Intrattenimento

Colapesce e Dimartino, Musica leggerissima il tormentone del momento

Se le canzoni avessero il foglietto illustrativo, su quello di Musica leggerissima ci sarebbe scritto: “Attenzione, può causare dipendenza”. Ma le canzoni il bugiardino non ce l’hanno, e il brano di Colapesce e Dimartino, quarto classificato all’ultimo Festival di Sanremo, ci ha fregato tutti.

Lo canticchiamo senza sosta da quando i due siciliani l’hanno eseguito per la prima volta sul palco dell’Ariston – uno tutto d’azzurro vestito in Dolce e Gabbana, l’altro uguale ma color glicine, tra di loro una pattinatrice che volteggiava ballando in modo irresistibile – ce l’abbiamo in testa da svegli e pure mentre dormiamo.

E non c’è verso di smettere, perché basta tendere l’orecchio per intercettare qualcun altro che lo intona, accendere la radio o aprire i social per incappare nell’infido motivetto, nei video di vip che si scatenano – da Mara Maionchi a Elena Santarelli – ma soprattutto perfetti sconosciuti che lo reinterpretano. Ora c’è persino un tutorial ufficiale, un gioiellino di ironia diffuso dagli autori, per fare il balletto a regola d’arte, ché «molti di voi», leggiamo nella presentazione, «stanno ballando senza la tecnica, a caso, senza una prospettiva, come se tutto vi fosse dovuto ».

Insomma, poco importa se il podio del Festival è sfumato per un soffio: Musica leggerissima ha vinto tutto il resto, compreso il premio EarOne di brano più trasmesso dalle radio e il primo posto nelle classifiche di streaming. Un bel risultato per due cantautori della scena indipendente che così pop non sono mai stati. Siciliani doc, uno della provincia di Siracusa – Colapesce, che di nome fa Lorenzo Urciullo e lo pseudonimo se l’è scelto in onore del leggendario salvatore dell’isola, che si tuffò negli abissi per sorreggerla con le sue forze – l’altro (Antonio Di Martino, scritto staccato all’anagrafe) palermitano, alle orecchie di molti sono giunti come una novità fresca fresca.

Eppure hanno cominciato a suonare poco più che ragazzi, prima con le rispettive band, poi come solisti: insieme hanno pubblicato un album nel 2020, I mortali – che ospita anche la conterranea Carmen Consoli e ora esce in edizione ampliata con dieci inediti – e scritto testi di successo per Levante e Marracash, ma ognuno ha la sua carriera decennale fatta di dischi, premi vinti, concerti e collaborazioni, di brani firmati per sé e per altri – Colapesce per Emma e Gué Pequeno, Dimartino per Arisa e Malika Ayane, giusto per citarne alcuni.

In comune hanno la vena poetica, la voglia di sperimentare – in alcune canzoni Colapesce infila i suoni del mare e dell’Etna che erutta, registrati con microfoni speciali – una grande facilità di scrittura e poca, pochissima propensione al divismo e alle esternazioni social. Il loro privato è molto privato, se ne sa poco e niente. Giusto che Lorenzo è single e appassionato di fotografia. Antonio, che si diletta anche a scrivere libri, ha una fidanzata con la quale vive a Milano, la fotografa Michela Forte, e una bimba di nome Ninalou – in onore di Nina, mamma di lui, e di Lou Reed, cantante preferito di lei – nata nel 2017.

Il resto è storia recente, storia di una canzone che è stata subito tormentone. «Appena parte viene voglia di ballare a piedi nudi sulla sabbia», commenta Rosaria Renna di Radio Montecarlo. «Il sound è facile, un mix di Julio Iglesias, Alan Sorrenti e gli Empire of the sun. Arriva diretto, rimane in mente perché l’orecchio ne coglie le assonanze con altri brani noti. Ma se da un lato la melodia è accattivante e piacevole, dall’altro il testo tratta argomenti tutt’altro che frivoli: “il silenzio assordante” è quello delle città come abbiamo imparato a conoscerle nell’ultimo anno, “il buco nero che sta a un passo da noi” quello della depressione.

Musica leggerissima è potente, la canzone perfetta per i tempi che stiamo vivendo: conquistati dal motivetto allegro, ci troviamo a ripetere parole che fanno riflettere». Il merito è dei due cantautori, dunque, che hanno azzeccato la formula magica. «Ma anche di Amadeus », continua la Renna, «che non solo ha condotto il Festival in condizioni eroiche – esibirsi senza pubblico deve essere stato terribile per tutti – ma ha anche saputo scegliere i brani adatti: non è un caso che anche quelli degli altri musicisti in gara stiano funzionando benissimo in radio e in streaming». «Sanremo è una vetrina pazzesca», concorda Claudio Cecchetto, storico deejay e scopritore di talenti. «La musica si fa con sette note.

Questo brano è decollato perché Colapesce e Dimartino hanno azzeccato la combinazione, quella che arriva al cervello, fa scattare una molla e ti dice: “Ecco una bella canzone”. Ma molto lo si deve anche all’audience vastissima della kermesse. Collaudato sul palco davanti a milioni di telespettatori, il brano ha preso facilmente il volo. Un po’ come accadde al mio Gioca jouer, che nel 1981 fece da sigla al Festival». Da allora sono passati quarant’anni tondi, ma le note del sax che accompagnavano il ballo di gruppo si accendono ancora nella testa al primo accenno. Chissà se nel 2061 sarà lo stesso per le “parole senza mistero, allegre ma non troppo” che in questi giorni non ci mollano mai.

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