzi che, magari con altre squadre, sono un orgoglio per il calcio italiano. E Zaniolo è uno di questi».

Nonostante il corto circuito con l’Inter causato da papà Mario, dall’entourage di Lautaro Martinez continuano ad arrivare parole in libertà che, c’è da scommetterci, non saranno gradite all’Inter che, sull’argomento, ha già provveduto a sensibilizzare (per ora inutilmente) il giocatore. Ieri è toccato ad Alberto Yaque, uno dei procuratori dell’attaccante, mettere un po’ di pepe sull’argomento: «Lautaro è un ragazzo che ha una personalità incredibile, tutto quello che gli viene chiesto lo fa. Sono stato tre mesi a Milano e posso dire che avere un giocatore come Lautaro e concedergli poco spazio in campo è complicato (sarà contento Spalletti… ndr). Per fortuna, di recente ha giocato una partita per intero – quella con il Frosinone – ed è riuscito anche a segnare: non è cosa da tutti sfruttare in quel modo un’opportunità. Dico che è complicato tenerlo in panchina perché sai che il centravanti titolare è stato il capocannoniere della Serie A. Però ora la sta prendendo meglio e sta cercando di superare questa tormenta. Si sa che uno vuole giocare sempre, specie sapendo che lo puoi fare». L’ennesima esternazione arrivata dall’entourage di Martinez di certo non avrà fatto piacere all’Inter, in tal senso fa giurisprudenza quanto detto da Spalletti sull’argomento: «Per diventare forte devi gestire te stesso, ma anche chi ti sta intorno. I grandi club a livello europeo spesso stanno attenti a non avere situazioni imbarazzanti come queste da gestire. Il ragazzo non ha bisogno della difesa di nessuno. E’ un uomo, non un bambino».

Già. E visto che Spalletti considera i suoi giocatori uomini fatti e finiti, l’allenatore ha deciso di annullare l’allenamento programmato per oggi nonostante all’orizzonte si stagli già la sfida con la Juve, in programma per venerdì. A volte è più allenante mentalmente un giorno di riposo in famiglia rispetto alla routine al campo. Ieri la squadra ha svolto il consueto lavoro di scarico post partita con Nainggolan e Dalbert che si sono allenati a parte.

Italians do it better. Negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza sul mercato, a cui ha impresso un’importante accelerazione proprio la Juventus sotto l’era Marotta: meglio puntare sugli italiani bravi (possibilmente giovani) anche grazie a operazioni in prospettiva (leggasi i vari Caldara, Spinazzola oltre che l’interista Bastoni) piuttosto che affidarsi agli stranieri che necessitano di un periodo di ambientamento nel nostro calcio e che, per evidenti motivi, possono essere meno inclini nel fare gruppo. La Juve ha fatto incetta di campionati grazie alla vecchia guardia tricolore, mentre l’Inter – che aspira a buttare già dal trono gli storici rivali – mai come sotto la gestione Suning era stata così italiana. E l’ingaggio di Marotta non può che favorire questo processo già iniziato grazie al lavoro di Piero Ausilio e Giovanni Gardini. La prossima sarà l’ultima estate in cui l’Inter dovrà fare fronte al settlement agreement firmato a suo tempo da Marco Fassone con la Uefa e questo vorrà dire che a Milano non ci sarà più un altro Zaniolo, ovvero che non verranno più sacrificati i talenti della Primavera per farne architrave delle campagne acquisti estive. Effetto collaterale più importante di questo cambio di prospettive nel mercato nerazzurro il fatto che le strategie interiste rischiano di entrare sempre più in collisione con quelle bianconere. E, quanto sta accadendo in queste settimane, appare solo come antipasto di cosa succederà a gennaio quando – per ammissione dello stesso Ausilio – l’Inter vuole mettere le basi per la campagna rafforzamento estiva.

In tal senso, sul fronte italiano sono già state scavate molte trincee. La più vicina a Milano porta a Brescia e a Sandro Tonali su cui la Juventus è saldamente avanti perché Massimo Cellino sembra alquanto allettato dall’idea di fare un grande affare con il club bianconero che possa essere la base su cui costruire un’alleanza tra società. Restando in tema centrocampisti, dove si gioca partita pari è per Nicolò Barella che il presidente Giulini valuta 48 milioni. Qui le insidie per le due italiane sono rappresentate dal Liverpool (che con Klavan ha aperto un canale col Cagliari) e dalla voglia dell’interessato di misurarsi con la Premier, il tutto anche se il pressing di Ausilio (che lunedì al Galà dell’Aic ha marcato stretto Alessandro Beltrami, procuratore di Barrella e pure di Nainggolan) e il fattore Nazionale potrebbero convincere il ragazzo a restare in Italia dove, non va dimenticato, lo vuole anche il Milan che però questa estate dovrà fronteggiare le sanzioni dell’Uefa per le violazioni al fair play. Da escludere comunque una cessione a gennaio, come confermato a Sky dallo stesso Giulini: «Sul mercato dovremo pensare a sostituire Castro, non certo perdere il nostro miglior giocatore». Restando ai gioielli del Cagliari, tanto Ausilio, quanto Paratici monitorano i progressi di Alessio Cragno: sia l’Inter sia la Juve sono ampiamente coperte nel ruolo (oltre ai portieri in rosa hanno Audero e Radu a Genova dove stanno maturando esperienza in Serie A) però in ottica futuribile il ragazzo potrebbe entrare nei radar di entrambe.

A far da contraltare all’affare Tonali c’è la trattativa per Chiesa dove l’ingresso ormai prossimo di Marotta nell’Inter fa segnare un sorpasso da parte di Suning sulla Juve sul giocatore che – anche alla luce degli stenti di Perisic – risponde sempre di più all’identikit del rinforzo ideale per l’Inter che verrà. Spalletti da tempo è in pressing su papà Enrico, mentre Paratici si può giocare le carte Pjaca e Orsolini per provare a contrastare la doppia morsa nerazzurra, rinforzata dalla decennale amicizia tra Marotta e Corvino. Ultimo italiano su cui sferragliano Juve e Inter è l’atalantino Mancini: in questo caso Paratici guida la corsa, alla luce del fatto che Ausilio sta già valutando con la Samp le contropartite per Andersen.

Il “made in Italy” è sempre stato un principio guida, la caccia ai migliori parametri zero una strategia precisa. Le buone abitudini non si cambiano e così Beppe Marotta e Fabio Paratici, oltre a sfidarsi sui talenti italiani (vedi pagina a fianco), proveranno a regalare a Inter e Juventus le occasioni più intriganti, meglio se gratis, un po’ come hanno fatto in coppia negli anni dei trionfi in bianconero: da Pirlo (2011) a Emre Can (2018) passando per i vari Llorente (2013), Coman (2014), Khedira e Neto (2015), Dani Alves (2016). Ci sono almeno quattro giocatori stranieri in odore di svincolo che stuzzicano il maestro e l’allievo e sul quale è prevista bagarre. Il nome più caldo è quello di Jean-Clair Todibo, 18enne difensore del Tolosa. Paratici, che con l’addio di Marotta è diventato il responsabile dell’area sport della Juventus, si è mosso con largo anticipo. La corsa per il centrale rivelazione della Ligue 1 – 10 presenze e un gol prima di essere messo fuori rosa per ragioni contrattuali – però è tutt’altro che chiusa. Se Todibo non ha cambiato idea (non prolungherà l’accordo che scade a giugno), sul ragazzo dell’Under 20 francese si sono catapultate tutte le principali big d’Europa, compresa l’Inter. La lista delle pretendenti è lunga (Liverpool, Bayern, Barcellona, Napoli, Lione, Schalke) e la decisione di Todibo è data per imminente. Paratici, pur di superare la concorrenza, è disposto anche ad anticipare il colpo a gennaio tentando il Tolosa con un paio di milioni di indennizzo e una percentuale sulla futura rivendita. Una formula stile Bentancur che Marotta conosce perfettamente e che, stando a quanto filtra dalla Francia, avrebbe fatto alzare il pressing dei nerazzurri su Todibo. Tutto è possibile, compreso che tra Juventus e Inter la spunti un club inglese.

A zero si muoverà anche Aaron Ramsey, corteggiato da tutte le big della Premier e da almeno sette club stranieri: Real Madrid, Barcellona, Bayern, Psg, Juventus, Inter e Milan. La mezzala box to box dell’Arsenal sembrava diretta in Baviera. Nelle ultime settimane quacosa è cambiato. In Inghilterra segnalano in rialzo le quotazioni dei campioni d’Italia e del Real Madrid. L’ultima curva è prevista per gennaio. Il tempo per una “marottata” c’è ancora, avvertono gli esperti.
Stessa scadenza 2019 anche per quel Adrien Rabiot (Psg) su cui Marotta e Paratici si sono trovati a colloquiare un centinaio di volte negli anni juventini. Il 23enne centrocampista francese è stato a un passo dai bianconeri in più occasioni in passato. Inter e Juventus sono vigili almeno quanto il Barcellona, che come i campioni d’Italia un tentativo lo ha già effettuato in agosto. In questo momento della stagione, vale per la Juventus come per l’Inter, non deve stupire che i club lavorino su più tavoli e su svariati giocatori, a maggior ragione se in scadenza, Nel caso dei parametri zero, basta ingaggiarne uno di livello per facilitare la campagna acquisti estiva.
Anthony Martial, attaccante 22enne del Manchester United, merita un discorso a parte: come Rabiot è un pupillo di Marotta e Paratici dal ameno 4-5 anni (i primi contatti ai tempi della Primavera del Lione) e lo scorso giugno era molto più che un’idea per la Juventus. Martial a zero sarebbe un colpaccio: nerazzurri e bianconeri sono in prima fila sul transalpino in caso di rottura con i Red Devils, che però grazie a un cavillo presente nel contratto hanno la possibilità di rinnovare unilateralmente l’accordo del francese fino al 2020.

Non solo parametro zero o quasi. Occhio a Sergej Milinkovic Savic (Lazio), il cui prezzo di questo passo potrebbe essere più avvicinabile la prossima estate. E se la Juventus è avanti rispetto all’Inter per Todibo e Ramsey, i nerazzurri vedono vicino il traguardo per quell’Andersen della Sampdoria a lungo nel mirino di Paratici: il club interista sta già discutendo delle contropartite con i blucerchiati.

S’accende la corsa a Matthis De Ligt. Contatti, incontri, cene. E anche avvistamenti. Edwin Van der Sar, ex juventino e attuale dg dell’Ajax, nei giorni scorsi è stato avvistato in centro a Torino da alcuni tifosi bianconeri. A prescindere da tutto, una cosa è certa: il 19enne capitano dell’Ajax resta il primo nome nella lista del responsabile dell’area sport bianconera Fabio Paratici. Nel quartier generale della Continassa hanno progettato da un po’ di tempo un restyling estivo del reparto difensivo e i due nomi che più intrigano i dirigenti juventini sono quelli di De Ligt e Todibo, il quale a differenza del Nazionale oranje ha un prezzo molto più basso (a giugno si svincola dal Tolosa, i dettagli a pagina a 3) ma pure una esperienza internazionale minore. Alla Juventus piacerebbe la doppietta visto che attualmente l’unico centrale Under 30 a disposizione di Massimiliano Allegri è Daniele Rugani.

Paratici è talmente convinto delle qualità di De Ligt che non sembra essere spaventato dalle richieste che arrivano da Amsterdam. L’Ajax ha capito che a giugno non potrà trattenere il proprio capitano, però dall’addio intende incassare una cifra importante. Si parte da 50 milioni, ma di questo passo l’asticella potrebbe salire ulteriormente. Una bella cifra, che però la Juventus è disposta a investire per diversi motivi: De Ligt ha grandi qualità tecniche, caratteriali e ha appena 19 anni. Tradotto: un po’ come è successo per Cancelo (40 milioni), Dybala (40 milioni), Bernardeschi (40 milioni) l’investimento sarebbe garantito. I precedenti parlano chiaro: tutti questi talenti adesso valgono più del doppio. E in “casa Juve” sono convinti che De Ligt frequentando la scuola dei Chiellini e dei Bonucci potrebbe diventare ancora più forte e costoso.
Proprio per questo Paratici e il vicepresidente Pavel Nedved continuano il pressing su Mino Raiola, potente manager di De Ligt oltre che di Paul Pogba. I rapporti tra il procuratore italolandese e i dirigenti juventini sono ottimi, basti pensare che Raiola è stato anche l’agente di Nedved in passato. L’asse è solido, ma la concorrenza del Barcellona (soprattutto) e del Psg è tutt’altro che un dettaglio.

I catalani fanno su serio e hanno già comunicato all’Ajax che vorrebbero ingaggiare De Ligt a gennaio. Ad Amsterdam non ne vogliono sapere e questo potrebbe rivelarsi un vantaggio per la Juventus, che all’olandese punta per l’estate. L’altra carta nelle mani dei bianconeri sono i buoni rapporti con Raiola, a cui non dispiacerebbe che il ragazzo completasse il proprio percorso di crescita (soprattutto tattico) in un club italiano come quello bianconero. Il Barcellona, però, è una bella tentazione per De Ligt e in generale per tutto il mondo Ajax: non a caso in Olanda sono in molti a consigliare al ragazzo il club del Camp Nou, considerato più vicino ai lancieri come filosofia. Basterà? Raiola, di solito, ama più la praticità e la Juventus lo sa perfettamente.

