Cancro e immunoterapia, gli scienziati sono riusciti a insegnare al sistema immunitario ad aggredire le cellule cancerose

Lascio la parola a Michele Maio, l’unico a credere che l’immunoterapia del cancro serva a qualcosa». Non sono passati più di sette o otto anni da quando, a un importante congresso, l’oncologo più convinto sostenitore della tesi che i tumori possano essere combattuti con le armi del sistema immunitario fu presentato con queste parole. Uno scetticismo che, nel volgere di poco tempo, è stato travolto dai risultati delle prime sperimentazioni. Maio, che oggi è direttore del Centro di immunoterapia dell’Azienda ospedaliero- universitaria di Siena, con l’entusiasmo di chi ci ha sempre creduto, la definisce una “rivoluzione totale in oncologia”, ma anche gli specialisti più cauti ammettono che oggi questa strategia, in aggiunta a quelle tradizionali, è uno dei pilastri delle cure contro il cancro. È anche quella da cui più ci si aspetta la “svolta” da tempo inseguita.

SPERANZA CONCRETA I risultati terapeutici convincenti riguardano un piccolo gruppo di farmaci dai nomi impronunciabili: ipilimumab, nivolumab, pembrolizumab, avelumab… Per un numero limitato di malattie, e per il 30-40 % dei pazienti, questi farmaci fanno già una grande differenza (per capire come funzionano vedi disegni a destra). Lo testimoniano le storie di tante persone con una diagnosi che fino a pochi anni fa equivaleva a una sentenza di morte, come quelle raccolte in Il cancro ha già perso, scritto da Maio col giornalista Giovanni Minoli (Piemme): sono vive e in salute a distanza di anni. Per molti altri tipi di tumore, tra cui un big killer come il cancro del colon, o per un tumore di solito non troppo aggressivo, ma molto comune, come quello della prostata, l’immunoterapia non ha invece portato finora grandi cambiamenti.

Però ha tracciato una direzione e aperto diverse strade di studio. L’idea di combattere il cancro sfruttando le difese che normalmente l’organismo utilizza per liberarsi di altri tipi di nemici, come i virus e i batteri, ha una lunga storia. Costellata però da così tante false partenze e insuccessi da guadagnarsi la fama, tra gli addetti ai lavori, di una strada che non portava da nessuna parte. All’inizio del secolo scorso, a ipotizzare questo metodo fu il microbiologo tedesco Paul Ehrlich, padre della chemioterapia e premio Nobel per la Medicina nel 1908. Poi venne l’idea di usare alcuni batteri indeboliti per attivare la risposta del sistema immunitario contro i tumori. «I risultati incoraggianti c’erano. Solo che a un certo punto, oltre ai ricercatori, hanno iniziato a crederci anche le aziende. E medici e oncologi, che hanno sempre considerato l’attivazione del sistema immunitario poco fattibile, vedendo i risultati clinici hanno dovuto ricredersi», osserva Licia Rivoltini, responsabile dell’Unità di immunoterapia all’Istituto dei tumori di Milano.

FRENI DA SBLOCCARE Anche se l’idea iniziale di un vaccino universale anticancro si è rivelata assai più difficile del previsto da realizzare, ormai gli scienziati hanno abbastanza conoscenze molecolari su come il tumore riesce a sfuggire ai normali controlli dell’organismo da poter mettere a punto contromisure specifiche. In effetti, ormai si sa che «alcune cellule dell’immunità (in particolare i linfociti T e i macrofagi), in certi casi, non solo non svolgono il loro ruolo di difesa, ma al contrario aiutano lo sviluppo e la diffusione del cancro», spiega l’immunologo Alberto Mantovani nel suo libro Bersaglio mobile (Mondadori).

Si comportano cioè come veri e propri poliziotti corrotti. Le ricerche si sono così concentrate sul meccanismo di blocco e sblocco dei “freni” del sistema immunitario (il tumore trova il modo di bloccarlo, i farmaci devono invece sbloccarlo perché torni a fare il suo dovere). Molti laboratori in tutto il mondo sono al lavoro in questo fondamentale campo di ricerca e le scoperte più importanti finora ottenute hanno portato all’assegnazione, lo scorso ottobre, del Nobel per la medicina a Tasuku Honjo e James Allison. Sia lo scienziato giapponese sia l’americano, per strade indipendenti, hanno individuato due dei cosiddetti checkpoint presenti nella cellula, i “posti di blocco” che il tumore inganna. Agendo quindi su questi ultimi, le nuove cure riescono a restituire all’organismo la capacità di “vedere” il tumore e attaccarlo. Negli anni Novanta, Allison dimostrò che una proteina presente sui linfociti T, chiamata CTLA-4, li rende come dormienti, sviluppò quindi un’altra molecola (un anticorpo) diretta contro quella proteina, che si dimostrò in grado di far regredire il tumore. Honjo scoprì un altro “freno”, chiamato PD-1. Sbloccandolo con una molecola diretta al bersaglio, il cancro scompariva.

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