Tatuaggio in gravidanza, Luisa perde il bambino per un batterio e resta paralizzata

Buongiorno, sono una ragazza di 26 anni e sono al 5° mese di gravidanza. Proprio oggi stavo facendo un resoconto di tutte le attività svolte nel corso della mia gravidanza, e mi è venuto in mente che circa alla quarta o quinta settimana di gravidanza ho fatto un tatuaggio di circa 50 cm lungo la schiena e uno piccolino sul polso. Purtroppo in quel periodo non ero ancora consapevole di essere incinta. Posso aver causato danni al feto? Mi devo preoccupare? Solitamente succede qualcosa se una donna in gravidanza si sottopone ad una seduta per farsi tatuare? A saperlo sicuramente non l’avrei mai fatto, ma purtroppo ho scoperto di essere gravida solo alla 7.ma settimana di gravidanza. La ringrazio moltissimo per la risposta. Distinti Saluti

Gentile Alessandra, nei tatuaggi vengono utilizzate comunque sostanze chimiche, che ahimè non conosco bene. E poi c’è da considerare il rischio infettivologico derivante dagli aghi. Tuttavia gli inchiostri in genere vengono depositati nel derma e lì rimangono, salvo quantità infinitesimali che possono essere assorbite. Quindi occorrerebbe sapere quali sono queste sostanze per ricercare il loro effetto. Comunque, se ha fatto tutti gli esami routine, fra i quali una buona ecografia strutturale, non dovrebbe aver problemi. Cordiali saluti.

Un tatuaggio fatto mentre era incinta ha avito conseguenze devastanti per una ragazza di soli 16 anni: rimasta paralizzata, ha anche subito un aborto spontaneo.

A vita su una sedia a rotelle per colpa di un tatuaggio. Questa la triste storia di Luisa Fernanda Buitrago, una sedicenne colombiana che aveva deciso di farsi un tatuaggio sul costato, sotto il seno destro, mentre era incinta. Proprio così è cominciato l’incubo: a causa di un batterio che ha colpito il midollo spinale la ragazza, che ha raccontato la sua storia in un video su Facebook, non potrà più camminare.

Inoltre, ha dovuto sottoporsi a un’operazione per drenare il liquido infetto e togliersi l’appendice: tutto ciò le ha provocato un aborto spontaneo. «Le medicine a quel punto erano troppe e il feto non lo ha sopportato», spiega. Dopo un periodo difficile, Luisa sta tentando di uscire dalla depressione e imparare a essere più autonoma possibile.

Oggi il tatuaggio rappresenta quanto di più trasversale si possa immaginare, infatti questo abbellimento del corpo può rimandare ad una miriade di significati: può essere il riflesso della propria cultura personale, delle proprie credenze religiose e non, per molti rappresenta uno stile di vita, per altri racchiude in sé la voglia di evadere, di fare una pazzia o semplicemente di seguire una moda. Nonostante sia molto diffusa, quella di tatuarsi la pelle è una pratica da sempre oggetto di discussioni e controversie, soprattutto per quel che riguarda la sua sicurezza e i rischi per la salute.

Vi siete mai chieste se i tatuaggi possono, per esempio, interferire con una gravidanza? o se durante la dolce attesa ci si possa tatuare?

Di seguito cerchiamo di chiarire alcuni dubbi più frequenti su questo argomento, che mette in relazione i tatuaggi con questo determinato e meraviglioso stato del corpo: la gravidanza

La prima domanda cui cerchiamo di dare una risposta è la seguente:

Sono incinta, e vorrei fare un tatuaggio, lo posso fare?

Beh, se siete in dolce attesa e state pensando seriamente di imprimere sulla vostra pelle un ricordo indelebile di questo momento, rifletteteci su un attimo prima di farlo.

