Giulia strangolata e uccisa, su Whatsapp la follia del marito. «Non truccarti, fatti brutta oppure…»

Aveva detto di amarla, ma quel che Roberto Lo Coco provava per la moglie Giulia Lazzari non aveva nulla a che fare con l’amore: era solo ossessione, gelosia e folle sentimento di possesso. Così quando lei, esasperata da quel modo asfissiante di essere amata, l’ha lasciato, lui le ha stretto le mani al collo, stringendole convulsamente finché non ha più sentito il cuore di lei battere. I medici sono riusciti a rianimare Giulia, ma per la cameriera 23enne di Adria (Rovigo) non c’è stato nulla da fare: per troppo tempo il suo cervello è rimasto senza ossigeno. Nove giorni di agonia e, infine, ieri pomeriggio è spirata.

 

Giulia lascia la sua bambina di 4 anni, ora affidata alle cure dei nonni materni e della zia. Struggente il saluto della sorella su Facebook: «Giulietta mia, amore mio grande, mi hai abbandonato a questa vita ingiusta mi hai lasciato qui da sola a fare i conti con tutto questo dolore atroce. Angioletto mio ti prometto che io sarò forte e c’è l’ha farò solo per te. Riposa in pace stellina mia. Ti amo». Echeggia per l’ennesimo caso di femminicidio quella maledetta frase, sempre la stessa: «Ti amo troppo, non sarai di nessun altro» e quei messaggi su whatsapp tristemente premonitori: «Copriti o ti uccido».

La posizione di Lo Coco, 28 anni, si aggraverà dopo la morte della moglie. Lui infatti era in carcere con l’accusa di tentato omicidio. L’uomo ha aggredito la moglie nella loro casa di Adria mentre discutevano della imminente separazione, che non voleva accettare. Era stata Giulia a dire basta a quel rapporto e, secondo amici e conoscenti, sarebbe stata la giovane madre a provvedere alle esigenze della famiglia. Quel giorno in casa era presente anche il cognato di Giulia, il fratello di Lo Coco, che ha dato l’allarme. Dopo aver tentato di uccidere la moglie Lo Coco ha provato a uccidersi impiccandosi. È rimasto ricoverato alcuni giorni nel centro igiene mentale dell’ospedale di Adria, per poi essere trasferito in carcere.

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