“Ho tradito mia moglie con Barbara d’Urso. E lei mi ha cacciato di casa”

Memo Remigi è tornato a parlare della sua love story con Barbara D’Urso. Una relazione chiacchierata ancora oggi per via della differenza d’età: ben 19 anni tra l’attuale conduttrice Mediaset e il cantante. Ma discussa soprattutto perché all’epoca dei fatti Remigi era sposato e con un figlio. Memo Remigi ha pubblicato un memoriale sul settimanale Di Più Tv nel quale ha raccontato alcuni aneddoti di quella liaison che poi si è interrotta.

Dagli anni Sessanta Remigi era legato a Lucia Russo, la giornalista scomparsa di recente a causa di una brutta malattia. Nel suo lungo sfogo il musicista ha confidato che nel mondo dello spettacolo non è facile resistere a certe tentazioni. Memo ha ammesso pubblicamente di aver avuto più di una “scivolata” in oltre cinquant’anni di matrimonio. La più celebre è stata proprio quella con Barbarella. All’epoca Barbara aveva vent’anni ed era appena arrivata a Milano da Napoli in cerca di successo.

Memo Remigi, ottantadue anni, celebre cantante, conduttore televisivo che ora vediamo il venerdì a Propaganda Live su La7, è rimasto vedovo: sua moglie Lucia Russo si è spenta a. ottantadue anni. Remigi, il cui vero nome di battesimo è Emidio, si era ispirato alla sua storia d’amore con Lucia per Innamorati a Milano, il suo primo successo e la sua canzone più famosa. Oltre che per se stesso, nella sua lunghissima carriera ha composto per alcune delle più celebri interpreti della nostra musica, tra cui Orietta Berti, Ornella Vanoni e Ombretta Colli.
Memo Remigi in queste pagine ricorda sua moglie: sono parole piene d’amore, sono il racconto di una vita di coppia nella quale ci sono stati anche momenti difficili, che, con molto impegno e pazienza, sono stati superati.

Varese, febbraio ono rimasto solo e dentro di me si è aperto un vuoto enorme che non potrò mai riempire: è quello lasciato da mia moglie Lucia. Si è spenta a ottantadue anni per un tumore ai polmoni. È stata lucida e consapevole sulla sua situazione fino all’ultimo, forte come era sentore stata. È stato molto doloroso» non c’era niente da fare, nessuna speranza di miglioramento. Mia moglie si stava inesorabilmente avvicinando al traguardo della vita.

Mia moglie era bella, forte, intelligente, ironica, paziente, molto paziente, con me. È stata la mia fidanzata, mia moglie, la mia amante e anche una mamma: ha avuto tutti i ruoli che una donna può ricoprire per un uomo.

Ricordo benissimo il giorno in cui ci conoscemmo.

Era il 1963, vivevo a Como e un amico mi invitò a un torneo di golf a Monza. “Con me ci sarà una ragazza di Milano che ho appena conosciuto: è bellissima”, mi disse l’amico. E aveva ragione: era Lucia ed era bellissima. Mi conquistò subito. Era anche molto simpatica, non solo bella. Iniziai subito a fare “il tacchino”. Della partita di golf non mi interessava nulla, mentre il mio amico ci teneva a vincere. Appena lui si allontanò, per concludere un colpo, io non persi tempo: “Mi piacerebbe avere il tuo numero di telefono”. E lei me lo dettò. La partita la persi, ma il mio amico perse Lucia. Appena tornato a casa a Como, le telefonai. Dopo pochi giorni andai a trovarla a Milano. Ci innamorammo a Milano, come canto nella mia celebre canzone Innamorati a Milano: siamo noi i protagonisti, siamo noi quelli che dicono “In questo posto impossibile / Tu mi hai detto ti amo / Io ti ho detto ti amo”.

Da quel momento è sempre stata al mio fianco ed è stata fondamentale. Mi chiese: “Che cosa vuoi fare nella vita?”. Io: “L’artista, il musicista”. E lei: “Allora diamoci da fare”. Io avevo il diploma di ragioniere, mio padre aveva un’azienda di filati e il mio destino era di lavorare al suo fianco. Avevo altro in testa, ma fu Lucia a darmi il coraggio di seguire le mie aspirazioni. Inizialmente la musica ci permetteva di fare vacanze senza chiedere soldi ai nostri genitori. Era stata una sua idèa. Partivamo in auto per la costa ligure e per la costa toscana, lei andava nei locali o negli alberghi e proponeva un “cambio merci”: io suonavo e loro ci offrivano vitto e alloggio. Mica male. Di giorno andavamo in spiaggia, la sera io cantavo i successi del momento, da Pep-pino di Capri a Gino Paoli.