Una carezza mancina al pallone, che sorvola la barriera nerazzurra – quasi ad irriderla – e si deposita inesorabilmente in fondo al sacco dopo aver baciato il palo. Un delicato affresco che Paulo Dybala spera di dipingere domani sera all’Allianz Stadium di fronte all’Inter. E mentre sogna, lo sta già vivendo. Perché la sequenza è già andata in scena, martedì sera per la precisione. Con le classiche “sagome” da allenamento al posto dei giocatori in barriera. E invece di quello interista, il nerazzurro delle divise del Collegno Paradiso. Società della periferia torinese il cui impianto, all’imbrunire, ha ospitato la Joya per ragioni commerciali. E ha rappresentato l’improbabile cornice della prodezza su punizione del “diez” argentino. Che – gonfiata la rete – ha abbozzato anche un’esultanza, al piccolo trotto verso i presenti mimando l’imprescindibile “Dybala mask”. «Ne faccio uno anche venerdì sera», ha poi strizzato l’occhio a chi lo applaudiva per il gesto tecnico.

Una promessa che il popolo bianconero non vede l’ora venga tradotta in realtà. Una promessa che tradisce tutta la leggerezza e la serenità di un ragazzo consapevole di aver trovato il proprio posto. All’interno di uno scacchiere che in quattro stagioni lo ha visto maturare da pedone a re, da talentuoso ma acerbo gioiellino in erba a scafato e sostanzioso “tuttocampista” (Allegri dixit). In quella che fin dall’estate è stata etichettata come la Juventus “di Ronaldo”, ma che oggi più che mai è anche la sua. Quella di un Dybala maturo e al servizio del collettivo, senza però che lo spirito di sacrificio ne annacqui il talento. Come ricorda ai più distratti l’assist appena sfornato per Bentancur a Firenze, come urla alle orecchie meno fini il bottino di sei reti già collezionato in stagione. E valso da solo, tanto per soppesare i gol della Joya, metà dei 12 punti finora fatturati nel girone di Champions League.

Quel gol che, appunto, Dybala sogna adesso di realizzare nel derby d’Italia. Come già accaduto in una fredda notte di gennaio del 2016, a suggellare il rotondo 3-0 rifilato ai nerazzurri nella semifinale d’andata di Coppa Italia. Questa volta di destro, come le marcature contro Bologna e Cagliari in campionato, oppure ancora di mancino, come i quattro centri realizzati in Europa a Young Boys e Manchester United. Poco importa, nulla cambia in realtà. Magari ancora su punizione, proprio come martedì sera sullo spelacchiato terreno di gioco di via Galvani a Collegno, per cancellare lo zero alla casella delle reti bianconere in stagione maturate direttamente su calcio piazzato. L’arsenale del numero dieci è d’altronde tra i più riforniti in circolazione, la fiducia acquisita partita dopo partita la munizione più importante. Da esplodere innescandosi alle spalle dell’affiatato tandem offensivo Ronaldo-Mandzukic piuttosto che svariando su un fronte offensivo sempre abbondante di spazi da attaccare in virtù dell’incessante movimento delle pedine bianconere. Perché Dybala è ragazzo serio e uomo di parola, che tiene a mantenere le proprie promesse. Anche quando ad ascoltarle ci sono pochi intimi soltanto, nell’applauso ovattato dai guanti di una sera d’inizio inverno nella fredda periferia torinese.

Politano, Perisic e Keita. Gira intorno a questi tre nomi uno dei dubbi più grandi di Spalletti in vista della sfida di domani sera. Il tecnico toscano, infatti, dovrebbe confermare il 4-3-3 delle ultime uscite anche perché, al 99%, dovrà rinunciare a Radja Nainggolan: il belga, non ancora al top per la caviglia sinistra, anche ieri ha svolto terapie e lavoro personalizzato per superare il problema muscolare al polpaccio sinistro creatosi mercoledì a Wembley contro il Tottenham e appare dunque improbabile che possa essere schierato all’Allianz Stadium. Oggi, se la situazione dovesse rivelarsi positiva, potrebbe al limite arrivare la convocazione, ma l’impressione è che Nainggolan lavori per esserci martedì 11 quando, a San Siro contro il Psv, la squadra nerazzurra si giocherà l’accesso agli ottavi di Champions. Per il resto, ballottaggio fra D’Ambrosio e Vrsaljko (recuperato) a destra e fra Joao Mario e Borja Valero a centrocampo con i vari De Vrij, Skriniar, Asamoah, Vecino e Brozovic quasi certi del posto. E davanti? Chi affiancherà Icardi?

La sensazione è che Politano, inizialmente in panchina con la Roma, possa riprendersi il posto da attaccante esterno destro e questo aprirebbe una sfida fra l’intoccabile Perisic e Keita, in formissima, a sinistra. Il croato è uno dei senatori di Spalletti, ma il suo rendimento nelle ultime settimane è stato deludente: anche domenica sera a Roma non è riuscito a incidere, tant’è che è stato sostituito nel finale. Keita con i giallorossi ha giocato a destra, ha segnato il suo terzo gol nelle ultime due gare di campionato, ma il meglio di sé lo dà quando può partire da sinistra. L’ex laziale è in grande condizione, anche mentale, ma con la Juve non vanta un grande curriculum avendoci giocato contro 8 volte con 0 vittorie, 1 pareggio e 7 sconfitte. E Perisic? Di sicuro il croato garantisce equilibrio, corse, coperture e sostegno fisico alla squadra, in più contro i bianconeri ha sempre inciso con buone gare, gol (2 fra campionato e Coppa Italia) e assist. Dunque, chissà che alla fine per un motivo e per l’altro, l’escluso non possa essere ancora Politano.

Collaudato Federico Bernardeschi negli ultimi 12 minuti di Fiorentina-Juventus, Massimiliano Allegri torna ad avere un gradevolissimo imbarazzo della scelta nel decidere quali attaccanti schierare contro l’Inter. Lasciatosi alle spalle il problema agli adduttori che, complice anche una distorsione a una caviglia per non farsi mancare nulla, lo aveva bloccato dal 27 ottobre, il ventiquattrenne di Carrara sarebbe pronto per giocare anche dal primo minuto. Come tutti gli altri suoi compagni di reparto.
Una situazione che Allegri non poteva sfruttare da più di un mese e che negli ultimi due mesi e mezzo si era verificata solo una volta. Non benaugurante, peraltro, trattandosi di Juventus-Genoa 1-1 del 20 ottobre, quando Ronaldo, Mandzukic e Cuadrado giocarono titolari e Dybala, Bernardeschi e Douglas Costa subentrarono nella ripresa. Era la partita del rientro del brasiliano dopo i suoi tre giorni neri, dallo sputo a Di Francesco in Juventus-Sassuolo del 16 settembre con quattro giornate di squalifica, all’infortunio in Valencia-Juventus del 19 settembre che lo aveva fermato anche in Champions. Giusto il tempo di recuperare Douglas, sono poi arrivati gli infortuni di Mandzukic e Bernardeschi a limitare il potenziale offensivo bianconero. Limitare relativamente, visto che la squadra di Allegri ha comunque il miglior attacco del campionato, in termini di reti segnate.

Il miglior attacco, in termini di possibilità di scelta, il tecnico bianconero torna invece ad averlo domani (a Firenze Bernardeschi era al rientro e aveva un minutaggio limitato). Un’abbondanza che non dovrebbe provocare modifiche nel tridente che ha giocato e convinto di più nelle ultime settimane: Dybala alle spalle di Cristiano Ronaldo e Mandzukic. Un’abbondanza che però mette Allegri nelle condizioni di modificare quell’assetto a gara in corso come meglio crede, situazione che l’allenatore livornese sfrutta da maestro: per la sua capacità di leggere la partita, perché ha plasmato una squadra capace di mutare moduli e atteggiamenti e perché in panchina porta giocatori che sarebbero titolari ovunque.
In una sfida difficile come quella contro i nerazzurri è lecito attendersi che il tecnico bianconero sfrutti a piene mani tutto il potenziale offensivo a disposizione: se Ronaldo sarà sicuramente titolare e Dybala e Mandzukic sono nettamente favoriti per fargli compagnia, sono altrettanto alte le probabilità che nella ripresa Allegri metta sul piatto la velocità di Bernardeschi, Douglas Costa e Cuadrado, o quanto meno di un paio di loro. Senza dimenticare Moise Kean, sempre più importante ma al momento oggettivamente un passo indietro rispetto agli altri sei elementi offensivi di Allegri. Giocatori i cui strappi possono risultare devastanti in qualsiasi momento della partita, ma addirittura inarrestabili contro avversari già un po’ affaticati. E chiunque siano gli attaccanti bianconeri titolari, i difensori di Spalletti di fatica dovranno farne fin dall’inizio.

Il signor Giancarlo Baraldi ha sempre creduto in MassimilianoAllegri. E fin qui non c’è niente di male, perché sono certamente più matti quelli che criticano il tecnico livornese. Ma il sessantaduenne messo comunale di Mantova è andato oltre superando quel sottile confine che divide il credo calcistico dall’ossessione. E se non esiste il reato di allegrismo, c’è quello di molestie telefoniche e quello di stalking, dei quali dovrà rispondere al processo del 29 gennaio. Cinque anni dopo quel Sassuolo-Milan (12 gennaio 2014) che costò la panchina rossonera ad Allegri e scatenò il putiferio nella pizzeria di piazza dei Mille, dove un gruppo di milanisti, compresi Baraldi e il proprietario del locale, si trovavano spesso a vedere le partite. Da una parte ci sono quelli che danno la colpa all’allenatore, dall’altra quelli che accusano la squadra. E poi c’è Baraldi che dà la colpa a tutti, tranne che a Max. Sembra una normale discussione da bar, ma quella sera finisce solo il mandato di Allegri da tecnico del Milan, non la faida calcistica fra il messo e il ristoratore.

E quando, sette mesi dopo, Allegri viene ingaggiato dalla Juventus, il Baraldi inizia a sentire profumo di rivincita. E ad ottobre, con i primi successi della Juventus di Max e i primi passi falsi del Milan di Inzaghi, parte la controffensiva con messaggini ironici rivolti al ristoratore. La Juventus 2014-15 poi decolla: scudetto, Coppa Italia e finale di Champions, Baraldi a quel punto è incontenibile e si scatena. Ai messaggi si aggiungono i post it appiccicati alla vetrina del ristorante (e di un altro bar gestito da altri infedeli antiallegristi), foglietti lasciati sotto la porta di casa, mail: è un bombardamento totale e vagamente delirante. Così, se all’inizio la situazione era parsa quasi divertente alla vittima, tutto si fa un filo più pesante.
I messaggi, che in principio potevano essere anche solo «Pippo! Pippo! Pippo!» dopo una sconfitta del Milan, diventano più volgari e insultanti. E quando viene coinvolta la figlia del ristoratore, che il Baraldi si augurava di vedere in compagnia – diciamo così – di Allegri, è scattata la denuncia.

Prima avevano provato a farlo ragionare: il suo superiore lo aveva richiamato e lo aveva perfino trasferito in un altro ufficio, poi c’era stata la ramanzina del capo della Polizia Postale, però niente, Baraldi era in missione per conto del calcio e doveva difendere il suo allenatore.
Qualcuno, invece, dovrà difendere lui in Tribunale, dove – di fronte a un avvocato interista, peraltro – Baraldi proverà a spiegare quanto sia grave mettere in dubbio l’abilità di Allegri. Il quale, leggendo questa storia, non potrà non ridere e studiare qualche battuta per la sua periodica visita al bar Ughi di Livorno, dove ci sono amici e certamente anche estimatori, ma nessuno rischierà mai una denuncia per difenderlo in una discussione. Anche perché per fortuna non esiste il reato di arguzia.

Steven Zhang per la prima volta da presidente a Torino contro la Juventus. Il nuovo numero uno dell’Inter avrà di fronte la squadra con cui il club nerazzurro, targato Suning, vuole competere alla pari. Lo dicono i fatturati in un confronto nel quale il colosso cinese in Serie A rappresenta la proprietà che più di tutte può avvicinare i ricavi di Exor. E lo dice l’ambizione di Zhang junior che vorrebbe ripercorrere le tappe di Andrea Agnelli. Simili alcuni passaggi delle rispettive carriere calcistiche. Sia il manager cinese sia l’imprenditore piemontese sono diventati presidenti in giovane età. Agnelli è stato nominato numero uno della Juventus a 34 anni e 5 mesi. Zhang ha bruciato ulteriormente le tappe arrivando alla stessa carica in casa Inter a 26 anni e 10 mesi.
Ora entrambi condivideranno lo stesso punto di riferimento calcistico: Beppe Marotta. Con singolare identità di tempi. Il dirigente di Varese viene nominato direttore generale della Juventus il 1° giugno 2010, dodici giorni dopo l’insediamento di Andrea Agnelli alla presidenza. Lo stesso Marotta sarà ufficialmente inserito nell’organigramma nerazzurro (subito ad, o prima dg e poi ad) tra pochi giorni, probabilmente dopo la partita di Champions League con il Psv Eindhoven. Lo stacco sarà più ampio di qualche settimana visto che Steven è diventato presidente il 26 ottobre. Ma il senso è simile: Marotta farà da guida di Zhang junior, così come successo con Agnelli otto anni fa. L’augurio della proprietà nerazzurra è che i risultati siano gli stessi: da quel momento, tolta la prima stagione di digiuno, la Juventus ha fatto incetta di trofei.
Steven – dopo la nomina a presidente sono stati ulteriormente rafforzati i suoi poteri all’interno dell’Inter come rivela Radiocor – ha già iniziato a muovere i suoi primi passi anche nella politica calcistica europea. Fa parte del comitato per le competizioni di club dell’Uefa in rappresentanza dell’Eca, l’associazione dei club europei presieduta proprio da Agnelli. In virtù di questo incarico i due presidenti di Inter e Juventus dovranno condividere scelte e decisioni delicate nell’arco dei prossimi anni che, da qui al 2024, potranno segnare una modifica sostanziale dei format principali del calcio continentale. E Steven avrebbe voluto il colpo Modric dopo l’arrivo di Ronaldo in bianconero. Punti di contatto che hanno da subito portato a instaurare rapporti molto buoni tra le due proprietà. Domani però non ci sarà spazio per i convenevoli. «Siamo pronti per scendere in campo e offrire al pubblico una bella partita – dice Steven durante la presentazione del calendario Pirelli – stiamo facendo progressi, il gioco migliora e ogni stagione cerchiamo di fare meglio della precedente. È questo il nostro obiettivo. Credo nella squadra, che in campo dà sempre tutto».

