Lady Diana, torna in mostra il suo vestito da sposa

E’  stato il segreto meglio custodito nella storia della moda. I couturier David ed Elizabeth Emanuel lavorarono all’abito per cinque mesi sbarrando porte e finestre. Il modello in itinere e i bozzetti principali ogni notte venivano chiusi in una cassaforte piantonata 7 giorni su 7 da due addetti alla sicurezza.

Il risultato, finalmente mostrato al pubblico il 29 luglio 1981, fu così sintetizzato dalla bibbia della moda Harpers Bazaar: «È stata la sposa più bella che si potesse sognare. L’abito in taffetà di seta avorio, ricamato a mano, è tempestato da miriadi di paillettes e perle.

Lo strascico da venticinque piedi [7,62 metri, ndr] è bordato di pizzo scintillante. Il velo, in tulle di seta, è an-ch’esso ornato da migliaia di paillettes in madreperla ed è stato fermato da una squisita tiara di diamanti della famiglia Spencer”. Se Lady Diana è entrata nell’iconografia collettiva gran merito va al vestito indossato il giorno delle nozze con Carlo.

Il 3 giugno, e fino al 2 gennaio 2022, questo monumentale abito torna in mostra a Kensington Palace – la residenza reale che fu anche la casa di Diana – all’interno della rassegna Royal style in the making. L’evento apre la catena di celebrazioni dedicate alla Principessa del Popolo che il 1° luglio avrebbe compiuto 60 anni, mentre il 29 dello stesso mese ricorrono i 40 anni
delle sfortunate – ma all’epoca acclamate -nozze con Carlo.

La genesi di un vestito nuziale aiuta molto a decifrare la personalità di chi lo indossa. Nel caso di Diana narra il carattere bifronte di quei suoi 20 anni: remissivo e timido per certi versi, deciso e determinato per altri. E infatti fu sua la scelta di affidarsi a David Emanuel ed Elizabeth Weiner, coppia nella vita e in atelier, quel Emanuel Salon, nel cuore di Mayfair, che insieme fondarono nel 1977.

I designer si conobbero alla Harrow School of Art nel 1976. Fu colpo di fulmine, con nozze quasi a prima vista. Poco dopo si iscrissero al Royal College of Art per frequentare un corso di perfezionamento. Due emergenti, insomma ma già stimati, tanto che tra le clienti vantavano anche Bianca Jagger e la duchessa di Kent. E naturalmente Diana, la giovane contessina Spencer, all’epoca apprendista maestra d’asilo, che poco prima del fidanzamento ufficiale con Carlo commissionò alla coppia una camicetta, un abito da cocktail ma soprattutto il vestito in taffetà nero, senza spalline, che indossò la sera in cui, a un evento di beneficenza alla Gold-smiths Hall di Londra, conobbe Grace Kelly.

Abito che venne definito dalla stampa di allora “degno di una star di Hollywood”. Così fu naturale per Diana comporre il numero telefonico degli Emanuel per incaricarli di vestirla il giorno delle nozze. «E quella telefonata ci cambiò la vita», raccontò poi Elizabeth. «Stavo prendendo le misure a una cliente, arrivai a rispondere trafelata. Era lei che, con il suo candore senza eguali, mi chiedeva se avessimo voglia di imbarcarci in questa avventura. Che dire?

Ogni stilista del mondo voleva mettere le mani su Diana». Casa reale non si oppose alla scelta, ma questo non tranquillizzò gli animi degli stilisti. «Diana avrebbe varcato la cattedrale di Saint Paul da semplice maestra, benché nobile, e ne sarebbe uscita principessa destinata a diventare regina. La pressione era enorme, ma non avemmo il tempo di occuparcene». Il primo step fu individuare lo stile. Parola d’ordine: femminilità.

L’ispirazione trasse linfa dal mondo artistico di Botticelli, Renoir e Degas, ma anche dal divismo cinematografico incarnato da Vivien Lei-gh in Via col vento e da Marlene Dietrich ne L’imperatrice Caterina, pellicola del 1934. Poco a poco cominciò a profilarsi il modello: vita sottile, gonna ampia, maniche a sbuffo e scollo a “V”, secondo la moda dell’epoca. Il colore avorio «era meno ordinario ed esaltò il candore dell’incarnato della sposa», raccontò sempre la stilista.

Il taffettà arrivò da Stephen Walters e la seta dalla Lullingstone Silk Farm, due delle manifatture tra le più antiche d’Inghilterra. L’imponenza della struttura è ben riassunta dalla quantità di tessuto utilizzato: 90 metri di tulle solo per il sottogonna, 140 per il velo. Il pizzo Carri-ckmacross apparteneva alla regina Mary, nonna di Elisabetta, ed era quel “qualcosa di vecchio” richiesto dalla tradizione. C’è anche un elemento scaramantico: sull’etichetta fu cucito un piccolo ferro di cavallo in oro gallese, ma forse ci si dimenticò di rivolgerlo con le punte verso l’alto (l’unico verso che garantisce buona sorte), visto l’esito dell’unione.

E si contemplò anche l’imprevisto, tanto che venne realizzato un abito d’emergenza. Il corpetto fu certamente la parte più impegnativa da confezionare: non soltanto perché si resero necessari diversi rimaneggiamenti, dato che la futura sposa dimagriva di prova in prova (in tutto perse 15 centimetri di girovita tra la prima e l’ultima sessione), ma anche perché in quel punto è concentrata buona parte delle 10 mila paillettes e perle che ornano l’intera creazione.

Il risultato fu un capolavoro di volumi adatto alla navata di St Paul, lunga oltre 60 metri, ma destinato a stropicciarsi nel tragitto da Clarence House alla cattedrale che Diana compì a bordo della Glass Coach, la carrozza più rappresentativa della casa reale. Fu l’unica nota dolente, o meglio peculiarità, di un vestito che ha dettato legge nella moda nuziale. Oggi William e Harry, i proprietari, lo restituiscono agli occhi del pubblico. Anche se tra i duchi c’è guerra, nella celebrazione dell’amata madre sono compatti.

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