Il motivo? Gli inchiostri utilizzati per realizzare i tatuaggi, contengono metalli pesanti come mercurio, piombo e zinco, potenzialmente tossici che, una volta assorbiti dalla pelle, possono arrivare al feto con probabili rischi per la sua salute e, soprattutto nei primi 3 mesi, le sostanze nocive contenute nei pigmenti possono compromettere il corretto sviluppo del feto.

Inoltre, fare un tatuaggio può implicare una diminuzione delle difese immunitarie e il rischio di contrarre delle infezioni mentre il vostro corpo sta “guarendo” dopo il tatoo, è sicuramente maggiore.

Tutto ciò può essere pericoloso sia per voi, che per il vostro bambino.

Nel peggiore dei casi, se il tatuaggio si infetterà, potreste trasmettere l’infezione anche al bambino che sta crescendo in voi. Quindi, non vale la pena rischiare.

Passiamo alla seconda domanda:

Sto allattando, posso tatuarmi?

Anche in questo caso, lo scenario è molto simile al precedente, e la regola è più o meno la stessa, in sostanza, ciò che va nel vostro corpo, può facilmente arrivare al bambino. In generale, sarebbe meglio non fare un tatuaggio o un piercing se non sono passate almeno più di sei settimane dallo svezzamento di vostro figlio. Questo farà sì che il vostro corpo torni ad essere “normale”, e che il bambino non sia dipendente dal vostro latte. Solo allora sarete in grado di fare un tatuaggio senza rischiare inutilmente.

L’ultimo dubbio che vorremo chiarire, è il seguente:

Che effetti avrà la gravidanza su un tatuaggio che ho già sulla pancia?

In quest’ultimo scenario, se il tatuaggio lo avete già e magari sul ventre, tenete presente che si deformerà coll’avanzare della gravidanza e, dopo il parto, si raggrinzerà.

La gravidanza comporta, infatti, un rapido aumento di peso e un allungamento della pelle. Il tatuaggio, quasi sicuramente, non sarà in grado di adattarsi a questi cambiamenti, e ciò potrebbe causare dei piccoli danni. Inoltre, bisogna considerare, che nel caso di un cesareo, il vostro tatuaggio potrebbe essere rovinato dal taglio. Quindi, se pensate di avere figli in futuro, sarebbe opportuno aspettare per fare un tatuaggio sulla pancia.

Tuttavia, chi non vuole rinunciare all’idea di far disegnare il suo corpo, potrebbe prendere in considerazione una valida alternativa, naturale e senza rischi, al tatuaggio: l’hennè.

Piccola accortezza anche in quest’eventualità: prestate attenzione che l’hennè sia di colore arancione, rosso o di tutte le sfumature del marrone. Non fatevi tatuare con l’hennè nera in quanto è tossica e potrebbe provocare reazioni allergiche.

Luci ed ombre del tatuaggio: una tecnica antica, ma piena di insidie.

Il tatuaggio è una pratica molto comune in diverse popolazioni nel mondo, dove assume carattere religioso, magico o di abbellimento. Nel folclore europeo ed orientale la pratica può avere carattere mistico o devozionale, superstizioso, professionale o iniziatico. Nel tempo questa valenza più o meno significativa ha perso importanza ed il tatuaggio è diventato una vera e propria moda. Benché abbia perso un po’ terreno negli ultimi anni, sono ancora molte le persone che decidono di farsi incidere sulla pelle un qualche disegno, scritta o altro.

Farsi tatuare ormai è una questione di poche ore, ma la facilità con cui al giorno d’oggi è possibile farsi fare un tatuaggio non dovrebbe impedire di riflettere bene sulla decisione di modificare il proprio corpo in modo permanente. Prima di farsi tatuare è bene prendere tutti i provvedimenti per proteggersi dagli eventuali rischi, cosicché quella che oggi sembra una buona idea non diventi un rammarico in futuro.