La Juventus ha stabilito le priorità del mercato 2019: De Ligt per la difesa, Marcelo per la fascia sinistra, Pogba per il centrocampo e Isco per la trequarti. Da gennaio all’estate le operazioni di Fabio Paratici e dei suoi collaboratori si concentreranno su questi quattro nomi. E se Marcelo e De Ligt si muoveranno quasi certamente solo in estate, Pogba e Isco vivono situazioni bollenti e potrebbero anche lasciare lo United e il Real a gennaio, scatenando gli uomini mercato bianconeri fin da subito. Ovviamente non ci sono solo questi quattro campioni nella lista della Juventus, che comprende alternative (la concorrenza sarà furibonda per tutti) e anche altri obiettivi (a partire dai giovani italiani come Tonali e Chiesa), ma quei quattro rappresentano le prime scelte. Nelle settimane che portano al mercato di gennaio, dove la Juventus osserverà con attenzione l’evolversi delle varie situazioni prima di muoversi, la dirigenza bianconera ha messo a punto le strategie e si registra qualche movimento sotteraneo. Per esempio, non è sfuggita la gita torinese di Edwin Van Der Sar, l’ex portiere juventino tornato in città dopo 17 anni: nel selfie con la moglie sotto la Mole fa il turista, ma lui e Overmars decideranno il futuro di De Ligt, il più ambito centrale d’Europa per il quale l’Ajax chiede 50 milioni e per il quale la Juventus si è fatta viva da tempo attraverso il suo agente Mino Raiola.
E se quello che sta succedendo intorno a Pogba con le continue liti con Mourinho sembra essere un clamoroso assist per la Juventus (ma occhio al Barça) e Marcelo aspetta sornione l’arrivo dell’estate per muoversi da Madrid, sta accadendo qualcosa anche a Isco. Ieri ha fatto gol (un gran gol) al Melilla in Coppa del Rey, ma Santiago Solari è rimasto molto freddo nei suoi confronti. «Sono contento per Isco», come se si trattasse di un pischellino della cantera alla prima partita ufficiale. Il tecnico madridista si è fatto trovare con il sorriso pronto: «Mi è dispiaciuto solo che il suo pallonetto del primo tempo sia finito fuori di poco, sarebbe stato un golazo». Nulla di più, nulla di meno. Il tecnico argentino non si sbottona sul suo conto e continua a trattare il fuoriclasse spagnolo come uno qualunque «dei 24 calciatori che ho a disposizione». E dire che, invece, in campo, Isco la sua parte l’aveva fatta alla grande. E soprattutto i 93’ disputati ieri sono un chiaro indizio del fatto che, ancora una volta, non sarà titolare in campionato. Ed è per questa ragione che all’ombra del Bernebéu continuano a circolare voci sul suo futuro: «Se arriva un’offerta irrinunciabile, il Real potrebbe lasciarlo andare via anche a gennaio», assicurava ieri El Confidencial. Florentino Pérez, tuttavia, vuole prendersi un altro po’ di tempo per capire se la sceneggiatura di Solari che, per il momento non sembra assegnare un ruolo da protagonista a Isco, sia un progetto vincente. Se così sarà, sulla relazione tra la casa blanca e il regista della nazionale spagnola calerà il sipario.

Sarà una rivoluzione morbida. Beppe Marotta non farà stravolgimenti (la base è più che buona) ma, grazie a rinforzi mirati, proverà a colmare il gap con la Juve. L’ad in pectore lavora già con Piero Ausilio e Giovanni Gardini all’Inter che verrà. Come ha spiegato il ds «troverà una società forte» e una squadra ben strutturata. Dovrà renderla vincente, anche perché Steven Zhang – come ammesso all’assemblea dei soci – punta a vincere in meno tempo rispetto a quanto fatto dall’amico Andrea Agnelli dalle ceneri di Calciopoli. Per questo Suning si è rivolto all’ex amministratore delegato bianconero che avrà come obiettivo quello di portare all’Inter due fuoriclasse già corteggiati nell’ultima estate alla Juve: Sergej Milinkovic-Savic e Federico Chiesa. Il serbo sta dimostrando nei fatti di considerare conclusa la sua parabola alla Lazio: quest’anno appare la copia sbiadita rispetto a quanto fatto nell’ultimo campionato il che costringerà Claudio Lotito a rivedere al ribasso i suoi desiderata. Discorso diverso per la Fiorentina che invece vorrà monetizzare al massimo la cessione del suo gioiello su cui da tempi non sospetti è in pressing Luciano Spalletti: una morsa che si stringerà ulteriormente grazie agli ottimi rapporti tra Marotta e Corvino. Chiesa per caratteristiche – è giovane, forte e italiano – ha tutto per essere icona del nuovo corso, in più (a differenza che a Torino) troverebbe una squadra che ha grandi progetti ma dove il ragazzo avrà la garanzia pressoché totale di titolarità, il che – anche in ottica Nazionale – è un fattore importante di cui tenere conto. Le entrate, in un mercato che dovrà essere giocoforza bilanciato, dipenderanno dalle uscite ma appare scontata la partenza di Candreva, Borja Valero e Miranda. L’addio più doloroso sarà quello del brasiliano, considerato che è il primo nelle gerarchie alle spalle di Skriniar e De Vrij. L’Inter intende sostituire Miranda con un altro Skriniar, ovvero con un giovane che possa diventare, in prospettiva, un difensore di livello mondiale senza (inizialmente) mettere pressione ai titolari. In tal senso molto è già stato fatto con la Samp per Andersen: con la Samp infatti si sta già discutendo delle contropartite per l’affare, come prova il blitz di Osti e Romei per guardare la gara di Youth League tra Inter e Barcellona. Possibile che parta un big e, al momento, tutti gli indizi portano a Perisic: in quel caso l’Inter potrebbe decidere di riscattare Keita dal Monaco (costo 34 milioni) oppure tentare di dare l’assalto a Martial (molto dipenderà da chi sarà l’allenatore dello United), scontato – restando in argomento esterni – il ritorno alla base di Karamoh. Inter che però, in questa fase, ha aperto più di un file tra giovani da bloccare (Elizalde e Kabak), rivelazioni del campionato (De Paul) e fuoriclasse in prospettiva (Barella). Altro giocatore in bilico è Vrsaljko il cui riscatto costerà 17,5 milioni all’Inter: qualora il croato dovesse confermare la fragilità fisica che ha costellato i suoi primi mesi a Milano, il club potrebbe tornare su Darmian che era stato fino all’ultimo in ballottaggio con il croato questa estate. A proposito di croati, attenzione a Brozovic la clausola rescissoria (valida per l’estero) da 60 milioni lo porrà in bilico fino al 15 luglio, mentre per quanto riguarda Icardi, la situazione sarà più chiara dopo l’ormai prossimo rinnovo.

In pizzico di serenità da spargere sulla propria squadra, qualche goccia di pressione psicologica sugli avversari e una massiccia dose di logica e realismo: è il cocktail che Massimiliano Allegri sorseggia avvicinandosi al derby d’Italia, precisando che «Tra la partita con l’Inter e quella con lo Young Boys, per noi la più importante è sicuramente quella di mercoledì. Perché domani (oggi, ndr) ci giochiamo una partita. Mercoledì ci giochiamo il primo posto che, vedendo le classifiche degli altri gironi, è molto importante».

Non snobba l’Inter, l’allenatore bianconero: «Come il Napoli è cresciuta molto in risultati e autostima: sono le nostre antagoniste. La squadra nerazzurra è brava a farti allungare, per poi sfruttare la tecnica e la velocità negli spazi dei suoi giocatori». Né quel che rappresenta la partita: «E’ il derby d’Italia, indipendentemente dalla classifica una sfida bella e affascinante tra due squadre che, assieme al Milan, hanno fatto la storia del calcio italiano». Però non vuole che sui suoi giocatori pesino troppo (rischio minimo, vista l’esperienza) né la passione speciale che infiamma i tifosi («Sono gare che si preparano da sole, non serve motivare i calciatori»), né l’attesa dell’Italia non juventina che spera nell’impresa interista. «Il “rumore dei nemici”? Mi lascia indifferente, noi dobbiamo fare il nostro percorso. Che tutti tifino per l’Inter, pensando che possa esserci più battaglia in campionato, ci sta: ma la battaglia ci sarà comunque. Dicono che la Juve sta ammazzando il campionato, ma per vincerlo serve una trentina di vittorie: abbiamo giocato 14 partite, quindi è tutto aperto». Una situazione che Juventus-Inter non cambierà più di tanto, a meno di una sconfitta bianconera: che peraltro gonfierebbe d’entusiasmo Napoli e Inter, ma li lascerebbe comunque a 5 e 8 punti. Un pareggio permetterebbe al Napoli, verosimilmente vittorioso domani contro il Frosinone, di avvicinarsi a -6, ma proprio il diverso peso degli avversari rende una situazione del genere tutt’altro che drammatica, mentre l’Inter resterebbe alla distanza notevole di 11 punti.
Distanza che diventerebbe incolmabile se i nerazzurri lasciassero l’Allianz Stadium sconfitti e a 14 punti dalla Juventus. E’ quando Allegri calca la voce sul «Per noi» che probabilmente si diverte a distillare un po’ di pressione sugli avversari. Che a propria volta hanno una partita fondamentale martedì contro il Psv Eindhoven, ma stasera potrebbero dire addio al ruolo di Anti Juve a cui parevano candidati. E potrebbero vedere allontanarsi a 4 punti il Napoli secondo: «Pericoloso, pericolosissimo, perché ha qualità tecniche e grande esperienza in panchina».

La base della seraficità con cui Allegri derubrica la partita con l’Inter a meno importante di quella con lo Young Boys è però una sana, semplice e realistica logica. Il vantaggio già accumulato in campionato e i mesi che mancano all’assegnazione dello scudetto renderebbero anche una sconfitta stasera una ferita certo non indolore, ma rimarginabile in fretta. Non vincere a Berna invece potrebbe condizionare il cammino bianconero nella competizione più ambita: non a caso Allegri ha sottolineato che «viste le classifiche degli altri gironi, il primo posto è molto importante». Una Juventus seconda nel girone dovrebbe sperare di pescare il jolly Porto da un mazzo con Barcellona, Manchester City, Real Madrid, Bayern Monaco, Atletico e forse Paris Saint-Germain. Una Juventus prima potrebbe attendere una tra Dortmund, Schalke, Ajax, Lione e forse, se anche il Napoli vincesse il suo girone, Psg o Liverpool. Una bella differenza, anche se l’obiettivo bianconero resta batterle tutte, le rivali europee, fino conquistare finalmente la Champions a Madrid il 1° giugno. E per riuscirci Allegri vuole che la Juventus diventi ancora più forte: «Dobbiamo migliorare le prestazioni: a Firenze ci sono stati momenti in cui la squadra si spaccava in due e quella è l’unica situazione in cui diventiamo vulnerabili. Dobbiamo evitarla, è un altro passaggio da fare per migliorare».

Torino. Neanche il tempo di rallegrarsi per il ritorno di Emre Can, che Massimiliano Allegri ha dovuto preoccuparsi della schiena di Rodrigo Bentancur. Il talento emergente del centrocampo bianconero ha avuto problemi per due giorni: «Devo valutarlo oggi», ha spiegato il tecnico bianconero ieri nella conferenza della vigilia. Valutazione abbastanza positiva, quella fatta da allenatore e staff nell’allenamento di rifinitura del pomeriggio, tanto che il ventunenne uruguaiano è tra i convocati e oggi dovrebbe scendere in campo da titolare per l’undicesima partita di fila.

Se invece Allegri scegliesse di risparmiare l’uomo che ha sbloccato la partita sabato a Firenze, due sarebbero le soluzioni per far fronte alla sua assenza: «O gioca subito Emre Can o cambiamo modo di giocare». Un dilemma che è di per sé una buona notizia, visto che conferma il pieno recupero del tedesco dopo l’intervento alla tiroide. Difficile pensare però che Can abbia i 90 minuti nelle gambe: una sua presenza tra i titolari comporterebbe quindi un cambio pressoché obbligato nella ripresa, situazione che di solito gli allenatori, Allegri compreso, non amano particolarmente.

