Chiara Bontempi chi è la fidanzata di Gianmarco Tamberi? Oro alle Olimpiadi di Tokyo 2020, età, lavoro, figli e vita privata

Si chiama Chiara Bontempi e della fidanzata di Gianmarco Tamberi, ovvero la medaglia d’oro conquistata durante le olimpiadi di Tokyo 2020. Chiara non è proprio soltanto la fidanzata dell’atleta italiano, ma anche la futura moglie, la quale lo ha supportato in questa competizione piuttosto importante tanto che la medaglia è anche un po’ merito suo. Ma cosa conosciamo in realtà di lei e della sua vita privata? Conosciamola meglio.

Chiara Bontempi chi è

È nata nel 1995 ad Ancona e poi si è laureata a Verona nel 2019. È diventata famosa dopo che il suo fidanzato ha vinto l’oro. Quest’ultimo purtroppo ha subito un grave infortunio che in qualche modo ha messo a rischio la partecipazione alle Olimpiadi.

A sostenerlo e ad incoraggiarlo c’è sempre stata lei, la sua fidanzata. I due stanno insieme da circa 11 anni e sono molto legati l’uno all’altro. Ha origini marchigiane e condivide con il campione le stesse tradizioni e le stesse usanze. Ha iniziato a lavorare a Roma e poi anche a Milano ma purtroppo si è trovata a fare i conti anche con la Pandemia da Covid. E’ ovviamente presente sui social network e nello specifico su Instagram ha un profilo che vanta oltre 15 mila follower.

Prendiamo in prestito gli splendidi versi della canzone Lindberg di Ivano Fossati per raccontare un uomo che si confronta ogni giorno della sua vita con il volo. Già, perché se a prima vista Gianmarco Tamberi può apparire come un ragazzo solare, sicuro di sé e realizzato, chiacchierando con lui si scopre che le cicatrici ci sono, eccome.

E non stiamo parlando solo del noto infortunio dell’estate 2016 che gli ha tolto l’Olimpiade che lo avrebbe consacrato. Come accade spesso però, sono state proprio le cicatrici che si porta addosso che gli hanno per- messo di fare il salto più alto in questi suoi primi 28 anni di vita. Perché Gimbo, questo il soprannome che ha sostituito il nome di battesimo – non ci provate nemmeno a chiamarlo “mezza-barba” – non ha mai nascosto le sue lacrime, anzi, ne va fiero.

E la gente, che lo ama, lo apprezza soprattutto per questo suo essere onesto e sincero. Lui, questo grande affetto di chi fa il tifo per lui, se lo sente tutto addosso, e se ha deciso di dedicare la vita per inseguire quel podio, è anche perché sente di voler restituire almeno un pezzetto della valanga di affetto che lo sorprende ancora oggi. Perché, come conclude la canzone che racconta dell’autore della prima tra- svolata atlantica in solitaria, “difficile non è salire contro il vento, ma caso mai senza un saluto”. “Allunga una mano che provo a darti un cinque”.

Con questa frase hai salutato tuo nonno, scomparso recentemente… che immagine stupenda. «Mancavano poche ore ai Campionati Italiani e, parlando con nonna, mi ricordava quanto lui non vedesse l’ora che ci fosse una mia gara per seguirmi. Pensando a questo mi è uscita questa frase che ho voluto condividere». Oggi vivi ad Ancona, non lontano dal campo dove ti alleni, ma sei cresciuto a Offagna in un borgo medioevale.

Com’è stato? «Sono cresciuto solo lì, quindi non posso fare paragoni (ride, nda). È stato bello. Ci sono pregi, come il fatto che ci si conosce tutti e da bambino godi di una libertà che immagino sia impensabile per chi vive in città.

Lì sei controllato da tutti e anche i muri parlano. E, in fondo queste caratteristiche sono anche il lato negativo. Ma se potessi tornare indietro non lo cambierei». Ci racconti un po’ che ragazzino eri e come sei arrivato all’atletica? «In una parola? Scalmanato.

Fin da piccolo sono sempre stato appassionato, ai limiti della malattia, della pallacanestro. La punizione tipica dei miei genitori era: “Oggi non vai all’allenamento”. Dai 4 anni fino ai 17, quando poi sono passato all’atletica, il basket è sempre stato una priorità. Ancora oggi giocare a pallacanestro è la cosa che più mi piace fare». A scuola come te la cavavi? «I voti non erano male, non sono mai stato boccia- to, ma la condotta lasciava molto a desiderare. I miei genitori, una volta alla settimana, erano nell’ufficio del preside.

Niente di grave ma ero iperattivo. Im- possibile per me stare fermo». E con l’atletica quando hai cominciato? «Nel 2009 ho lasciato il basket per l’atletica ma già nel 2008 avevo vinto i campionati italiani studenteschi. E stato dopo quella vittoria che sono cominciate le pressioni per farmi scegliere il salto in alto. Fosse stato per me, non avrei mai lasciato il basket». Un po’ di basket è sempre con te visto che il tuo vecchio numero di maglia nel basket lo porti ancora oggi: il numero 8… come Bryant. «Esatto.

Kobe era uno dei miei giocatori preferiti, con lui ci sono cresciuto. Un idolo». Pochi sanno che sui 60 ostacoli vai forte. «Ho fatto qualche garetta perché sono abbastanza veloce e coordinato e come disciplina mi piaceva. Ma non sono un granché. Gli ostacoli fanno parte della mia preparazione per aumentare la rapidità». Nel tuo allenamento quanto tempo prende la corsa? «Intesa come velocità, molto. Meno tempo se parliamo di fondo.

In inverno faccio molte ripetute sui 150 metri e, in periodo di gara, arrivo anche ai 20 metri lanciati. Invece, dopo lo stop invernale, alla ripresa degli allenamenti, parto sempre con una mezz’oretta di corsa che tendo a fare ad un ritmo elevato perché, come tutte le cose, se le faccio piano poi mi annoio. Mi sfido da solo. Vedo quanto ho corso e il giorno dopo cerco di battermi. Però un’ora di corsa non l’ho mai fatta».


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