Omicidio Yara Gambirasio, dopo 10 anni nessuno sa chi è veramente Massimo Bossetti

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Il 26 novembre 2010: nella mi­seria fangosa di Chignolo d’isola spunta il corpo di una giovane ra­gazza: si chiama Yara Gambirasio. Quasi dieci anni dopo il suo pre­sunto assassino sconta l’ergastolo. Ma non si arrende. Continua a professarsi innocente. Sono in atto le pro­cedure per il ricorso alla corte di Giustizia Europea. Ma chi è veramente Giuseppe Bossetti, secondo tre gradi di giudizio omicida della piccola Yara? La gente continua a di­vidersi tra innocentisti e colpevolisti. Il pubblico ministero, nella sua requisitoria, definisce Yara, è avvolto nello stesso buio. Solo frugando nell’oscurità dolorosa in cui Yara è stata lasciata morire, preda dei terrore che le ha ingombrato i polmoni sino all’ede­ma, si comprende come sia emerso dal nul­la il «Favola». È l’imputato unico, accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà. Lavora come carpentiere, 45 anni.

Sposo non felice, padre di tre figli. È suffi­ciente una buccia di pisello a smentire le ipotesi su Yara segregata per giorni in un al­trove, spogliata e poi rivestita da un gruppo di maniaci. La buccia di pisello è nel suo stomaco. E’ parte del pranzo preparato dalla mamma e servito alle 14. Non avrebbe re­sistito altre ventiquattr’ore: i succhi gastrici avrebbero distrutto il reperto.

Questa è scienza. Mentre resta sola nella notte, perché l’assassino ha colpito e le ha voltato le spalle, Yara sa che nessuno può salvarla: è ritrovata «piena» di acetone. Viene prodotto dalla paura. Anche questa è scien­za. Sotto il corpo c’è una foglia fresca, fa parte della flora del campo. Unica verde tra le altre intorno, tutte secche: Yara l’ha pro­tetta, morendo. Con le erbe attorcigliate alle mani. Sono le larve, i coleotteri, il terriccio conficcato nell’occhio, la botanica e l’ento­mologia a sostenere che è arrivata viva, mancano le tipiche lacerazioni da trascina­mento là, dove ha smesso di volare. Un’altra scienza, la merceologia, evidenzia sulla scena del crimine fibre di tessuto sin­tetico e particelle metalliche: di quelle che si trovano sui cantieri edili. È dall’aggrega­zione di dati scientifici eterogenei che sbuca Ignoto Uno. Maschio caucasico. Forse un operaio edile. Aloni con Dna maschile sono trovati in laboratorio dal Ris dei carabinieri: sia sugli slip (l’ll marzo 2011) sia sui leggins (il 7 luglio) della vittima.

Adesso non si può sbagliare. Per estrarre il Dna si utilizzano otto kit diversi: sei sono in commercio, uno serve per il cromosoma x e uno per il cromosoma y. I diversi reperti, analizzati in tempi diversi, danno tutti l’iden­tico risultato. Il Dna è come un romanzo ric­co di tante pagine, ognuno «è» il suo libro, due uguali non esistono. Il libro dell’assas­sino c’è: mancano titolo e autore. Come trovarli? Un gigantesco e costosissimo setaccio cromosomico, mai usato prima al mondo, si mette in moto per frugare, in un’indagine massiva che ha come epicentro Brembate di Sopra. Sette mesi servono per la prima pista: tra 500 giovani che ballano in una discoteca non lontana dal campo dov’è stata uccisa la piccola, uno ha un Dna con alcuni paragrafi del libro uguali al libro di Ignoto Uno. Appartengono a una sola fa­miglia. Seguendo Damiano Guerinoni, nel­l’ottobre 2011, si arriva a Gorno, in alta Valseriana. Per censire tutti i Guerinoni si risale al 1719 e ai registri parrocchiali.

Nessuno è positivo ai test, finché non viene riesumato il corpo di Giuseppe, autista di bus: uno che, per usare il limpido linguaggio paesano, «Se poteva, le timbrava tutte».Tra le «timbrate», c’è Ester Arzuffi.

Il libro del suo Dna non mente: è la madre di Ignoto Uno, così come l’autista ne è il pa­dre. Ester stava a Gorno, accettava i pas­saggi del vicino rubacuori, era rimasta incinta di due gemelli ed era emigrata in un altro posto del Bergamasco. Eanalisi del Dna nu­cleare, l’unico ammesso come prova dalla giustizia mondiale, fa arrestare «il Favola». E’ il 16 giugno 2014. Il Dna mitocondriale in un’aula di giustizia non ha valore: «Ci vor­rebbero 300 milioni di miliardi di mondi co­me il nostro per avere un altro Massimo Bossetti», può dire il pm Letizia Ruggeri. Messo sotto chiave Bossetti, carabinieri del Ros e squadra mobile si dedicano all’indagine «al­l’incontrario». Hanno una domanda alla qua­le rispondere: il 26 novembre 2010, data della morte di Yara, Bossetti era o no sulla scena del crimine? Lui non ricorda.

Ma in coincidenza con la scomparsa di Yara, tre telecamere inquadrano il furgone del car­pentiere, un Iveco Daily passo 3450 modi­ficato. I sedili del camion sono di tessuto sintetico di quattro colori: due blu, un tur­chese, un giallo. Sugli indumenti di Yara sono trovate – «indistinguibili» per diametro, com­posizione chimica e cromaticità – fibre blu, turchesi e gialle. Restano nel buio il dove, il come e il perché Bossetti abbia preso la piccola Yara. Sul chi e sul quando l’accusa non ha più dubbi.

E nemmeno la famiglia di Yara. «Lei – dice l’avvocato di parte civile in aula a Bossetti – pare una persona tormentata, e non dal processo… Liberi la coscienza. Ai Gambirasio non serve il risarcimento. Più prezioso dei soldi sarebbe raccontare gli ultimi minuti della povera bambina». Bossetti china il ca­po: sono innocente.

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