Con Khedira ai box, però, le alternative nel ruolo di mezzala resterebbero Bernardeschi e Cuadrado, che in quella posizione ha giocato a Firenze. Dove però la Juventus ha rischiato un po’ troppo e infatti Allegri esclude l’ipotesi di confermare quell’assetto: «Cuadrado al posto di Bentancur è un’ipotesi, ma dovrei cambiare davanti». Difficile che rinunci a Mandzukic, che sarà prezioso anche sulle palle inattive contro saltatori come De Vrji, Skriniar, Vecino e Icardi, e CR7 è imprescindibile: in quel caso dunque resterebbe probabilmente fuori Dybala, che il tecnico bianconero potrebbe sfruttare negli spazi più larghi della ripresa. Dal primo minuto potrebbe così scendere in campo una Juventus schierata con un 4-4-2, con Cuadrado e Bernardeschi (o Douglas Costa) sulle fasce. A prescindere da quello che sarà l’assetto di centrocampo e attacco (dove mancherà Kean cha ha accusato un problema agli adduttori), dovrebbe essere confermata la difesa di Firenze. Compresa la posizione di De Sciglio e Cancelo, con l’azzurro a destra da dove può accentrarsi per far partire l’azione con una sorta di difesa a tre, e il portoghese a sinistra.

Guardando i precedenti, Luciano Spalletti poteva anche non salire sul pullman. In carriera, non solo non ha mai vinto in campionato a Torino, ma ci ha perso 10 volte su 12 gare giocate. All’attivo ha due pareggi, l’ultimo proprio un anno fa di questi tempi (era il 9 dicembre) quando allo Stadium finì 0-0. Da allora pare trascorsa un’era geologica, non fosse altro perché la Juventus nel frattempo ha messo nel motore Cristiano Ronaldo, stasera al suo primo derby d’Italia. Sfida da cui l’Inter ha solo da guadagnare. Nessuno farebbe drammi per un ko, mentre un risultato positivo sarebbe linfa vitale per affrontare il Psv e, più in generale, per certificare i miglioramenti della squadra. «A Roma abbiamo giocato una buonissima partita e, mettendoci un po’ di attenzione in più, possiamo rasentare la perfezione – ha sottolineato l’allenatore – Loro hanno tutte le qualità, sanno anche vincere senza dominare le partite, sanno sfruttare l’episodio e possiedono un certo tipo di mentalità avendola acquisita nel tempo. Bisogna giocarla con coraggio e determinazione questa gara: a Torino mi porto dietro tante certezze perché ho a disposizione un’Inter in crescita e perché siamo un’ottima squadra per il modo in cui riusciamo a interpretare le partita. C’è una distanza importante ed è difficile andarli ad acchiappare, però la bella notizia è che dipende da noi accorciare». Il tutto anche se la classifica sembra un Everest: «La Juve non è solo Ronaldo, è Chiellini, uno che fa reparto da sé, è Pjanic ed è Mandzukic, solo per citarne alcuni. Noi possiamo metterli in difficoltà se saremo squadra per novanta minuti: bisogna pressarli, prendere campo, avere coraggio e personalità fino all’ultimo minuto della partita anche, nel caso, mettendo un occhio negli specchietti retrovisori». Nessuna distrazione da Champions, giura Spalletti: ««Non sono momenti da mettere insieme: l’Inter si gioca molto in tutta la stagione e deve camminare passo dopo passo. Se fai il primo in modo intenso e deciso, viene bene pure quello successivo. Noi dobbiamo essere convinti del fatto che anche chi ci sta davanti non sia così forte o così bravo dall’indurci a non fare il nostro percorso: noi dobbiamo andare avanti dritti sulla nostra strada». L’Inter non camminerà da sola pure a Torino, così l’uomo di Certaldo dedica l’ultimo pensiero ai tifosi: «Saremo imbottiti sotto la maglietta del loro sentimento. Questa partita è un banco di prova, un collaudo, ti fa vedere se sei nelle condizioni di viaggiare forte».

L’ultima volta assieme è stata a Mosca, 15 luglio. La Croazia si ferma a un passo dal Paradiso, battuta nella finale mondiale dalla Francia. Finisce 4-2, Mario Mandzukic e Ivan Perisic vanno di nuovo in gol assieme, come era capitato nella rimonta vincente in semifinale contro l’Inghilterra (con assist di Perisic a Mandzukic per il 2-1 della vittoria). Non basta per regalare un sogno a una nazione di poco più di quattro milioni di abitanti, che si è stretta intorno alla squadra fin dal primo giorno dell’avventura russa, a cominciare dalla presidentessa Kolinda Grabar-Kitarovic, presente in tribuna allo stadio Luzniki. Quel 15 luglio è anche il giorno dell’addio di Mandukic alla Nazionale con la maglia a scacchi bianco e rossa. Il centravanti dice basta, dopo aver portato la Croazia fin dove mai era arrivata prima. Perisic invece continua, come continua Marcelo Brozovic, autore di un torneo finalmente all’altezza delle aspettative.
Il terzetto si ritrova di fronte questa sera, nella classicissima del campionato italiano: Mandzukic con la Juventus, il duo Perisic-Brozovic con l’Inter. Sono tre giocatori in grado di determinare gli equilibri delle squadre un cui si trovano. Mandzukic lo ha dimostrato nella gestione di Massimiliano Allegri quando, da centravanti, due stagioni fa si è riciclato attaccante esterno per consentire al tecnico di schierare una squadra a trazione anteriore (con Dybala, Higuain e Cuadrado). Una scelta tattica che ha fatto scoprire un elemento in grado di sacrificarsi anche in fascia, in un compito di raccordo con la difesa. Quest’anno, nel “4-3-casino” allegriano, Mandukic è una presenza più costante in area, come dimostrano i sei gol segnati (già uno in più della passata stagione) e i due assist, oltre a un’intesa con Cristiano Ronaldo che ha funzionato fin dai primi passi della stagione. Altrettanto importanti sono Perisic e Brozovic per Luciano Spalletti, in maniera forse ancora più decisiva rispetto a Mandzukic. Questo perché sono due elementi di talento e, come tali, più soggetti ad alti e bassi rispetto al loro ex collega in Nazionale. Alti e bassi che sono delizia e croce dell’Inter: quando i due girano, sono irresistibili; quando hanno un passaggio a vuoto, l’Inter tutta ne risente.
Il match all’Allianz di stasera girerà intorno anche alla Croatian Connection. Mandzukic ha un conto personale contro i nerazzurri: da quando è arrivato in Italia, non è ancora riuscito a segnare loro un gol. A Perisic e a Brozovic guardano con speranza non soltanto i tifosi nerazzurri, ma tutti quelli che sperano di non vivere da qui alla fine del campionato sotto il tallone bianconero. Novanta minuti in cui dare tutto, l’uno contro gli altri. Per ricordare la grande avventura con la Croazia ci sarà spazio in un altro momento.

Vai ad immaginare che con l’Inter alle porte Allegri si metta a pensare allo YoungBoys? Eccome se lo fa: «Mercoledì in Champions per noi è molto più importante,ci giocheremo il primo posto. Con l’Inter è solo una partita…». Ora: nulla in casa Juve sarà mai lasciato al caso, non è la storia del club e non è la storia di Allegri. Però la distinzione l’ha tirata fuori proprio il tecnico, che poisi concentra su una settimana importante: «Un passo alla volta, tra Inter,coppa e derby avremo tre partite delicate e servirà che tutti si facciano trovare pronti». Infine ecco l’impegno di giornata, il suo 240º da allenatore bianconero: «Contro i nerazzurri sarà una partita bella e importante. Loro hanno giocatori bravi, tecnici, che tendono a far allungare gli avversari. E noi a Firenze a volte ci siamo trovati con la squadra spaccata, i tre davanti esette a difendere. Questo aspetto adesso va migliorato. Dovremo metterci impegno e attenzione, sennò si rischia».

Ecco qualche suggerimento che potrebbe rivelarsi utile per le vostre ricerche:
Paraguay con l’emittente Sistema Nacional De Television;
Serbia con l’emittente Radio-televizija Srbije;
Slovacchia con l’emittente Slovenská Televízia;
Paesi Bassi con l’emittente Sanoma Media Netherlands;
Svizzera con l’emittente Schweizer Radio und Fernsehen;
Portogallo con l’emittente Rádio e Televisão de Portugal;
Repubblica Ceca con l’emittente Ceca Ceská Televize;
Turchia con l’emittente Turkish Radio and Television Corporation;
Svezia con l’emittente Modern Times Group;
Suriname con l’emittente Surinaamse Televisie Stichting.

PRIMATO. L’Inter insegue, Allegri ci pensa il giusto: «Il campionato non va ammazzato, va vinto. Servono più o meno 30 successi quindi è impossibile che in 14 giornate la Juve oggi abbia ammazzato la serie A, è una questione matematica. Tutti tifano contro di noi? Ci sta, perché per il Napoli è un turno favorevole e potrebbe avvicinarsi, è normale che in tanti si aspettino che ci sia più battaglia. Ma dico che ci sarà lo stesso, il percorso è ancora lungo.Per fare 90 punti o quelli che servono dovremo essere bravi a dare continuità ea migliorare le prestazioni. Ancelotti giustamente dice che il Napoli ha tante possibilità, ma per me le stesse le ha anche l’Inter. Noi dobbiamo solo concentrarci su una partita alla volta e non pensare a ciò che dovrà venire.Anche perché mancano ancora gli scontri diretti che potranno fare la differenza».

ETNIA. Un toscano di Livorno contro uno di Certaldo. La sfida tra Allegri eSpalletti è tra i motivi di attenzione. Max ci ride: «Stessa regione ma io vedoil mare e lui le colline… Poi di diverso c’è che lui i capelli non ce li hapiù e io… quasi. Scherzi a parte gli vanno fatti i complimenti per ciò che hafatto e che sta facendo. Sì, è vero, la Toscana produce buoni allenatori ma nonso da cosa dipenda. La partita contro la sua Inter si prepara da sola, non c’èbisogno di dire granché ai giocatori». Ad Allegri, poi, viene ricordato che èil compleanno numero 43 del presidente Andrea Agnelli: «Lui è un decisionista -commenta Allegri che lo conosce da cinque anni – questa penso sia la qualitàmigliore come dirigente. Poi è normale che oggi abbia un’autorevolezza diversarispetto al primo anno in cui è arrivato alla guida del club». Una dellemigliori decisioni di Agnelli? Proprio quella di puntare su Allegri, nel momentocomplicato dell’addio traumatico di Antonio Conte.
LucianoSpalletti non fa sconti e soprattutto non ha paura. Rispetta la Juventuscampione d’Italia e capolista, ma non la teme. «La partita la vince chi la fa,non chi la subisce e per questo andremo a Torino a fare la gara. E’ in incontricome questi che hai la possibilità di diminuire il gap non solo in classifica,ma anche rispetto alla forza che la Juve ha mostrato finora». Eccolo il suomanifesto programmatico alla vigilia di una trasferta complicata per inerazzurri e anche per lui che con i bianconeri ha un bilancio da brividi (19 koin 25 match, compresa la Coppa Italia). Il precedenti negativi, però, non hannointaccato il suo ottimismo. «Dopo il pareggio contro la Roma mi porto dietropiù certezze perché ho una squadra che cresce e che ha un atteggiamento semprepiù giusto. Ultimamente abbiamo disputato delle buone gare anche se ci èmancato un briciolo di attenzione che ci avrebbe fatto rasentare la perfezione.Siamo un’ottima squadra sia come rosa sia per interpretazione degli incontri edobbiamo essere orgogliosi di ciò che stiamo facendo. A Torino andiamo condelle certezze perché arriviamo a questa sfida nel migliore dei modi ovvero inottime condizioni sia fisiche sia mentali. E’ una partita difficile perchégrazie alla classifica loro hanno più tranquillità. Per questo dico chedobbiamo mostrare la nostra mentalità, il nostro essere collettivo».

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MOMENTO CHIAVE. Spalletti sa bene che in 4 giorni, tra Juventus in Serie A ePsv in Europa, la stagione dell’Inter può prendere una piega ben precisa, ma seAllegri è convinto che tra campionato e Champions il confronto più importantesia quello di mercoledì contro lo Young Boys, il tecnico toscano ha un pensierodiverso: «Per noi i prossimi impegni sono entrambi importanti e, se loro sononella condizione di scegliere, i miei uomini ed io non lo siamo: dobbiamo farlebene entrambe le partite, ma concentrandoci su una alla volta. Perché se si fail primo passo in modo corretto e deciso, si può prendere la spinta per ilsecondo e per i successivi. Dobbiamo essere convinti che chi ci precede non siacosì forte e bravo da impedirci di andare avanti nel nostro percorso. Noi si vadritti per la strada in cui siamo».

JUVE E CR7. Per i bianconeri non sono mancati i complimenti: «La Juve hagiocatori fortissimi, l’allenatore numero uno nel gestire un gruppo e unamentalità forte. Dovremo stare attenti a tutto e non dimenticarci di guardareanche gli specchietti retrovisori. Pensare che hanno solo Cristiano Ronaldosarebbe un errore perché ci sono anche GC3, ovvero un super difensore comeChiellini, Pjanic e tanti altri campioni. Punti deboli? Non ne dico per nonessere presuntuoso, ma credo che se giochiamo in maniera continuativa per 90’,se pressiamo, togliamo loro lo spazio per le giocare e non li facciamo ragionare,potremo far bene. Per noi questo è un banco di prova e non intendiamosbagliarlo».