Per definizione i tatuaggi sono marchi o disegni permanenti realizzati sulla pelle, con pigmenti inseriti mediante speciali strumenti nello strato superficiale della cute; di norma il tatuatore usa un’apparecchiatura manuale che funziona più o meno come una macchina da cucire, con uno o più aghi che pungono ripetutamente la pelle. Ad ogni puntura l’apparecchiatura inietta minuscole gocce d’inchiostro nel derma papillare e i lisosomi delle cellule fagocitarie di questo strato della cute catturano il pigmento mediante fagocitosi e lo trattengono per decenni.

Il processo del tatuaggio, che viene effettuato senza anestesia e può durare anche diverse ore per i tatuaggi più grandi, provoca un leggero sanguinamento e causa dolore, da lieve a molto forte a seconda della zona trattata. Al fine di tutelarsi il più possibile da complicanze o effetti indesiderati, è importante rispettare alcune norme di sicurezza basilari sia prima che durante che dopo il trattamento. Prima di tutto recarsi in uno studio di tatuatori con personale preparato, qualificato ed accreditato e che sia in possesso di tutte le licenze ed i requisiti di sicurezza rilasciati dall’autorità sanitaria locale. Controllare l’igiene del tatuatore che, oltre ad usare guanti diversi per singolo cliente, deve garantire la sterilità degli aghi e dei singoli componenti della pistola tatuatrice. Il materiale deve infatti essere debitamente sterilizzato ed estratto al momento da pacchetti sigillati. Anche i pigmenti e i contenitori devono essere nuovi.

La presenza di un’autoclave per sterilizzare le attrezzature non usa e getta prima di ciascun nuovo cliente è fondamentale a garantire la sicurezza del paziente. Gli strumenti e i materiali non sterilizzabili nell’autoclave, dovrebbero essere trattati con un disinfettante commerciale o con una soluzione a base di candeggina. Non meno importate è chiedersi se si fosse disposti a investire in una modifica permanente del corpo, scegliere con attenzione la zona in cui farsi tatuare e non farlo sotto l’influenza di droghe o alcol o se si fosse preoccupati che il tatuaggio dopo un po’ potrebbe non piacere più. Una volta eseguito il trattamento bisogna prendersi cura dell’area tatuata, medicandola ogni 24 ore con una crema antibiotica e tenendola pulita. È utile applicare una crema idratante non aggressiva sulla pelle tatuata diverse volte al giorno per almeno un mese dal trattamento.

Evitare l’esposizione solare, tenere coperto il tatuaggio per alcune settimane, e non indossare nulla che possa aderire troppo alla zona, non toccare le croste. Nonostante si presti attenzione a tutte le norme igieniche precedentemente elencate, possono comunque verificarsi infezioni cutanee e altre complicazioni. Il tatuatore deve valutare attentamente il proprio cliente informandosi sullo stato di salute e su eventuali patologie sistemiche o loco regionali. Alcuni soggetti, infatti, hanno controindicazione assoluta al tatuaggio dovuta o a patologie sistemiche (anche senza manifestazioni dermatologiche) come ad esempio l’HIV, HCV, immunosoppressione e disturbi della coagulazione, o a patologie dermatologiche (es. psoriasi, orticaria cronica, dermatite atopica, melanoma, tumore basocellulare o spinocellulare).

Inoltre il tatuaggio non va assolutamente eseguito nei soggetti che fanno uso di farmaci anticoagulanti/antiaggreganti, che abbiano disturbi della cicatrizzazione noti, allergie note verso sostante o componenti dei prodotti/materiali, o malattie o condizioni che facilitano l’insorgenza di infezioni (diabete, uso di cortisone, immunosoppressione). A queste si aggiungono controindicazioni relative o temporanee dovute in prevalenza a patologie dermatologiche in fase acuta e risolvibili con opportuna terapia (impetigine, micosi, pediculosi, scabbia). È poi preferibile non eseguire il trattamento in corso di gravidanza.

