Costumi carnevale 2019: come scegliere le maschere e costumi migliori

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Ci siamo, Finalmente è arrivato il carnevale 2019 e questo è il momento giusto x cominciare a cercare pensare al vestito da mettere o alla maschera particolare da indossare aperte o in discoteca. Il periodo del Carnevale è uno più atteso da molti bambini dove possono finalmente,  Sbizzarrirsi un po’ con la propria fantasia.

Come ogni anno la scelta della maschera del costume migliore è difficile come fare? iniziamo col dire, che l’obiettivo è quello di capire se si vuole indossare un costume completo o di utilizzare solamente gli accessori. Una volta individuato il tema oppure il personaggio basterà andare alla ricerca di tutto l’occorrente necessario x completare la nostra maschera di carnevale preferita. Ovviamente tutto questo porterà un pochino di stress, ma ci vuole pazienza, x avere un ottimo risultato finale soprattutto quello del trucco e parrucco.

Il carnevale, lascia molta creatività a tutti coloro che vogliono vestirsi, anche sul fattore economico ci viene incontro. Infatti,  Si possono creare vestiti e maschere fai da te fino ad arrivare ad abiti veramente costosi.

MASCHERE E CARNEVALE in SARDEGNA

Il carnevale di Sardegna, su Carrasegare, si svolge nel periodo che in base alla liturgia cristiana precede la Quaresima. Ma le manifestazioni più conservative contengono elementi cosi atipici rispetto agli spensierati carnevali moderni, che non vi è dubbio abbiano avuto origine in riti e credenze pre-cristiane. Anticamente il carnevale era un momento fondamentale e con chiare funzioni sociali della vita delle società agro-pastorali. Le celebrazioni iniziavano con la festa per la fine dell’inverno: intorno ai grandi fuochi si svolgevano orge primitive, si danzava e si assaggiava il vino nuovo. La chiesa cattolica tentò di cristianizzare questi culti pagani perché fossero dimenticati: vietò i riti cruenti e l’uso della maschera animalesca, soprattutto quella munita di corna, troppo simile a un ossesso; ribattezzò i luoghi sacri dell’epoca pagana (nuraghi, tombe, villaggi) con nomi di santi cristiani, spesso costruendoci sopra chiese o santuari.

Alle celebrazioni propiziatorie della fertilità fu cambiato il senso, e fu cosi che il 17 gennaio divenne data d’inizio del carnevale. I grandi falò per la festa di fine inverno furono dedicati a Sant’Antonio Abate, novello Prometeo, sceso agli inferi per portare il fuoco agli uomini. Ma i culti antichi si conservarono a lungo soprattutto nelle aree più isolate, anche quando ormai si era perso il senso originale, perpetuati come riti per la pioggia in periodi di siccità. Alcuni elementi che ricorrono nei carnevali tradizionali sardi si possono cosi riassumere: i festeggiamenti si svolgono tra il giovedì e il martedì grasso, e sono accompagnati da abbondanti libagioni con fave e lardo, dolci tipici e vino; una questua di porta in porta serve a raccogliere doni per la festa; personaggi con il viso imbrattato di fuliggine o coperto da una maschera lignea; una vittima legata alla fune e controllata da alcuni guardiani; un bambolotto (su Pitzinnu) privo delle membra, la cui morte è accompagnata da un canto funebre; un pupazzo dalle fogge umane viene processato, condannato al rogo e pianto; l’euforia finale esplode in attesa della resurrezione del carnevale.

Studi recenti (vedi Dolores Turchi), che ipotizzano la presenza in Sardegna del culto di Dioniso, aiutano a trovare un senso per alcune delle misteriose rappresentazioni. Il culto di questo dio bambino, celebrato in quasi tutte le società agrarie del Mediterraneo, risale almeno al XV secolo a.C. Era il dio della vegetazione e della fertilità, che moriva e rinasceva ogni anno come la natura. Durante le celebrazioni in suo onore, a Eieusi, nell’antica Grecia, una vittima era sbranata viva per ricordare il suo sacrificio, in un rito antropofagico che prometteva la resurrezione, ma nulla doveva avere d’allegro o spensierato.