La base,almeno come schieramento, è la Juve di Firenze. Perché ha vinto 3-0, perché hadato buoni segnali e perché oggi la formazione considerata migliore prevedeDybala alle spalle della coppia d’attacco formata da Ronaldo e Mandzukic.Quella contro l’Inter, anche se Allegri cerca di scaricare la tensione, è unapartita molto importante e il livello dell’avversario di mercoledì – lo YoungBoys – permette al tecnico di fare i suoi calcoli nonostante in Champions cisarà in palio il primo posto del girone. Per stasera, quindi, dentro i miglioricon un solo cambio rispetto al Franchi: a metà campo a guidare la Juve torneràPjanic con conseguenti passaggio in panchina di Cuadrado e sul centrodestra diBentancur. Proprio Bentancur arriva da un paio di giorni di allenamentidifferenziati: l’uruguaiano si era bloccato per problemi alla schiena ma nelleultime ore sembra aver dato buoni segnali e garanzie sulla tenuta, quindidovrebbe essere regolarmente in campo.

REGIA. Con Pjanic la Juve è sempre più ordinata: giocano meglio tutti, compresii due centrali di difesa spesso impegnati nel triangolo basso proprio con ilregista bosniaco. A proposito di difesa va detto che sugli esterni agirannoancora De Sciglio e Cancelo ma stavolta lo faranno a fasce invertite: il primoa sinistra, al posto dell’infortunato Alex Sandro, e il secondo a destra, nellasua posizione naturale.

NOVITA’. La bella notizia arriva dalla presenza in panchina di Emre Can. Ilmediano tedesco era fermo dal 20 ottobre, quando nell’1-1 casalingo con ilGenoa rimase in panchina per 90 minuti. Poi l’operazione alla tiroide perl’asportazione di un nodulo e la lunga attesa: oggi, poco più di un mese emezzo dopo, l’ex Liverpool e pedina bianconera molto importante, sarà di nuovoa disposizione di Allegri.

L’Inter haraggiunto Torino ieri sera in pullman poco prima dalle 20. Attorno all’hoteldella squadra il calore di tanti tifosi e un attento servizio d’ordine.Spalletti non ha convocato per la trasferta Nainggolan e Dalbert che sialleneranno alla Pinetina anche oggi. Il Ninja poi raggiungerà la squadra aTorino esattamente come ha fatto domenica scorsa a Roma nella speranza invecedi essere convocato per la sfida di Champions di martedì contro il Psv. Ancheieri ha lavorato a parte e le risposte della caviglia sono positive.

Capitolo formazione. Il tecnico toscano qualche dubbio lo ha e la seduta diieri non li ha certo fugati perché come al solito ha mischiato le carte. Seperò a Roma contro i giallorossi ha puntato su una mediana tutta tecnica epalleggio, nella quale non hanno trovato posto né Gagliardini né Vecino, non vaescluso che all’Allianz Stadium faccia esattamente l’opposto ovvero chescommetta su l’azzurro e l’uruguaiano, con Borja Valero e Joao Mario inpanchina. Altri dubbi in difesa e in attacco: a destra D’Ambrosio, in grandespolvero all’Olimpico, è in vantaggio su Vrsaljko che è recuperato e magariavrà spazio in Champions contro il Psv, quando ci sarà necessità di spingeresugli esterni per andare alla ricerca del successo, mentre in attacco,nonostante l’ottimo momento di forma Keita potrebbe lasciare il postodall’inizio a Politano per evitare a Perisic di giocare a destra. Esiste anchel’ipotesi dell’esclusione del croato, non al meglio del rendimento, chepotrebbe rifiatare in vista della Champions League, ma nei big match finoraLuciano Spalletti non ha mai rinunciato a lui. Perisic in questa stagione hagiocato fin qui 18 partite (13 in campionato e 5 in Champions), segnando 2 gol,a Torino e Bologna, a inizio stagione.

Sono i piùforti, nel vero senso della parola, per qualità tecniche e struttura fisica.Mica solo Cristiano Ronaldo e talento infinito. Solidità, altezza, muscoli. Unmuro invalicabile, ecco la diversità della Juve. Dominano, sono completi, tiincartano con il palleggio e ti mettono sotto nel corpo a corpo. Toccheràall’Inter, stasera all’Allianz Stadium, stabilire se questo campionato puòavere ancora un senso e se la Signora può essere almeno contrastata. Suibianconeri ci sbatti, puoi quasi esserne respinto. Allegri, chef stellato,vince di peso. Ha scelto il fisico e riesce a miscelare ogni volta un piattodiverso con sapienza tattica: la velocità di Cuadrado e Douglas Costa, l’ordinedi Pjanic, le invenzioni di Dybala, gli slalom di Cancelo portano agilità e soluzioni dentro un impianto costruito sul cemento armato. I pilastri sichiamano Chiellini, oggi definito il miglior difensore del mondo, Bonucci,Mandzukic e Matuidi. Il francese ha in parte tappato la falla “muscolare”aperta due anni fa dalla cessione di Pogba. Quando si è fermato Khedira, unaltro gigante, Allegri ha sganciato Bentancur in attesa di Emre Can, ormai pronto. Il senso della concretezza non sfugge mai alla Signora pur essendo firmata e identificata CR7. MUSCOLI. Un dato illumina la classifica della Serie A. La Juve è la squadra più “pesante” del campionato: 80,1 chilogrammi la media per giocatore, considerando tutti quelli impiegati sinora (almeno una presenza) da Allegri. Alti, ben piazzati, con qualità tecniche eccellenti. Nessuno arriva aquel peso, ancor meno tra le grandi. Udinese, Bologna, Frosinone e Atalanta sono appena sopra i 77 chili. L’Inter, assai più agile e leggera (75,7 kg di media), è distante e il Napoli, l’altra concorrente per lo scudetto, chiude la classifica a quota 73,7. Dato indicativo. Sono i più piccoli e leggeri, eredità del guardiolismo di Sarri. GIOCO AEREO. Sinora non c’è stata partita, tutti si sono inchinati allo strapotere fisico e tecnico bianconero. Ha pagato il conto la Fiorentina di Pioli al Franchi sabato scorso, crollando dopo 70 minuti ad altissima corsa e intensità. Ora tocca all’Inter, forse l’unica big del campionato a poter reggere e assorbire l’urto fisico della Juve. Se Allegri vince di peso, Spalletti domina di testa, non solo ricordando i gol di Vecinonello spareggio Champions con la Lazio (20 maggio scorso) e con il Tottenham aSan Siro. E’ difficile riuscire a mettere il piede tra due colossi come De Vrije Skriniar. Hanno cancellato Higuain e Immobile in Serie A, Kane e Suarez inChampions. Stasera si misureranno con i gomiti di Mandzukic e la furbizia diCR7. L’Inter domina nel gioco aereo. In 14 partite di campionato ha realizzatoben 7 gol di testa (Icardi 3, Lautaro Martinez 2, di Nainggolan e De Vrij glialtri due), più di tutte. Non mancano i colpitori a Spalletti. Un pregio da mettere a frutto, tenendo conto del punto debole della Juve: di testa il 38%delle reti incassate in campionato (3 su 8). Occhio alle palle inattive. Juve (9gol) e Inter (8) sono le due squadre della Serie A ad averne approfittato dipiù. Allegri, diverse volte, ha richiamato i suoi giocatori. Sono vulnerabili sulle punizioni laterali e sui calci d’angolo a sfavore. E’ un tema del derbyd’Italia. CONTRASTO. Stesso discorso per la propensione bianconera al corpo acorpo. La Juve è la squadra con la più alta percentuale di duelli vinti(53,5%). Non può esserlo in valore assoluto (quindicesimo posto con 136contrasti vinti) per un motivo semplice. Tiene palla, controlla il gioco e lamanovra, non ha bisogno di randellare, ma quando serve il peso di Chiellini,Bonucci e Mandzukic (85 chili l’uno) si sente, è ben distribuito sul campo.Diventa un deterrente. Senza contare alternative di peso come Benatia (94) e Khedira(90). La Juve ha il possesso palla più alto del campionato (59,3%), quasi allapari con l’Inter (59,2%). Stasera proveranno a giocarsela, sul filodell’equilibrio e della tecnica. Poi conteranno le diversità. Allegri di peso,Spalletti di testa. Andiamo a vedere.

Mancavano 33gol e con l’arrivo di Ronaldo si era capito che sarebbe stata solo questione di tempo. Puntualmente, in 14 giornate, la Juve è arrivata a due passi dalla cifra tonda: 4.998 reti in serie A per i bianconeri, ancora due e saranno 5.000 tonde tonde. Stasera c’è l’Inter, squadra forte e con difesa di ferro o quasi. Però i bianconeri dal 18 agosto hanno messo sotto questo torneo, segnando anche con regolarità e variando spesso i nomi sul tabellino dei marcatori: quale migliore occasione di uno scontro diretto così importante per festeggiare il traguardo-gol di campionato?

SPINTA. Certo, oggi tutti si aspettano un CR… 5.000. Ma all’inizio non è stato così. Perché Ronaldo faticava a sbloccarsi e la Juve – pur vincendo -stava cercando la sua migliore fisionomia possibile. Stasera, dopo poco meno di quattro mesi dal 3-2 in casa del Chievo, Spalletti e i suoi si troveranno davanti una squadra che ha imparato a conoscersi e che come punti (i 40 attuali sono già un record) e strisce positive (in campionato non perde da aprile: 18partite) sta volando. La Juve, insomma, non sembra conoscere crisi al di là di qualche piccolo difettuccio di distrazione, i 5.000 gol da raggiungere non possono essere che uno stimolo ulteriore per dare un’altra spallata alla corsa scudetto superando l’Inter, l’altra (oltre al Napoli già battuto a Torino) cheresta più o meno in scìa se di scìa si può parlare (-11 prima del match di stasera).
CORSA. I bianconeri hanno aperto le danze con Khedira, un autogol di Bani delChievo e Bernardeschi. Da quel momento – era il 18 agosto – è partita la corsaai trenta gol che mancavano per la cifra tonda che oggi è più che alla portata.Undici marcatori diversi: il capocannoniere Ronaldo ovviamente (10 reti in A);ma anche il nuovo-vecchio centravanti Mandzukic (6 gol), Dybala, Bernardeschi,Matuidi e Bentancur (tutti a 2); e Khedira, Pjanic, Bonucci, Cuadrado,Chiellini (un gol a testa); nel conto, infine, anche due autogol. Il tutto conuna semplicità a volte disarmante, quasi con noia, attraverso partite controllate e poi aperte e chiuse nei modi più graditi. Graditi alla Juve,naturalmente. Per questo stasera in Italia tutti – juventini e milanisti a parte – tiferanno Inter. Ma il gruppo di Allegri ora viaggia con la sicurezza dei grandi e sa che con 2 gol quasi certamente farà sua un’altra partita importante e raggiungerà quota cinquemila.

ATTESA. L’obiettivo, comunque, ormai è lì. Significa che la Juve sta per tagliare il prestigioso traguardo. E se non sarà stasera il brindisi potrebbe essere rimandato di qualche giorno, magari sabato 15, quando è in programma il derby con il Torino. Ovviamente c’è attesa anche per sapere chi sarà il marcatore del gol bianconero numero 5.000 in serie A. Sì, il lieto fine porta sempre lì, a Cristiano Ronaldo, se non altro perché il re dei cannonieri è ancora lui (11 gol stagionali, in A è capocannoniere con Piatek). Ma sarà motivo di festa per tutta la Juve, che oggi è anche molto di più di Cristiano Ronaldo. Un meccanismo perfetto con l’indiscutibile regia di Max Allegri, una regolarità impressionante. Il percorso è quasi completato, ancora due gol e il gioco sarà fatto: 5.000 reti, una storia lunga iniziata il 6 ottobre del 1929,con un 3-2 al Napoli. Novant’anni di gol bianconeri. In pratica è la storia di una vita.

Tra gli avversari della Juventus, nessuno più di Mauro Icardi si sente a casa all’Allianz Stadium. Da quando il club bianconero ha completato la trasformazione del vecchio Delle Alpi nel nuovissimo gioiello che porta punti e soprattutto ricavi, gli uomini di Conte e poi quelli di Allegri in Serie A tra le mura amiche hanno dettato legge raccogliendo risultati strepitosi e concedendo agli avversari le briciole. Qualche numero per rendersi conto di ciò che stiamo parlando: la Juve dal 2011-12 ha giocato in casa in campionato 140 match, ne ha vinti 118, pareggiati 17 e persi appena 5. Quanti gol ha subito? La “miseria” di 69 in 7 stagioni e… un pezzetto. E sapete chi è il giocatore che ha segnato di più allo Stadium? Indovinato, Mauro Icardi.

IN VETTA ALLA CLASSIFICA. A Torino l’attaccante argentino ha firmato una doppietta con la maglia della Sampdoria nel blitz blucerchiato (2-1) del 6 gennaio 2013 e una rete nell’1-1 del 6 gennaio 2015. E, anche se i tifosi nerazzurri sperano di non dover aspettare un altro Juventus-Inter il giorno di Befana per vederlo esultare di nuovo, Maurito già così è il giocatore con all’attivo più reti nell’impianto dei bianconeri. Alle sue spalle seguono a quota 2 Muntari, Gabbiadini, Ilicic, Immobile e Milito più altri 53 marcatori singoli e 3 autoreti. Queste cifre permettono di capire quanto sia complicato non solo portar via da Torino punti, ma anche solo fare un gol. Quest’anno, per esempio, le reti al passivo della formazione di Allegri a domicilio sono 4 in 7 sfide e nessuno ne ha messe a bersaglio più di una in 90′. In Champions ci è riuscito il Manchester United, che ha pure espugnato lo Stadium, ma l’Europa è un altro discorso.