Non va comunque dimenticato che il tatuaggio causa una lesione della pelle ed è quindi che esponga a dei rischi strettamente correlati al trattamento. Infatti, anche se negli ultimi anni la composizione degli inchiostri per tatuaggi sia cambiata, e in genere non troviamo più sostanze tossiche come piombo, cobalto, carbonio eccetera, negli attuali inchiostri vi sono tuttavia ancora coloranti organici azoici utilizzati nell’industria,e potenzialmente pericolosi. Gli inchiostri, soprattutto quello rosso, possono, in primis, causare reazioni allergiche caratterizzate da un’eruzione cutanea pruriginosa nella zona tatuata. La reazione allergica può verificarsi addirittura diversi anni dopo il tatuaggio. Negli inchiostri, inoltre, come abbiamo già detto, sono spesso contenute delle sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene.

Si tratta di metalli, idrocarburi, ftalati considerati cancerogeni e pericolosi per il sistema endocrino. Ad esempio il Benzopirene, contenuto nell’inchiostro nero, sarebbe capace di favorire lo sviluppo del tumore alla pelle. C’è poi da aggiungere che il cancro della pelle, favorito o meno dalla presenza degli agenti cancerogeni o dal traumatismo dovuto alla procedura, può insorgere all’interno del tatuaggio anche a distanza di molto tempo, specie se al di sotto della zona tatuata vi era un neo. Questa eventualità rende difficile una diagnosi precoce ed un trattamento adeguato della patologia tumorale cutanea. Altrettanto preoccupanti sono le infezioni cutanee locali dovute per lo più a batteri saprofiti della cute, caratterizzate da rossore, gonfiore, dolore e dalla presenza di secrezione purulenta. In alcuni casi, intorno all’inchiostro del tatuaggio (in particolare a quello rosso), si formano piccoli rigonfiamenti, detti granulomi.

Il tatuaggio, inoltre, in soggetti predisposti od in particolari parti del corpo (deltoide, sterno etc) può esitare in vere e proprie cicatrici patologiche ipertrofiche o a volte persino cheloidee. Queste cicatrici sono caratterizzate da un aumento di spessore dello strato cutaneo, rossore, prurito, dolore e nel caso dei cheloidi anche dalla tendenza all’invasione delle aree circostanti e alla scarsa regressione sia spontanea che con trattamenti medici e chirurgici. In rari casi le modifiche corporee permanenti possono causare gonfiore o bruciore nella zona colpita durante la risonanza magnetica (MRI). In alcune situazioni i pigmenti del tatuaggio potrebbero interferire con la qualità dell’immagine. In ultimo, ma non per questo meno importante, se l’attrezzatura usata per realizzare il tatuaggio fosse contaminata da sangue infetto, c’è il rischio di contrarre diverse malattie trasmesse dal sangue, come l’epatite B, l’epatite C, il tetano e l’HIV, cioè il virus che provoca l’AIDS.

In ogni caso, qualora vi fosse il sospetto di infezione o di ritardo o alterazione della guarigione o una qualsiasi delle eventualità sopracitate dovesse manifestarsi è bene rivolgersi immediatamente ad un medico specialista competente, come il chirurgo plastico o il dermatologo, per valutare assieme la necessità di terapie locali o sistemiche, o in casi estremi la rimozione del tatuaggio. Una volta, infatti, i tatuaggi erano ornamenti della pelle permanenti e irreversibili ma, recentemente, la tecnologia ha messo a punto tecniche sicure ed efficienti per rimuovere quelli non più desiderati. I tatuaggi possono essere rimossi da un chirurgo plastico o da un dermatologo in ambulatorio, in anestesia locale, con diverse tecniche. Essendo opere uniche, la tecnica di rimozione deve essere studiata su misura per adeguarsi al paziente.

