Hikikomori, primo caso in Italia: Cos’è e chi sono?

Segregati in casa per due anni, inghiottiti nel vortice di un unico interesse: Internet. Una dipendenza patologica che ha coinvolto un’intera famiglia del Salento: due genitori quarantenni, un ragazzo di 15 e una bimba di 9. Quest’ultima è stata l’unica che, malgrado fosse trascurata dai genitori, ha sempre frequentato la scuola e nel tragitto comprava cibo per rifocillare papà, mamma e fratello. Solo merendine, biscotti e caramelle. Per 24 mesi, nessuno si è accorto della sofferenza della bambina.

Finché il suo aspetto trasandato ha attirato l’attenzione degli insegnanti e quindi degli assistenti sociali che sono riusciti a entrare nella casa dell’incubo. Scoprendo che i due adulti e il ragazzo passavano le giornate immobili davanti al computer, interagendo con l’esterno solo virtualmente, dimentichi del loro corpo e di ogni normale bisogno di relazione sociale. La prima cosa cui hanno rinunciato, come hanno riferito gli psicoterapeuti che ora li hanno in cura, è stata sedersi a tavola per mangiare. Consumavano pasti sporadici solo davanti allo schermo. Poi il disinteresse è passato all’igiene personale e infine è diminuito anche il sonno, sostituito dalla “navigazione” notturna. Tutti passaggi che hanno portato a perdere ogni equilibrio fisico e mentale.

L’adolescente, al momento dell’intervento dei servizi sociali, era quello messo peggio: ridotto a uno scheletro, con piaghe ai piedi perché, sebbene cresciuto, in due anni non aveva mai cambiato, forse mai tolto, lo stesso paio di scarpe. Ha avuto bisogno di fisioterapia per ritornare a camminare. Sembra la scena di un film dell’orrore eppure, dati alla mano, non è un caso così isolato. In Giappone il fenomeno è stato ribattezzato hikikomori (“stare in disparte”): si definiscono così le persone, soprattutto giovani dai 14 ai 25 anni, che hanno rinunciato completamente alla vita sociale, mantenendo solo relazioni via chat con persone come loro. In Italia, secondo Paese al mondo, dopo il Giappone, per diffusione del fenomeno studiato dagli anni Ottanta, gli hikikomori sono circa 100 mila, ma è un dato parziale perché molti di loro non vanno in cura, pensano solo di aver fatto una legittima scelta di vita. «Gli hikikomori sono prevalentemente adolescenti di sesso maschile», spiega il dottor Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, uno dei massimi esperti in Italia di dipendenza dal Web. «La rinuncia al mondo è spesso il corrispettivo maschile dell’anoressia, un altro modo per scomparire dal mondo».

La novità del caso del Salento è il coinvolgimento degli adulti in una dinamica prevalentemente adolescenziale. «Bisogna conoscere i dettagli», precisa Tonioni. «I due genitori non sono da giudicare, ma da aiutare, da capire. Ci sono sicuramente state circostanze particolari che hanno generato questo caso estremo. Potrebbe aver influito il fatto che abbiano avuto il primo figlio da giovani o che vivessero in una zona rurale del Sud senza molti contatti con il mondo intorno. Ma di sicuro i due adulti sono preda di una psicosi e la dipendenza da Internet è solo un modo per dare sfogo a un disagio preesistente». Chi si occupa della Rete e di comportamenti compulsivi ad essa connessi la pensa allo stesso modo: Internet non ha colpe, è l’utilizzo che se ne fa, privo di regole e paletti, a rappresentare un fattore di rischio. Basti pensare che la dipendenza dal Web (in inglese Internet addiction disorder, in acronimo Iad), a differenza di quella del gioco online, non è ancora riconosciuta ufficialmente.

«L’iperconnessione non sarebbe un problema», continua il dottor Tonioni, che da 10 anni dirige il primo ambulatorio in Italia per la cura della Iad al Gemelli di Roma. «È normale che un ragazzino utilizzi la Rete, è uno strumento dei suoi tempi. I segnali di allarme ci sono quando comincia a non uscire di casa e si dimentica delle esigenze del suo fisico. Ma anche in questo caso, scopriamo che Internet va a colmare un vuoto, magari l’assenza emotiva dei genitori. Per cui prendiamo in cura anche loro. I supporti tecnologici non sono il male. Alle madri e ai padri dico: non togliete le tecnologie ai figli, fate semmai attenzione che la vostra presenza non sia sostituita da esse». I rischi delle nuove tecnologie, non ancora ampiamente studiati, riguardano tutti noi. «Lo smartphone ci permette di essere sempre connessi e per questo non stacchiamo mai, riducendo anche sul lavoro le nostre capacità di concentrazione e resa», dice Alessio Carciofi, il primo digital detox coach in Italia (aiuta a disintossicarsi dal Web e usarlo in modo utile). «Pochi sanno che i social network creano una dipendenza chimica, fisica. L’essere cercati, taggati genera dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Alla lunga, un uso eccessivo del digitale altera le emozioni e le relazioni sociali. Ma non ci si rende conto che la causa sta costantemente sotto i nostri occhi».

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