ANTI JUVE. Le ultime tre gare di campionato all’Allianz Icardi le ha concluse senza la gioia del gol, ma nonostante ciò è a quota 8 centri contro i bianconeri e recentemente a San Siro si è tolto la soddisfazione di battere Buffon sia lo scorso 28 aprile (Inter ko per 3-2) sia il 18 settembre 2016 (successo per 2-1). In Serie A ci sono solo due formazioni che ispirano di più il ragazzo di Rosario: si tratta della Sampdoria e della Fiorentina, punite 11 volte a testa. Nell’anno solare 2018 ha già firmato 20 reti in A e meglio di lui ha fatto solo Immobile: una prodezza a Torino gli darebbe la spinta per provare ad agganciarlo. Mauro inoltre stasera incrocerà di nuovo Paulo Dybala, suo compagno nella Seleccion argentina e sfiderà per la prima volta Cristiano Ronaldo. Tutte motivazioni in più per uno che, per segnare, di motivazioni… particolari in realtà non ha bisogno. Lo confermano i 118 centri in 198 presenze con la maglia dell’Inter. Un bel biglietto da visita in vista del derby d’Italia.

INVIATO AD APPIANO – All’Allianz Stadium era già andato nelle ultime due sfide disputate in casa della Juventus, ma stasera per la prima volta Steven Zhang ci entrerà da presidente dell’Inter. Il numero uno nerazzurro, che ha un discreto rapporto con Andrea Agnelli (i due hanno visioni simili sul futuro del calcio italiano e della Lega Serie A), raggiungerà la squadra nel pomeriggio in hotel e starà vicino ai giocatori in una vigilia delicata. La prossima settimana, dopo la sfida con il Psv, poi sarà lui a dare il benvenuto al nuovo ad Marotta che inizierà il suo lavoro e tra una settimana sarà in tribuna per Inter-Udinese. Quella legata a Marotta sarà la prima grande operazione voluta fortemente da Zhang junior, un acquisto destinato a lasciare il segno nell’organizzazione del club, pronto a rifarsi il trucco con una ridistribuzione interna dei compiti anche nell’area commerciale e del marketing dopo l’addio di Gandler.

65.000 PER LA CHAMPIONS. Prosegue intanto la vendita dei tagliandi in vista del match di martedì in Champions. Quota 65.000 è a un passo nonostante dall’Olanda saranno pochi i tifosi in arrivo. Un risultato importante contro la Juventus darebbe un’ulteriore spinta. Occhio infine alla seconda maglia della prossima stagione: anticipazioni nella Rete parlano di un colore verde acqua brillante invece del “classico” bianco.

Questi pezzi potrebbero avere tutti lo stesso titolo: “Io lo conoscevo bene”. Era il tempo – anni Sessanta – in cui nel film così titolato si potè vedere un Tognazzi superlativo ballare su un tavolo, ma soprattutto l’oggetto delle sue brame, una giovanissima, poco più che adolescente Stefania Sandrelli ch’era davvero la più bella della Repubblica, una sorta di “ragazza di campagna” da porre come icona accanto a Grace Kelly.

Così sono nati tanti ritratti insoliti, i primi segni tratteggiati dalla memoria. Per dire, ad esempio, come adesso: io Giuseppe Marotta lo conoscevo bene. Beppe il varesino, personaggio di quella galleria di figurine presentate dal giorno in cui, abbandonate le mie Dee di bellezza, Stefania Sandrelli, Nicoletta Machiavelli (una biblica Eva comprensibilmente data al peccato), Antonella Piaggio (prima moglie di Umberto Agnelli) dovetti interessarmi di calcio&muscoli consolato dalla rapida fascinosa visione di Luisella Riva, la bellissima donna di Felicino.
Marotta l’ho conosciuto quand’è passato – giovanissimo e capelluto – a studiare e lavorare accanto a Mario Colantuoni, l’Avvocato Colantuoni che amava definirsi “la diga di Sampierdarena”, il salvatore della Samp minacciata sovente da sconvolgimenti economici che nel ‘78 aveva lasciato Genova per Varese, per “aiutare” il mitico“Creso” dei frigoriferi Giovanni “Ignis” Borghi a non finire nei guai con una campagna acquisti/cessioni che coinvolse anche – ovviamente per denaro – Dino Meneghin. Quando si dice “vendere anche l’argenteria”. Marotta – poco più che ventenne – era con Colantuoni e con un altro personaggio che mi ha fermato il dettaglio nella memoria: Fulvio Bernardini. Il “dottore” aveva lasciato la Nazionale e, un po’ per rasserenarsi un po’ per soldi (che non prese mai) faceva il consulente a Colantuoni vivendo a Bogliasco, un appagante paradiso. Li incontrai tutti al Gallia, anche Marotta, dove brigavano più per vendere che per comprare, come sempre. Lì, in quei giorni, il giovane Marotta ebbe maestro l’avvocato che aveva comprato in C Bob Vieri e Morini e li aveva rivenduti alla Juve per miliardi e Benetti, o Frustalupi all’Inter in cambio di Suarez e soldoni. All’abilità del maestro il giovane Marotta potè aggiungere un tratto d’educazione insolito per un “mercante” e una certa signorilità ereditata da Bernardini. Veniva su bene, insomma, e quando dopo vari incarichi (speciale quello del Venezia dove ottenne la promozione in A con Novellino allenatore) arrivò alla Samp di Garrone, club e ambiente specialissimo, seppi di avere trovato un amico altolocato.
La chiamata di John Elkann alla Juve, nel 2010, lo colloca fra i grandi dirigenti. Troppo grande, mi dico, quando cominciano a circolare voci sul suo addio a Torino. Il gossip è forte: in un mondo dove l’esonero… mensile è l’arma preferita dei presidenti, la… rimozione dopo lunga data (otto anni al vertice) fa scandalo. Non a Casa Agnelli, dove chi troppo sal finisce per essere sgradito. Cosí Beppe se ne va e approda all’Inter, com’era capitato a un altro che conoscevo bene, ed eravamo diventati amici davvero dopo tormente dialettiche: Italo Allodi.
Lasciato in eredità da Angelo Moratti a Ivanhoe Fraizzoli, il grande Italo, mago di Mantova, tre promozioni consecutive con Mondino Fabbri, davvero troppo bravo, fu lasciato libero di andarsene. Alla Juve. Dove aiutò Boniperti a rivitalizzare una storica pianta che appassiva. Mi torna, l’abbinamento Allodi-Marotta: due signori molto abili con tratti di vite parallele. Italo, allievo di Saporta, gran signore del Real, sbaragliò il campo avversario in Europa e nel mondo con Herrera. Beppe, figlio del secolo tecnologico, allievo di Colantuoni, compagno di maghi come Conte e Allegri, lascia sette scudetti a Torino e va a cercarne uno all’Inter. Si comincia stasera, con il Derby d’Italia.

Sky? DAZN? No, pare che le immagini di Juve-Inter questa sera verranno trasmesse direttamente da InSi- ght, la sonda della Nasa atterrata su Marte il 26 novembre scorso. Perché il tema della partita è questo: gli uomini di Spalletti all’attacco dei marziani di Allegri. Tredici vittorie e un pareggio, già 8 punti sulla seconda, ma soprattutto una ricchezza di organico galattico, hanno certificato che la Ju- ve, al momento, è di un altro pianeta. Impressione benedetta da un paio di prestazioni di Champions (Old Trafford, Me- stalla). Anche spigolando nelle varie classifiche di Serie A, si scopre che i bianconeri sono quasi sempre in testa. Possesso palla? Prima Juve: 59%. Tiri in porta? Prima Juve: 6,5 a partita (media della altre 4,4). Marziani, appunto. E Cristiano Ro- naldo, con i suoi 5 Palloni d’oro, le sue 5 Champions, i suoi numeri record e il suo fisico da laboratorio appare il più marziano di tutti. Ma non vuol dire che gli umani nerazzurri partano battuti. In fondo, la prima sonda che raggiunse Marte, Mariner 4, fu lanciata dalla Nasa nel‘64 con l’Inter campione d’Europa. Ma Spalletti non deve sbagliare passi sul Pianeta Rosso.

FERRO Marte appare rossastro per la grande presenza di ossido di ferro. Un risultato felice dell’Inter non può prescindere da una difesa di ferro. Skriniar e De Vrij dovranno riservare a CR7 il trattamento Keane, che a Wembley non tirò in porta. Per farci un’idea del volume di fuoco: Cristiano ha calciato verso la porta 71 volte, leardi 25. Senza contare Mandzukic, Dy- bala… Allegri ha disarticolato i ruoli offensivi. Tutti vanno dappertutto. Impossibile fermare i marziani se non si difende da squadra. Ovunque.

FANTASCIENZA Nei molti film di fantascienza su Marte, i pionieri vengono accerchiati e catturati dalla moltitudine dei marziani. E’ ciò che rischia Fin- ter a centrocampo. E’ qui che la Juve è molto più forte e stritola, grazie al contributo dei terzini che hanno qualità assoluta- mente superiore a quelli milanesi. Brozovic ha recapitato 879 passaggi. Gli altri nerazzurri stanno sotto i 400. Nella Juve, a parte gli 811 passaggi del regista Pjanic, troviamo Matuidi, Betancur, CR7, Dybala oltre 400. La Juve, da Cancelo in su, zampilla gioco ovunque. Difficile tappare tutte le falle. Nell’Inter se metti un tappo a Brozo, hai già chiuso gran parte del rubinetto creativo. Ma l’Inter su Marte non può permettersi di difendersi soltanto. Come ha spiegato Spalletta servirà tenere palla e andare a prendere la Juve senza aspettarla. Attenzione, l’Inter è in grado di farlo. Ci sono statistiche non banali che lo dimostrano. Possesso palla? L’Inter ha lo stesso 59% della Juve. Baricentro medio? Juve 52,2 m, Inter 53,2 m. Quindi Spal- letti in media sta più alto di Allegri e non palleggia di meno. La difficoltà è riuscire a confermare questi numeri nella bolgia dello Stadium, contro i marziani. Joao Mario e Vecino, ma anche Politano e Perisic dovranno soccorrere il palleggio di Brozovic per impedirgli di finire prigioniero.

CORAGGIO Anche alla vigilia di Barcellona-Inter, Spalletti promise possesso e aggressione. Non ci riuscì. La Juve, cresciuta nel suo ciclo d’oro, ormai sa essere se stessa ovunque. E’ pronta per la Champions. L’Inter è una squadra in formazione, deve ancora crescere in personalità e qualità di gioco (e di giocatori). Vincere a Torino la sparerebbe in orbi

Ma serve coraggio. Non si va nello spazio senza coraggio. Nel novembre 2012, Stramac- cioni chiamò Palacio, Milito e Cassano nella sua stanza, in ritiro, e annunciò: «Domani giocherete tutti. Attaccheremo la

Juve con tre punte». Lo guardarono come un matto, ma l’Inter sconfisse la Juve per la prima volta nel suo Stadium, dopo una striscia di 49 risultati utili. Però Perisic dovrà essere spietato come Milito e disposto a sgobbare come Palacio.

OSSIGENO I marziani sono più forti e favoriti, ma gli umani hanno le loro armi. L’atmosfera terrestre è composta di ossigeno al 20,9%. Su Marte si riduce allo 0,13%. leardi sa farsela bastare. E’ abituato a vivere con poco. Dai suoi 71 gol Cristiano ha ricavato 10 gol, l’argentino, che ha punito spesso la Signora, 8 da 25. Significa che Mauro, più spietato, doppia CR7 in percentuale realizzativa: 32% contro 14%. Su Marte la forza di gravità è un terzo di quella terrestre: si salta meglio. Qual è la squadra che fa più cross in Serie A? L’Inter (22,9 a partita) non la Juve (19,9). Sulle palle alte Bonucci ha già avuto amnesie. Sui calci da fermo Spalletti muoverà Skriniar e De Vrij, le torri, come Mou mosse Fellaini.

PILOTI La panca è tutta per i marziani. Opzioni di scorta come Douglas Costa, Bernardeschi e Cuadrado, l’inter non ce le ha. Allegri sa pilotare la Juve come Neil Armstrong 1’ Apollo 11 quando saltò il computer e lo guidò manualmente sulla luna. Sa essere più freddo e più lucido. Ieri ha detto: «Conta di più la gara con lo Young Boys», perché ha fiutato troppa tensione. Spalletti ha i fili scoperti e di recente ha pasticciato coi cambi, fatti e non fatti. Ore 20.30: marziani contro umani. Partita stellare. Godiamocela.

«1 o la mattina a Livorno vedo il mare, lui a Cer- taldo le colline», dice Allegri parlando di Spalletti, toscano di contado. La verità però è che Max, alla vigilia di Juve-Inter, ha guardato fuori dalla finestra e ha visto le montagne svizzere. «Tra la partita con l’Inter e quella di mercoledì a Berna è molto più importante la seconda – ha detto —. In Champions ci giochiamo il primo posto». Il cinico guarda la classifica e gli dà ragione: in A la Juve è a +8, in Champions senza una vittoria rischia di passare per seconda e pescare agli ottavi Barga, Reai, City e gli eserciti corazzati d’Europa. Il romantico però non può non stupirsi: lo Young Boys può fare ombra al derby d’Italia?