I tatuaggi fatti da un professionista tendono a penetrare più in profondità nella pelle in modo uniforme, l’uniformità permette di usare tecniche che rimuovono zone più ampie di pelle tatuata, a parità di profondità. I tatuaggi fai da te spesso sono applicati in modo discontinuo, quindi possono essere più difficili da rimuovere, e gli inchiostri color blu scuro e nero sono particolarmente difficili da eliminare. Anche i tatuaggi professionali fatti con alcuni dei colori più moderni e con i colori pastello possono essere difficili da rimuovere. In ogni caso la rimozione comporta una nuova lesione della pelle più o meno aggressiva con le relative complicanze ed esiti. La rimozione chirurgica è la metodica più semplice, che permette la rimozione completa del pigmento all’interno di una losanga di cute a tutto spessore, a spese però di un esito cicatriziale di grandi dimensioni. Inoltre questa metodica è indicata per tatoo di dimensioni medio-piccole in zone del corpo dove sia possibile richiudere la ferita senza tensione.

A volte è necessario, in alcune zone corporee, pianificare un intervento in due o più tempi per garantire l’asportazione completa del tatuaggio con il miglior esito possibile. Man mano che le dimensioni della zona pigmentata aumentano, aumenta anche la sfida del chirurgo che potrebbe doversi avvalere di metodiche ricostruttive più invasive e con esiti peggiori (innesti, sostituti dermici, lembi, espansori cutanei). Si deve poi ricordare che l’asportazione con bisturi è un intervento chirurgico a tutti gli effetti e quindi potrebbe presentare tutte le complicanze post-operatorie comuni a tutte le pratiche chirurgiche (infezioni, ematomi, sierosi, deiscenza della ferita, cicatrici patologiche etc). Un’altra possibilità è la dermoabrasione, in cui il chirurgo utilizzando uno speciale strumento rimuove gli strati superficiali e quelli poco profondi del tatuaggio.

La combinazione di procedure chirurgiche e medicinali aiuta a far affiorare e assorbire gli inchiostri del tatuaggio. Anche questa metodica può incorrere in complicanze locali come infezioni e cicatrici patologiche. Inoltre richiede un tempo di guarigione nettamente superiore e la necessità di medicazioni ripetute per periodi più o meno lunghi. Negli ultimi anni, però, la tecnologia laser ha sviluppato un particolare macchinario in grado di rimuovere il tatuaggio in maniera atraumatica e con i minor esiti e complicanze possibili. Il chirurgo, infatti, rimuove il tatuaggio puntando un raggio laser ad alta intensità sui pigmenti colorati che perdono colore. Il laser offre un approccio “pulito”, con pochi rischi, estremamente efficace ed in grado di minimizzare gli effetti collaterali. Il tipo di laser usato dipende in genere dal colore del pigmento, ma comunque in molti casi sono necessarie diverse sedute per rimuovere completamente il tatuaggio. Al passaggio del laser esita comunque una ipopigmentazione della cute che riproduce il “fantasma” del tatuaggio rimosso.

I pazienti richiedono la rimozione dei tatuaggi per molti motivi diversi. È dovere informarli che in ogni caso, a prescindere dalla metodica utilizzata, sono possibili complicanze ed effetti collaterali, di norma molto lievi e temporanei, ma che a volte possono risultare più importanti e permanenti. Tra questi ci sono le alterazione del colore della pelle nella zona trattata, le infezioni, la rimozione non perfetta dell’inchiostro, lievi cicatrici. Da tre a sei mesi dopo la rimozione del tatuaggio, inoltre, può comparire una cicatrice leggermente ispessita o in rilievo. Per tutti questi motivi è importante operare una scelta oculata sia al momento del tatuaggio sia in caso di complicanze o rimozione dello stesso. Cosi come il tatuatore deve essere competente ed accreditato, anche la scelta dello specialista non può essere casuale. In questi termini il reparto di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica degli OORR di Foggia, garantisce la presenza di personale qualificato e competente in grado di garantire all’utente le migliori cure attualmente disponibili. Inoltre l’aggiornamento costante dei medici della Chirurgia Plastica dell’Azienda Ospedaliero/Universitaria di Foggia li rende sempre preparati su tutte le nuove tecniche messe a disposizione del chirurgo per il trattamento e la rimozione di questi particolari, ma spesso sgradevoli “ornamenti” cutanei.

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