Lucia era una donna che sapeva sempre come risolvere i problemi, usando tutti i mezzi che aveva a disposizione. Ed era molto fantasiosa. Una notte d’inverno eravamo in viaggio sull’Appennino emiliano. Faceva un freddo tremendo, tanto che l’acqua per pulire il parabrezza si era ghiacciata e si era ghiacciato anche tutto il vetro. Non vedevo nulla, non facevo in tempo a pulire il vetro con le mani che si ghiacciava di nuovo. Finché Lucia mi disse: “Memo, sali in piedi sul cofano della macchina, stai attento a non scivolare, e fai la pipì sul parabrezza”. Per fortuna non passò nessuno in quel momento: sarebbe stata una scena molto bizzarra da vedere. Funzionò: poi azionai i tergicristalli e non li fermai più.

La svolta della mia carriera arrivò, in qualche modo, grazie a Lucia. Nell’estate del 1964 la portai nella casa al mare della mia famiglia, a Santa Margherita Ligure, per presentarla ai miei genitori. Un giorno, mentre eravamo lì. andammo ai bagni Helios: vicino al ristorante c’era un pianoforte, iniziai a suonare per Lucia. Improvvisavo delle melodie per lei, finché si avvicinò un uomo che non  conoscevo: “Sono tue queste melodie?”, mi chiese. Risposi che sì, erano mie, le stavo improvvisando.

Quell’uomo era Giovanni D’Anzi, autore di O mia bela Madunina ed editore musicale. Mi disse che avevo talento e mi invitò a lavorare per lui: andavo nel suo ufficio in galleria del Corso a Milano, mi sedevo al pianoforte e iniziavo a suonare finché non usciva qualcosa di interessante. La melodia di Innamorati a Milano è nata così: fu il mio primo successo ed è ancora la mia canzone più popolare.

Da lì la mia carriera decollò e cominciai a suonare nei night club. Avevo il mio gruppo, avevo un furgone con il quale giravamo l’Italia: c’era scritto in grande “Memo Remigi e il suo complesso”. Lucia veniva spesso con me, ogni volta che poteva. Lei faceva la giornalista, collabora-va con sette giornali e guadagnava molto.

Verso la fine del 1965 ero nell’ufficio di D’Anzi, il mio editore, con Lucia. “Memo, devo darti una grande notizia: hai due canzoni a Sanremo”. Erano Io ti darò di più, cantata da Orietta Berti e Omelia Vanoni, e La notte dell’addio, cantata da Iva Zanicchi e Vie Dana. All’epoca avere due canzoni come autore a Sanremo era la svolta: subito dopo il Festival tantissime orchestre avrebbero iniziato a suonarle e io avrei iniziato a guadagnare molto in diritti d’autore. Dopo Innamorati a Milano, era la dimostrazione che potevo vivere di musica. Mi girai verso Lucia: “Mi vuoi sposare?”. Glielo chiesi lì, nell’ufficio del mio editore. Ci sposammo il 23 giugno 1966 a Milano, nella chiesa di San Gottardo al Corso. Ovvio, ci eravamo innamorati a Milano. Il ricevimento fu all’ Hotel Gallia e poi partimmo per Venezia: partecipavo alla Mostra intemazionale di musica leggera, una gara musicale. Quello fu il nostro viaggio di nozze.

Dopo i primi anni di carriera, mi affidai a un manager, che subito mi procurò un ingaggio importante: la manifestazione di una azienda a Portofìno, in un albergo stupendo. Il manager mi disse che l’ingaggio era di tre milioni di lire. Era un buon ingaggio. Andai, cantai, feci amicizia con il proprietario dell’azienda che mi disse: “Sei bravo, sei simpatico, mi piacerebbe averti altre volte alle nostre manifestazioni, ma sei un po’ caro”. Non mi pareva di essere caro, così gli chiesi quanto aveva dato al mio manager: otto milioni. Mi disfai del manager e da allora non ne ho più voluti: facevamo tutto io e Lucia.

Nel 1967 diventammo genitori di Stefano: ora ha cin-quantatré anni, è un imprenditore e consulente aziendale, si è sposato due volte e ci ha dato quattro fantastici nipoti, Sofia, Nicolò, Leonardo e Jacopo. Nostro figlio è stato il collante che ci tenne uniti anche nei momenti di crisi. In tanti anni di matrimonio io ho fatto anche errori clamorosi. Le chiamo “scivolate”, ma dovrei dire tradimenti. Nel mondo dello spettacolo ci sono tante di quelle tentazioni che resistere era al di sopra delle mie possibilità. Ero un volto famoso e le mie “scivolate” finivano sui giornali. La più celebre fu quella con Barbara D’Urso. Aveva vent’anni, io trentanove, era appena arrivata a Milano da Napoli. Lucia mi cacciò di casa, del resto che cosa avrebbe dovuto fare? Così presi un bilocale in affitto per vivere con Barbara: con lei mi sentivo un po’ un papà che cercava di proteggere una giovane fanciulla bella e inesperta. Mia moglie chiese il divorzio, che arrivò nel 1983. Ma con il divorzio non finì il nostro amore.

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