Crudele e sanguinario all’inizio, Dioniso si trasformò in dio dell’ebbrezza e dell’estasi. I suoi adoratori ottenevano la certezza della vita dopo la morte e bramavano uscire dalla propria persona per essere da lui posseduti: lo facevano attraverso la danza, la musica, il vino. Dioniso era conosciuto perciò come “il Delirante”, “il Rumoreggiante”, “il Furente”, con chiara allusione alle orge sacre; in epoca classica era chiamato Adone, Attis, Bacco, Brumo, lacco, Osiri. In Sardegna il suo culto penetrò con le migrazioni micenee e greche. Prima della religione misterica era chiamato Giorgi o Zorzi; in seguito assunse le sembianze di un bambino, chiamato su Pitzinnu, ma era meglio conosciuto come Maimone, Jaccu, o An- drìa, che la chiesa cattolica trasformò in Giacomo, e Andrea. Nella toponomastica sarda questi nomi ricorrono spesso, soprattutto Maimone presso le fonti e le sorgenti, e Jaccu in luoghi elevati, sui quali forse erano celebrati i misteri. Come i riti dionisiaci anche i carnevali sardi esibiscono una vittima.

La stessa parola “Carrasegare” ricorda il tragico sacrificio perché carré ‘e segare significa “carne viva (umana) da lacerare”. Cosi i carnevali di Mamoiada, Ottana e Orotelli, ma anche d’altri paesi come Austis, Samugheo, Lula, Fonni, Ula Tirso, sono caratterizzati da vittime animalesche: l’animale con le corna era la rappresentazione più diffusa di Dioniso. Ricoperte di pelli, sonagli e campanacci, con il volto imbrattato di fuliggine c celato da una maschera lignea dalle fogge zoomorfe, le vittime sono tenute alla fune da un guardiano e sono spesso chiamate Maimone ‘e fune Altri Maimones o Mamutho- nes, nomi che derivano da “Mainoles” (il pazzo, il furioso) rappresentano i folli posseduti dal dio che, eseguendo una danza da invasati, vanno incontro alla morte, mentre i guardiani impediscono loro di sfuggire alla tragica sorte. La danza saltellante serviva, come durante i misteri eleusini, per passare dallo stato umano a quello divino. I riti della passione della vittima erano piuttosto cruenti, perché dovevano simulare un sacrificio necessario per il bene della comunità.

Solo nel ‘700 si tentò di attenuare gli aspetti più violenti: in vece della vittima si bruciavano fantocci, appendendogli al collo vesciche o interiora d’animale da pungere per fare uscire il sangue e rendere fertile la terra. Nel corso dei secoli si perdette il senso del rito del dio-capro, ripetuto sempre uguale a se stesso. Rito che riemergeva, nonostante i moniti della chiesa, solo quando la siccità si prolungava. Altri carnevali, riconducibili ai riti propiziatori, sono caratterizzati dal sacrificio di una vittima chiamata Gioldzi o Zorzi. È rappresentata da una maschera-pupazzo, simbolo del dio o del capro espiatorio: viene bruciata, impiccata o gettata in un fosso perché le sue ceneri possano fecondare la terra. È ritenuta colpevole delle pene che la comunità ha sopportato durante l’anno. Il sacrificio si concludeva con un’orgia, durante la quale i giovani in età virile cantavano versi scurrili al grido di ” Andira, Andira, An- dirò”, forse una variazione di “Andrìa”, appellativo di Dioniso e del membro virile.

La celebrazione aveva una funzione terapeutica per la comunità, che in seguito al sacrificio scopriva un nuovo senso del vivere. Maschera misteriosa, che conferma i legami della Sardegna con il mondo Egeo, é sa Filonzana (la filatrice). Presente in quei paesi dove s’inscenavano i riti con la vittima del carnevale, era la maschera più temuta perché rappresenta forse una delle antiche Parche greche, quella della morte. Le giostre equestri e a pariglia sono un modo diverso di vivere su Carrasegare: i cavalieri, con il volto mascherato e indossando un costume, devono mostrare grande abilità e coraggio (“balentia”) a cavallo. Ma mentre Sa Sartiglia di Oristano può in qualche modo avere avuto origine o essere legata ai riti di propiziazione, altre corse a cavallo come sa Carre- la ‘e nanti di Santu Lussurgiu o sa Corsa a sa pudda di Ghilarza, sono celebrazioni di cui si è perso l’antico e originario significato.

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