IL PROTAGONISTA La tensione da gara non fa ombra alle buone notizie. Uno: il rinnovo di Alex Sandro, che a breve firmerà fino al 2023 (5 milioni d’ingaggio più bonus). L’incontro coi suoi agenti è stato positivo. Due: il ritorno di Emre Can. Allegri ha detto di considerarlo pronto per un pezzo di partita, poi lo ha lanciato come possibile titolare. Pjanic e Matuidi sono sicuri, Bentancur ha problemi alla schiena ma si è allenato bene. L’uruguaiano può giocare, altrimenti due ipotesi: Emre e Cuadrado. «Ma con Juan potrei dover cambiare i tre davanti», ha detto Allegri. Bernarde- schi e Douglas Costa sperano…

L’ANTAGONISTA II fatto, con questa Juve superiore a tutti, è che il derby d’Italia rischia di passare per normale. Allegri almeno ha usato parole non banali per presentarlo: «Sarà una serata importante, affascinante. Inter e Napoli sono le antagoniste alla Juve. L’Inter ha gente tecnica e veloce, più leardi che è un finalizzatore straordinario. Ha Perisic, Politano che è cresciuto molto, Joao Mario, Brozovic, Asamoah, uno dei migliori terzini, De Vrij». I complimenti sono sinceri, però – ruolo per ruolo – non li scambierebbe con nessuno dei suoi.

Luciano Spalletti e la Juventus è una strada a senso unico, se valgono questi numeri qui: 19 sconfitte su 25 partite, 46 reti subite a fronte di 19 segnate. Bianco e nero come il fumo negli occhi, visibilità poca che pure non vuol dire assenza di fiducia, almeno a parole: «Non è finita quando perdi una partita, è finita quando smetti di crederci – dice il tecnico -. E la mia Inter è convinta: è difficile prendere la Juve in classifica, ma il primo passo per poter accorciare dipende da noi». Anche se 11 punti sono tanti. Un anno fa di questi tempi l’Inter arrivava a Torino da capolista, ora è lontanissima: «Ma la Juve è quella che prese Pjanic dalla Roma, Higuain al Napoli, Cancelo a noi. E poi ha aggiunto Ronaldo: questa è la sostanza della differenza tra loro e le squadre che noi che proviamo a inseguire – ancora Spalletti -. I miei calciatori stanno avendo un comportamento corretto. Allo Stadium, servirà personalità. In questa stagione ci giochiamo molto, ma i nostri obiettivi sono tutti lì davanti: andiamo a prenderceli».

A PAROLE Poi si tratta di tradurre in pratica la buone intenzioni. L’Inter con il Barcellona era quella dell’«andiamo a prenderli alti» a parole, poi i fatti hanno detto altro. Spalletti ci riprova: «Se limitiamo qualche disattenzione, possiamo sfiorare la perfezione: andiamo a Torino per vincere. Come affrontare la Juve? Essendo convinti che chi ci sta davanti non è così bravo al punto di costringerci a non fare le nostre solite cose in campo, come andare a pressarli alti e restare blocco squadra per 90 minuti». Poi, dopo le consuete lodi ai tifosi nerazzurri («Andremo in campo imbottiti dei loro sentimenti»), altri spunti: «La Juve non è solo Ronaldo. Questo per noi è il collaudo: capiremo se possiamo viaggiare forte e fare risultati contro chiunque». Con tre dubbi: Vrsaljko, Gagliardini e Keita insidiano D’Ambrosio, Joao Mario e Perisic. E una calma che è solo apparente.

Se non bastasse la partenza «monstre» dei bianconeri, se non fossero sufficienti Cristiano Ronaldo e il fattore Stadium, la Juve può farsi forza anche guardando i numeri. Per l’Inter vincere a Torino è una mezza impresa, facendo riferimento alla storia: in passato ci è riuscita 11 volte su 85, appena più di una su otto. Sufficiente per avere paura? Se no c’è questo altro dato: quella nerazzurra è la squadra che la Juve ha battuto di più in Serie A: 81 vittorie complessive. Certo, sul primato pesa molto il fatto che la squadra milanese ci sia sempre stata, nel massimo campionato. Ma la storia, si sa, scende in campo solo parzialmente: nell’ultimo campionato a Torino si giocò il 9 dicembre, è finì 0-0, con i nerazzurri che si presentarono e restarono davanti ai rivali in classifica. Al ritorno, fu il finale in rimonta a fare la differenza. E negli ultimi 13 incroci non si è mai ripetuto per due volte di seguito lo stesso risultato: alternanza a tre di vittorie e pareggi.

GOL E SERIE Le due squadre sono prime in A per possesso palla (59,3 a 59,2), ma poi buttarla dentro conta. Qui leardi è lo specialista della sfida: 8 gol alla Juve dal gennaio 2013. Nello stesso periodo, solo sei squadre (non giocatori, squadre) hanno fatto meglio: Sampdo- ria 13, Napoli e Fiorentina 11, Inter, Roma e Verona 9. Mauro è anche l’unico della rosa attuale dell’Inter ad aver segnato almeno un gol in casa della Juve in A: tre reti a Torino, tra cui la sua prima doppietta nel massimo campionato nel gennaio 2013, quando era un giovane piuttosto promettente della Sampdoria. Nelle ultime tre gare a Torino, però, l’Inter non ha segnato mai, compreso lo 0-0 dello scorso campionato. Per farlo, può bastare un calcio piazzato, e anche qui Juve e In- ter sono prima seconda della classe: 9 gol «da fermi» per la Ronaldo e compagnia, uno in meno per gli ospiti.

Prima era una semplice partita di pallone: dribbling, tiri, esultanze e delusioni. Poi è diventata qualcosa di più: qualcosa che esce dal campo di gioco e si trasforma in duello di potere. Juventus contro Inter non è più soltanto il Derby d’Italia, come lo battezzò Gianni Brera nel 1967 limitandosi a definirlo così in base al numero degli scudetti conquistato a quell’epoca dalle rispettive società. È una sfida che va oltre il senso puramente sportivo e finisce per coinvolgere i due popoli che, come da manuale dei perfetti tifosi, seguono ciecamente i loro guru, cioè le squadre per cui batte il loro cuore. C’è un giorno che fa da spartiacque tra il «prima» e il «dopo»: 10 giugno 1961. Per capire la rivalità tra Juventus e Inter bisogna partire da lì. Anzi, da quello che accadde meno di due mesi prima…

I FATTI DEL 1961 Domenica 16 aprile 1961, stadio Comunale di Torino: va in scena Juven- tus-Inter. Viene presentata come la partita dello scudetto: i bianconeri sono avanti di 4 punti sui nerazzurri. Dopo 31 minuti l’arbitro Gambarotta di Genova è costretto a sospendere la sfida per invasione di campo: è la prima volta che accade in Italia. Il quotidiano «Stampa Sera», in prima pagina, spiega: «Quattro cancelli sfondati all’esterno dello stadio : la folla preme contro la rete di protezione, la travolge e irrompe attraverso alcuni varchi». Una ventina i feriti. I dirigenti dell’Inter presentano un reclamo e chiedono la vittoria 2-0 a tavolino per la responsabilità oggettiva della Juve. I bianconeri replicano indignati a quella che considerano una mancanza di stile e attendono la decisione della Lega. Che, pochi giorni più tardi, assegna il successo ai ragazzi di Herrera, rientrati così in piena corsa-scudetto.

RETROMARCIA Martedì 30 maggio si disputa la penultima giornata di campionato, l’Inter batte il Napoli per 3-0 e aggancia in testa la Juve sconfitta a Padova. Un finale da brividi. Don Helenio e il presidente Angelo Moratti sentono aria di spareggio. Ma i bianconeri calano sul tavolo l’asso di briscola, e qui sta l’origine della rivalità che, in seguito, è spesso sconfinata in un’inaccettabile assenza di sportività. Il presidente della Juve è Umberto Agnelli che è anche presidente della Federcal- cio, la quale governa sulla Caf che deve decidere sul ricorso presentato dai bianconeri. Sabato 3 giugno, a poche ore dallo svolgimento dell’ultima giornata di campionato, arriva la sentenza della Caf: Juventus-Inter si deve rigiocare, dunque ai nerazzurri vengono tolti i due punti che le erano stato assegnati dal verdetto della Lega. Moratti s’infuria, Herrera pure, i giocatori apprendono la notizia nel ritiro di Catania e, quando vanno in campo il giorno dopo, sono ancora frastornati da una simile decisione. Succede l’impensabile:

l’Inter perde contro i siciliani (è la partita del famoso «clamoroso al Cibali» gridato alla radio da Ciotti), mentre la Juve pareggia con il Bari e si porta così a più 3 punti sui nerazzurri rendendo inutile la ripetizione della partita maledetta in programma la settimana successiva. Moratti, per protesta, decide di mandare a Torino la squadra Primavera, che allora si chiamava «De Martino», della quale fa parte anche Sandro Mazzola. La Juve non ha pietà e le suona di brutto ai ragazzini: finisce 9-1 per i bianconeri, con 6 gol di Sivori. L’unica rete dell’Inter porta la firma di Mazzola. Da quel momento Juventus contro Inter non è più una partita di calcio, ma qualcosa d’altro: dietro, o dentro, si nascondono sospetti, ripicche, veleni.

IULIANO VS RONALDO Vent’anni fa il caso Ronaldo-Iuliano tiene banco per giorni. È il 26 aprile del 1998, Juve e Inter si giocano lo scudetto: bianconeri avanti di un punto. Nel primo tempo passano in vantaggio con Del Piero e al 25’ del secondo tempo succede il patatrac: Ronaldo entra in area con il pallone al piede e viene «stoppato» da Iuliano. L’arbitro Ceccarini fa segno di proseguire, succede il finimondo. L’allenatore dell’Inter, Simoni, entra in campo e grida all’arbitro: «Si vergogni!». Espulso. La partita diventa un Far West, che prosegue negli spogliatoi. Il presidente nerazzurro Massimo Moratti tuona: «Questo campionato è falsato. Dovevo far giocare i ragazzini come mio padre». E così si dimostra che la memoria ha un ruolo decisivo nel giudizio. Vent’anni più tardi si è ancora lì a discutere se l’intervento di Iuliano sia stato da rigore o se, invece, non ci sia stata un’azione di sfondamento da parte di Ronaldo. Varrebbe anche la pena ricordare che l’azione incriminata accadde quando la Juve era in vantaggio e, ammesso che all’Inter venisse assegnato il rigore e che fosse stato trasformato, il risultato sarebbe stato di 1-1 con altri 20 minuti da disputare, durante i quali sarebbe potuto accadere tutto.

IL 5 MAGGIO E poi, dopo la beffa del 5 maggio 2002, quando l’Inter di Cuper si butta via all’Olimpico contro la Lazio e perde lo scudetto a vantaggio della Juve (la stessa cosa era accaduta nel 1967, con i nerazzurri sconfitti a Mantova e alla fine del ciclo- Herrera, e la Juve vittoriosa sulla Lazio), c’è la triste saga di Calciopoli. Si scoperchia un pentolone dal quale esce una gran puzza di marcio che i dirigenti di tutte le squadre (In- ter compresa), prima di quell’estate del 2006, avvertivano, ma preferivano turarsi il naso nella speranza di avere qualche beneficio. La Juve della Triade Moggi-Giraudo-Bette- ga finisce in B e le vengono revocati due titoli (2005 e 2006), uno dei quali (2006) è assegnato all’Inter e celebrato da Moratti come «Lo scudetto degli onesti». Juve contro In- ter non sarà mai soltanto una partita di calcio. Purtroppo.

Al telefono, per di più dal Messico, sarebbe difficile leggere la sua faccia, se non fosse che quando si tocca quell’argomento è sempre la stessa. Fra i tanti sorrisi che Ronaldo ama far nascere sul suo faccione, uno dei più luminosi è quando si parla di lui con specifica: «Ronaldo. Il vero Ronaldo». Non è autocompiacimento, semmai una carezza al suo naturale senso per l’autostima. Il distinguo fra Luiz Nazario e Cristiano, i due fenomeni (e qui la maiuscola non c’entra) che portano lo stesso cognome, è nato ormai molti anni fa: diciamo almeno una decina, quando Cristiano iniziava la sua scalata verso le vette che si sanno e la carriera del Fenomeno iniziava a conoscere invece l’irreversibilità del declino. Eppure ancora oggi c’è quel «il vero» che continua ad accompagnare il brasiliano: più un omaggio alla sua unicità che un monumento alla memoria.

Fenomeno, ma ha senso parlare di vero Ronaldo?

«E’ una cosa che mi ha sempre divertito, ma dico no: non ha senso. Siamo così diversi, io e lui».

Facciamo un elenco di differenze?

«L’età, anzitutto.

Nove anni di differenza, differenti gli anni in cui abbiamo giocato. Il calcio è cambiato in fretta recentemente, e cambia sempre più in fretta. Non voglio dire che ai “miei tempi” fosse più difficile: però abbiamo affrontato situazioni molto diverse e con squadre diverse».

Un’altra?

