Trapianti: In una persona sana, la sottrazione di un rene non comporta alcuna alterazione della salute

Abbiamo letto recentemente la notizia di una signora di 80 anni che ha donato un rene alla figlia di 61. Il fatto ha colpito per la rilevanza affettiva del gesto, che smentisce chi sostiene, sbagliando, che con l’età le persone tendono a sviluppare atteggiamenti egoistici, di chiusura sui propri interessi immediati. Nulla vi è di più amorevole, infatti, che offrire un pezzo del proprio corpo per la salute di un altro, che altrimenti rischierebbe la vita. È, peraltro, un atto simbolico dei percorsi che la generosità può compiere quando è fortemente motivata, costituendo un atto insostituibile per il bene di una persona che soffre.

Oltre a questi aspetti personali, la tematica dei trapianti da parte di un donatore non più giovane è stata ampiamente discussa gli anni scorsi nella letteratura scientifica, ma di recente si è compreso che l’età non può rappresentare un limite aprioristico. Conta una valutazione clinica accurata della funzionalità dell’organo che dovrebbe essere trapiantato, in modo da poterne predefinire l’utilità clinica, una volta inserito in un nuovo ospite.

Le tecniche chirurgiche e anestesiologiche sono migliorate moltissimo negli ultimi anni e, quindi, non rappresentano più una barriera. Inoltre, è stato dimostrato che in un anziano sano la sottrazione di un rene non comporta alcuna alterazione della salute né particolari precauzioni riguardo allo stile di vita. Quindi, il criterio dell’età è stato superato, aumentando così il numero di possibili donatori e le speranze per chi si trova in lista d’attesa. Ciò vale ovviamente anche quando il trapianto è fatto da cadavere, a condizione che la volontà del donatore sia stata identificata in vita e si siano potute verificare le condizioni di salute biologica dell’organo in questione.

Considerazioni analoghe possono essere fatte anche quando l’anziano è ricevente di un trapianto; non vi è, infatti, uno spartiacque clinico che autorizzi a definire fino a quando è possibile, e quando non lo è più, trapiantare un organo. Questo limite oggi potrebbe essere imposto solo da ragioni economiche e di organizzazione del sistema, cioè, in altre parole, dall’esigenza di risparmiare e di riservare alle persone più giovani il bene rappresentato dall’organo disponibile.

A questo proposito, si sono aperti grandi spazi di discussione; infatti, ci si chiede se è legittimo costruire un rapporto tra tempo di vita concesso dal trapianto e costi. La risposta è negativa, perché soggettivamente (e la medicina deve sempre mirare al benessere soggettivo dell’ammalato) il tempo di vita ha un valore non rilevabile in termini quantitativi. Invece, se le condizioni lo permettono, si devono analizzare le condizioni generali di salute dell’individuo, in modo da prevedere che il trapianto possa inserirsi su una buona condizione di salute complessiva e possa così significativamente migliorare la speranza di vita dell’individuo trapiantato. Infatti, se per un insieme di ragioni (in particolare la polipatologia che ha indotto una condizione complessiva di fragilità e di non autosufficienza) la sopravvivenza stimata dell’ammalato anziano è inferiore al vantaggio in termini di tempo di vita procurato dal trapianto, quest’ultimo si rivela un atto inutile e perciò dannoso per il paziente e per la collettività. Su questa base, l’inserimento di una persona anziana nelle liste d’attesa è un atto che richiede sensibilità clinica; mai però si deve negare aprioristicamente all’anziano il diritto al trapianto.

Vi sono poi considerazioni pratiche per indirizzare o meno verso tale scelta; nel caso dei reni, ad esempio, la pratica della dialisi può perdere con il tempo la sua efficacia e il ricorso al nudorgano diventa una condizione assolutamente necessaria. Confrontando a 5 anni la sopravvivenza tra anziani in dialisi e anziani trapiantati, i secondi hanno una possibilità di continuare a vivere di circa l’80 per cento contro il 50 per cento. Peraltro, gli anziani hanno una ridotta capacità di risposta immunitaria, per cui richiedono terapie immunosoppressive meno aggressive (e, conseguentemente, hanno un minore rischio di infezioni nel periodo post trapianto). Lo stesso dicasi per il trapianto di cuore; di fronte a condizioni cliniche irreversibili e che si aggravano, con una prospettiva di vita di pochissimi mesi, il ricorso diviene un’urgente pratica salvavita. Purtroppo, però, la scarsa disponibilità di organi rende raro il trapianto di cuore nella persona anziana. Lo stesso dicasi per il trapianto di fegato, in particolare nel caso di tumori di dimensioni limitate. Infine, il trapianto di cornea è da considerare come fattibile e utile nella persona anziana; sempre più frequentemente sono riportati casi di trapianti anche in individui addirittura ultranovantenni.

Nel complesso, i dati indicano che, in assenza di altre possibilità terapeutiche, il trapianto d’organo può rappresentare un’alternativa importante per garantire la sopravvivenza della persona non più giovane. Si pensi, ad esempio, a un paziente di 76 anni, affetto da un’insufficienza renale molto grave, che avrebbe una spettanza di vita – indipendentemente della specifica patologia – di circa 10 anni, contro i pochi mesi concessi dalla condizione attuale. Se il trapianto ha la possibilità concreta di permettere questo rilevante “guadagno di vita”, non vi possono, né vi devono essere motivi per opporsi.

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