«L’impatto con il campionato italiano. Io avevo vent’anni, avevo già detto abbastanza con il Psv e il Barcellona, ma non tantissimo, sicuramente non tutto: ero ancora un progetto di campione, o perlomeno così mi sentivo. Cristiano è arrivato in Italia a 33 anni, nel pieno della sua maturità di giocatore. Anzi, di campione fatto e finito».

E in una Juventus piena di campioni e di gloria.

«Ecco, appunto. Cristiano per la Juve è un enorme valore aggiunto, ma non avrebbe mai scelto la Juve se non avesse calcolato di arrivare in una delle squadre più forti d’Europa. Io quando scelsi l’Inter avevo una missione molto meno immediata di quella di provare a vincere subito la Champions. Me la diede Moratti: far diventare l’Inter una grande squadra, aiutarla a tornare ai livelli della squadra di suo padre. E un po’ più grande, soprattutto a livello di immagine, era diventata».

Anche se era tutt’altro che uno squadrone

«Io di quellTnter ho solo ricordi molto nostalgici: bellissimo gruppo, ci divertivamo. Però sarei ipocrita se dicessi che, dal punto di vista puramente tecnico, appena arrivato era una squadra di un livello paragonabile a quello della Juve di oggi».

Gli infortuni, rispetto a Cristiano Ronaldo, non la aiutarono.

«Il peso della sfortuna sulla carriera di un giocatore non è quantificabile. Però, bisogna dare a Cristiano quello che è di Cristiano: se è arrivato a 33 anni così non è sicuramente un caso, un semplice dono di natura. Credo ci siano pochi giocatori al mondo ad avere una simile attenzione per la cura del proprio fisico, una voglia così feroce di migliorare anche grazie all’autodisciplina».

Sta facendo autocritica?

«Non è la prima volta. Le nostre concezioni dell’importanza dell’allenamento, della centralità del lavoro sono non dico opposte, ma sicuramente differenti. Io mi allenavo perché dovevo, lui si allena perché ama farlo: l’avessi fatto quanto lui… Non credo che tutto quello che posta su Instagram dei suoi allenamenti personali sia solo facciata, autopubblicità. E quello che raccontano i suoi compagni fa fede, non mi pare ruffianeria».

Quindi siete molto più diversi che uguali?

«Direi di sì: pure per il ruolo e il modo di recitarlo, anche se lui ora gioca molto più in mezzo e molto più vicino alla porta. Ma ha un altro modo di avvicinarla, di arrivarci, anche se lo scopo ultimo è lo stesso. Forse in passato un assist lo appagava quanto un gol, adesso non credo. Ecco: per la voglia di gol siamo abbastanza uguali, sì».

Premiazione del Pallone d’Oro: da secondo, sarebbe comunque andato a Parigi?

«Domanda provocatoria, e faccio il furbo: ognuno si regola come crede, non sono fatti miei».

Ok: trova così anomalo che quest’anno sia stato dato a Modric e non a Ronaldo?

«Noi giocatori l’abbiamo sempre saputo, lo sanno tutti: è un premio influenzato anche dai risultati e al Mondiale la Croazia di Modric ha fatto meglio del Portogallo di Cristiano».

Lei anche grazie a un Mondiale lo vinse nel 2002.

«Ma proprio per questo, quello del 1997 per me ha un valore assoluto molto grande: con il Barcellona avevo vinto la Coppa delle Coppe e la Copa del Rey, ma l’ho sempre considerato un riconoscimento molto “personale”».

Ricorda che partita c’era a San Siro quando lo mostrò al pubblico nerazzurro?

«Non mi ricordo neanche cosa ho mangiato oggi…».

Ok, rifà il furbo: 4 gennaio 1998, Inter-Juventus 1-0, gol di Djorkaeff su assist di Ronaldo.

«Un giorno che ricordo con emozione, anche perché quella fu la prima sfida contro la Juve vinta da Moratti. Ed era molto emozionato anche lui».

Da quando è di proprietà Su- ning, l’Inter ha già battuto la Juve. Ma se dovesse succedere domani sarebbe la prima di Zhang junior presidente…

«Non facile per l’Inter, e non c’è bisogno che lo dica io. La Juve è molto forte, più forte di tutte le altre, e sta succedendo quello che era prevedibile già a inizio campionato. Anche se non immaginavo una fuga così già a dicembre».

Ma pensa anche lei che la Juve sia così irraggiungibile in tempi brevi?

«L’Inter sta recuperando un po’ di terreno, ma piano piano. Quando sarà definitivamente fuori dal financial fair play, potrà accelerare. Un paragone Moratti-Zhang non ha senso, hanno per forza un modo di vivere l’Inter diverso, ma in una cosa sono sicuramente uguali: Suning non ha meno voglia di vincere».

Quanto aiuterebbe l’Inter fare bene stasera?

«Juve-Inter è una di quelle partite che ad una squadra possono dare molta più forza che punti in classifica. In questo, solo in questo, mi ricorda Juve- Inter del ‘98: lì eravamo in corsa per lo scudetto, mentre questa Inter realmente non lo è, ma andandoli a sfidare con quel coraggio cercavamo la certificazione della nostra crescita. Ecco, l’Inter di Spalletti deve andare a Torino con quel coraggio. Poi andrà come andrà».

L’Inter si augura che non finisca come quella volta sotto tutti i punti di vista.

«E’ passato così tanto tempo e ne abbiamo parlato talmente tante volte… Vent’anni giusti, già: una vita. Fu una vergogna, lo dissi già quel giorno e non sapevo ancora tutto il resto, ma erano anche altri tempi per il calcio italiano: vigilare per farsi rispettare è giusto, fare le vittime no. E poi mi sembra che le cose in Italia stiano andando meglio, no?».

Anche se c’è ancora qualcuno che non digerisce la Var.

«Se l’hanno usata al Mondiale e hanno deciso di utilizzarla anche in Champions vuol dire che non è una cosa così sbagliata. Piuttosto, non mi meraviglia che l’Italia sia stata scelta per sperimentarla: ora va meglio, ma evidentemente prima qualche problemino c’era…».

C’ era un ragazzo con i * capelli lunghi e la maglia numero 10 della Juve sulla schiena. Correva veloce, dribblava tutti e segnava gol belli e importanti. Come quello all’Inter il 26 aprile 1998: 1-0 e scudetto in cassaforte. C’era un uomo con i capelli corti e la maglia numero 10 della Juve sulla schiena. Capiva prima dove finiva la palla, scattava al momento giusto e segnava gol belli e importanti. Come quello all’Inter il 25 marzo 2012: 2-0 e scudetto più vicino. Il ragazzo del ‘98 era Alessandro Del Piero: 23 anni, talento, velocità e la prospettiva di una lunga carriera piena di gioie. L’uomo del 2012 era Alessandro Del Piero: 37 anni, classe, intelligenza sopraffina e la capacità di essere decisivo e vincente anche al tramonto della sua avventura in bianconero. Oggi Ale fa il commentatore per Sky e mille altre cose, ha i capelli corti dell’età adulta ma l’entusiasmo della gioventù. E stasera avrebbe una gran voglia di giocare.

Ale, se diciamo Juve-Inter lei risponde… cosa?

«E stata la più grande rivalità che ho vissuto. C’era anche il Milan, ovviamente, ma con Inter la sfida era più intensa per tanti motivi». Nella famosa sfida del ‘97-98 ci fu il confronto tra i due migliori giocatori del mondo: lei e Ronaldo. Che atmosfera c’era e quanto era bello sfidare il Fenomeno? «L’atmosfera purtroppo era guastata dalla focalizzazione

su altri temi. Personalmente è stata una meraviglia potermi confrontare con lui in quell’anno in cui eravamo entrambi al top dal punto di vista fisico e mentale. Ronaldo fu motivo di grande stimolo, competitività, allegria. Ogni domenica per me era una sfida virtuale con lui a chi segnava di più, a chi dribblava di più, a chi faceva più assist, a chi lasciava maggiormente a bocca aperta la gente».Lo Juve-Inter del ‘98-99 è la terzultima partita del primo Del Piero. Come ricorda oggi quell’Alessandro pre-infortunio?

«Il primo Alessandro chiuse la carriera pochi giorni dopo quella gara. Il calcio italiano era al centro del mondo e io ero felice e orgoglioso. Stavo maturando, ero bravo, ma dal punto di vista mentale il secondo Alessandro fu più forte del primo. Sul mio recupero c’erano tanti dubbi, ho affrontato e superato sfide complesse».

Scelga un altro Juve-Inter della sua carriera.

«Quello di San Siro nel febbraio 2006: gol su punizione nel finale e debutto dell’esultanza con la linguaccia».

A piccoli passi l’Inter sta lavorando per tornare a essere il rivale numero uno della Juve?

«Sì, lo dico da un paio d’anni. La società è solida, l’allenatore conosce la A, la rosa è valida».

Ancelotti sarà spettatore interessato. Il Napoli ha reali possibilità di strappare lo scudetto alla Juve o il suo è un tentativo disperato?

«È giusto che ci provi. Carlo ha individuato il modo miglior per provare a colmare il gap: toghe alibi ad ambiente e giocatori e lavora sul piano mentale oltre che tecnico-tattico. Ma è chiaro che solo la Juve può perdere lo scudetto».

Cosa c’è di speciale nello spogliatoio bianconero che consente di trovare le motivazioni per alzare l’asticella ogni anno di più?

«Faccio un elenco? Mentalità, qualità, ambizione, struttura. Alla Juve si volta pagina giorno dopo giorno, vittoria dopo vittoria, e si costruisce il successo seguente».

Si aspettava un simile impatto di Cristiano Ronaldo?

«Certo, perché la Juve è l’ambiente ideale per un fuoriclasse con la sua mentalità».

La parabola di Dybala (prima attaccante, poi più arretrato) è per certi versi simile alla sua? E in futuro ritornerà a fare di più la punta come accadde a lei?

«Sono molto felice per la sua crescita. Paulo ha le qualità per fare tutto. Ci sono delle analogie con il mio percorso e naturalmente delle differenze. Molto dipende anche dal contesto, dall’organizzazione di gioco. Dybala potrebbe anche essere lasciato libero di fare il… Dybala».

Lei hai giocato con grandi centravanti. Cosa pensa di leardi?

«Fa parte proprio di quella categoria, i grandi centravanti. E va sfruttato per quello che può dare: lui è un uomo d’area come Inzaghi, Trezeguet, Vieri. E segna sempre».

Allegri ha detto che la partita con lo Young Boys conta più di quella con l’Inter: bluffa?

«No, ha ragione in pieno. Naturalmente la sfida con gli svizzeri dovrebbe essere più agevole, ma bisogna osservare con lucidità la situazione e vedere quali squadre passano come prime agli ottavi di Champions e quali come seconde. Allegri vuole evitare insidie e trappole, giustamente. Con l’Inter può permettersi mezzo passo falso».

Come sta la fascia al braccio di Chiellini?

«Molto bene. Giorgio è l’ultimo superstite della B, ha completato tutto quel percorso. E la fascia gli giova, ha fatto la miglior partenza di sempre. Incarna le ambizioni, la mentalità, i pensieri della Juve».

Siamo quasi al giro di boa in Champions e campionato. Cosa immagina per la seconda parte della stagione?

«Intanto mi auguro che le italiane vadano avanti in Champions. E spero che nessuno si arrenda troppo presto in Italia. Da sempre a gennaio inizia un altro campionato, tutto è più difficile e stimolante. Spero che le nostre squadre ci divertano».

L’anno scorso si diceva che la Juve giocasse male. Adesso anche la manovra sembra più fluida. Quello del bel gioco, del divertimento è un argomento di cui i giocatori parlano?

«Sì, è un tema che coinvolge anche i calciatori perché se ti diverti, spendi meno energie e hai più soddisfazione. La Juve que- st’anno sta esprimendo una sensazione di forza sotto ogni aspetto. E la rosa è talmente ampia da consentire di schivare ogni difficoltà».

Tra Juve e Inter ci sono già 11 punti. Qual è la motivazione più grande che avranno i bianconeri stasera? L’ambizione di tagliare fuori i nerazzurri dal discorso scudetto, la voglia di vincere una classica del nostro calcio, il desiderio di far felici i tifosi per i quali questa partita è fondamentale?

«Tutte e tre queste cose più il fatto che ogni sfida diretta lascia dentro qualcosa sia se vinci sia se perdi. Di solito torni negli spogliatoi con una consapevolezza in più. Nel gennaio ‘98 noi perdemmo a San Siro con Fin- ter 1-0, ma avremmo meritato di vincere e uscimmo dal campo convinti di conquistare lo scudetto. E fu Dopo aver studiato tutti gli avversari nei primi tre mesi della stagione, c’è in giro qualcuno più forte della Juve o adesso la Champions è più di un semplice obiettivo?

«È più di un semplice obiettivo. La Juve ha dimostrato che quando vuole vincere, vince».

Fuori dall’Italia ha l’Impressione che la Serie A stia ricominciando ad attirare l’attenzione dei calciofili?

«Sì, l’arrivo di Cristiano ha dato una spinta importante alla Juve, ma anche al campionato italiano. C’è più attenzione. Questo è l’anno zero, si riparte. E mi auguro che finalmente cresca tutto il movimento».

Sapeva della malattia di Viali!?

«No, poi ci siamo sentiti. Luca è nato leader e sta affrontando con la solita mentalità un’altra sfida da vincere».

Chiudiamo con un pronostico per stasera?

«Come ai bei tempi dico 1X2. Ma FI ha qualche possibilità in più».

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